《Hakuna Matata!》: il Kibo di Tiziano


Kilimangiaro: il sogno di Tiziano

di Tiziano Cappalonga

Cosa porta un ragazzo di 20 anni a scalare il tetto d’Africa meglio noto come il Kilimangiaro? Esiste una sola risposta a questa domanda: spirito d’avventura! L’idea di questo viaggio mi è venuta durante il mio ritorno dall’Islanda e già sapevo che, come al solito, sarei partito senza conoscere nessuno. Finalmente arriva il giorno della partenza e so che saremo solo in due ad effettuare questo viaggio, la nostra differenza di età è enorme, ma entrambi speriamo che non influisca troppo. Dopo un viaggio di 12 ore siamo arrivati al Kilimangiaro Airport, dove ci stava aspettando una jeep che ci avrebbe portato al nostro hotel dove abbiamo conosciuto le guide che ci hanno spiegato le difficoltà del percorso. Il giorno seguente inizia la nostra marcia dentro ad una foresta pluviale, dopo aver dato parte del bagaglio ai portatori. In seguito arriviamo al nostro primo campo tendato a 2800mt chiamato “Machame Camp” dove effettuiamo la registrazione di arrivo, necessaria ad ogni campo, ed infine ci sistemiamo nelle tende dove dormiremo per 6 giorni. Tra giorno e notte ci sono ben 40°C di escursione termica, ma una scappatella fuori dal sacco a pelo per ammirare il cielo stellato è d’obbligo. Arriva la prima alba sul Kilimangiaro, e dopo una bella colazione salata si parte verso campo due “Shira Camp” situato a 3700mt. Cambia il paesaggio che si tramuta in una foresta formata da arbusti. Da questa seconda tappa si nota la differenza di passo tra me ed il mio compagno, ma seguendo il consiglio delle guide “pole pole” ovvero “piano piano”, preferisco non sforzare per tutti i giorni che ci attendono. Per l’ora di pranzo siamo al campo dove passeremo la giornata conoscendo meglio i nostri portatoti( ben 9). Il terzo giorno è uno dei più tosti visto che bisogna salire fino alla Lava Tower a 4600mt e ridiscendere al terzo campo Baranco Camp a 3800mt, ciò si rivelerà molto utile per un giusto acclimatamento. Anche oggi il paesaggio cambia diventando lunare senza alcuna forma di vita, solo ombre che camminano dentro la nebbia. Per l’ora di pranzo arriviamo alla Lava Tower dove effettuiamo un veloce pranzo al sacco e poi si scende sino al campo dove una pioggia torrenziale testerà la buona tenuta delle tende. Passerò anche questa cena con un compagno semi-assente, vista la sua stanchezza, e dopo cena subito in tenda dove trascorrerò la maggior parte delle notti sveglio. Finalmente arriva l’alba, il momento più bello per me visto che posso ricominciare a muovermi ed il sole riscalda le mie membra. La giornata di oggi ci porterà al campo 4 noto come Karanga Camp a 4000mt. Le difficoltà di questa giornata sono tutte raccolte nel Baranco Wall, un muro di pietra dove escursionisti e portatori si devono arrampicare per ben 300mt di dislivello con anche passaggi di primo grado. Fatto ciò il sentiero prosegue per distese di ciottoli, dove ormai solo qualche arbusto rende il passaggio meno monotono, sino ad arrivare per l’ora di pranzo al campo. Un’altra cena a base di zuppa e un secondo con pasta e sughi assai strani mi fanno ricordare quanto sia bella la mia cara Italia. Finalmente è il giorno in cui arriveremo all’ultimo campo Barafu Camp posto a 4700mt, quindi dormirò quasi sulla cima del monte Bianco. La salita non è difficile ed ormai capisco di essermi acclimatato per bene. Per pranzo siamo all’ultimo campo ed anche qui continuo il mio acclimatamento su un sentiero. Una cena alle 17 e alle 23 la sveglia suona, si inizia l’attacco alla vetta. In questi giorni ci hanno accompagnato: Jimmy, la nostra guida, e Clement, il traduttore, ma per questo giorno si unisce con noi Vincent, un portatore. Alle 23:50 si parte e il freddo si sente subito perciò optiamo dall’inizio di dividerci, io parto con Vincent. Con il mio nuovo compagno aumentiamo da subito il passo ed iniziamo a superare altri gruppi fino a quando la fatica inizia a farsi sentire, ma visto il freddo le soste sono molto brevi. Dopo i 5500mt inizio a sentire molto la quota che mi provoca degli sbandamenti, ma grazie all’aiuto di Vincent alle 5:30 siamo a Stella Point a quota 5756mt dal quale intravediamo la vetta. Passa ancora un’ora, nella quale contempliamo una bellissima alba, ed alle 6:30 ci troviamo in vetta. L’emozione è molta e scappa quasi la lacrimuccia, ma le condizioni atmosferiche ci consentono solo qualche foto dei crateri pieni di neve prima di ritornare a Stella Point. Incontro il mio compagno in evidente stato confusionale e da qui inizia la parte più difficile di tutte: la discesa. Il terreno formato da ciottoli e terra friabile cede molto sotto i piedi, infatti non è raro vedere escursionisti che vengono accompagnati per mano dai portatori, in più ci si aggiunge la quota ed ecco che dopo un kilometro la mia discesa subisce una variazione: cado e subisco una brutta storta alla caviglia. Subito stringo la scarpa e ci metto il ghiaccio in modo tale che non si gonfi la caviglia. Scendere diventa così un calvario finché, insieme all’aiuto di altri portatori, ritorno al campo dove mi viene subito tamponata la caviglia con ghiaccio ed infine massaggiata con olio da cucina. Dopo un’ora arriva anche il mio compagno e mi complimento con lui, ma la discesa ancora non è finita. Dobbiamo raggiungere l’ultimo campo High Camp  situato a 3900mt, e molto lentamente nel pomeriggio siamo li dove passeremo l’ultima notte. Il giorno seguente iniziamo la nostra discesa che ci riporterà nella civiltà e quando arriviamo al Mweka Gate 1600mt una jeep ci aspetta per portarci in hotel dove la doccia ed il letto saranno i confort che più ameremo. L’ultimo giorno lo passiamo da “turisti veri” girando per la città sino a quando non è il momento di dire addio a questa terra straordinaria e di tornare a casa. Un viaggio stupendo che consiglio vivamente a chiunque abbia un buon allenamento e un ottimo spirito di adattamento e di avventura. Jambo Rafiki!