Tutti assieme sul Monte Analogo

Le montagne sono archetipi significativi in tutte le culture: sono luoghi sacri dove l’umanità ha sempre cercato una guida spirituale. La montagna è il simbolo dell’asse originario della terra (monte Meru), la sede degli dei (monte Olimpo), il luogo dove l’uomo riceve da Dio i comandamenti (monte Sinai). Le montagne comunicano un senso di sacralità e personificano timore e armonia, asprezza e maestà. Elevate sopra il resto del mondo, la loro presenza solida e solenne attira e incombe. Le montagne sono luoghi di visioni. Nella storia e preistoria dell’umanità hanno svolto funzioni chiave, e restano ancora in molte tradizioni popolari madre, padre, guardiano, protettore e alleato.

“La montagna più alta rimane sempre dentro di noi.” (Walter Bonatti)

Vi sono montagne esterne e montagne interiori e la loro stessa presenza ci attira, ci sfida a scalarle. Forse l’autentico insegnamento di una montagna è che la si porta tutta dentro di sé, sia quella esterna, sia quella interiore. A volte la si cerca ripetutamente senza trovarla, finché arriva il momento in cui si è sufficientemente motivati e preparati a trovare la via che dalla base porta alla cima. La scalata è una possente metafora della ricerca nella vita, del percorso spirituale, del cammino di crescita, trasformazione e comprensione. Le ardue difficoltà che si incontrano durante l’impresa rappresentano proprio le sfide necessarie per stimolarci a superare i nostri limiti. In definitiva, la vita stessa è la montagna, la maestra che ci offre occasioni perfette per svolgere il lavoro interiore finalizzato alla crescita di forza e saggezza. E se scegliamo di metterci in cammino dovremo imparare e crescere molto. I rischi saranno considerevoli, i sacrifici imponenti, l’esito sempre incerto. In effetti, l’avventura è la scalata, non stare in vetta.

Innanzitutto, si deve familiarizzare col terreno alla base; solo in seguito si affronteranno le pendenze e, infine, forse la cima. Ma non è possibile rimanervi: l’impresa non sarà completa senza la discesa, per prendere distanza e vedere ancora la montagna da lontano. Essere stati in vetta però ha fornito una nuova prospettiva e può cambiare il proprio modo di vedere per sempre.

Ed è qui che arriva il bello. Jon Kabat-Zinn nel suo libro “Dovunque tu vada, ci sei già” cita il romanzo incompiuto di René Daumal, “Le Mont Analogue”, in cui l’autore ha redatto una mappa di questa avventura interiore, in cui la parte più significativa riguarda la regola invalsa di rifornire il bivacco che si lascia per coloro che verranno in seguito e di scendere la montagna in modo da poter trasmettere agli altri scalatori le conoscenze acquisite, perché possano approfittare di quanto si è appreso durante l’ascensione.

È questo il senso della nostra vita, del nostro cammino, della nostra scalata: condividere, trasmettere e insegnare ciò che abbiamo appreso finora: è come un compendio delle nostre esperienze, certamente non la verità assoluta. E così, l’avventura continua: siamo tutti assieme sul Monte Analogo. Ed è necessario l’aiuto reciproco.

Tratto da “Dovunque tu vada, ci sei già”, di Jon Kabat-Zinn.


In solitaria tra i Giganti

di Tiziano Cappalonga

 

L'alta Via 1, detta anche "sentiero dei giganti", è un percorso lungo 180km con un dislivello positivo di 13000m che collega Courmayeur a Donnas. Si snoda tra i giganti della Valle d'Aosta, Monte Bianco - Cervino - Monte Rosa, passando da valle a valle attraverso ben 16 passi ,tutti sopra i 2000m, dai quali si ha una visuale a 360° sui massicci alpini più alti in Italia. L'idea di effettuare questo cammino in solitaria mi stuzzicò già nel 2016, ma per alcuni cambi di programma, tutto slittò sino a quest'anno quando questa idea mi tentò di nuovo. Come tutti sanno, almeno una volta la montagna va provata anche in solitaria per essere veramente capita. Quale banco di prova migliore di queste due settimane? Sinceramente il fatto di aver trovato solo 4 persone con le quali condividere parti di tappa giornaliera non mi ha scombussolato, anche se ogni volta che c'era l'opportunità di passare del tempo con qualcun altro e scambiarci una chiacchierata di certo non mi tiravo indietro, soprattutto perché ho trovato sempre persone molto cordiali. Il sentiero è percorribile in 17 giorni, anche se io ne ho impiegati 11, e ciò ha comportato uno sforzo notevole soprattutto per le dimensioni enormi dello zaino, nel mio caso sono partito con 18kg visto che avevo con me l'attrezzatura da ghiaccio nella speranza di fare anche Capanna Margherita che purtroppo è sfumata. Nonostante ciò i classici ramponi e picozza per ben tre volte mi sono tornati utili dato che ancora in molti colli sono presenti passaggi su neve/ghiaccio con forti pendenze. Neve trovata soprattutto il primo giorno al col Malatrà, dove solo un pazzo come me, poteva azzardare da solo una discesa senza alcuna pista da seguire andando alla cieca sino ad un masso che da lontano sembrava il rifugio. Nei giorni a seguire me ne sono successe anche di altre come quella di perdermi per mancanza di segnaletica dentro un bosco per quasi 3 ore, dove alla fine ho dovuto tagliare tutta la montagna per ritrovare un sentiero. Peccato che non fosse il sentiero giusto! E quindi ho continuato ad allungare il percorso completando la mia tappa giornaliera in 11 ore arrivando stanchissimo al rifugio. Ogni giorno me ne accadeva una, o per colpa mia o della montagna, ma di demordere non se ne parlava e quindi testa bassa ed avanti tutta. Il fatto di non aver trovato quasi nessuno mi ha permesso anche di vedere tantissimi animali, stambecchi e camosci in primis, anche da molto vicino. A fine percorso posso affermare di aver visto più animali che persone. Ogni sera dormivo in un rifugio/paese che era il mio unico momento di ritorno alla civiltà e di vero relax. Infatti, anche nelle pause molto frequenti per ammirare tutta quella bellezza che mi circondava, la tensione si sentiva sempre visto che impiegavo una media di 9 ore a giornata di cammino e l'arrivare ad un orario decente era una prerogativa che mi ero imposto quindi pause frequenti ma brevi. Il percorso paesaggisticamente è stupendo, con molte vallate che ti lasciano a bocca aperta e nel mese di luglio si possono trovare tantissimi ruscelli e cascate che rendono tutto molto più colorato. Per non parlare di alcuni scorci che ti si presentano come quello dal rifugio Bertone al rifugio Bonatti passando sotto tutto il massiccio del Monte Bianco oppure le spettacolari linee del Cervino viste da Cheneil. L'unione dell'odore dei pini che ti entra nel naso e il rumore dell'acqua che scorre ti rilassano così tanto da entrare in un mantra spirituali dove neanche la fatica viene percepita. L'arrivo dopo una settimana a Gressoney Saint Jean per me è stata una vittoria poi da lì sarebbe partita la mia avventura per Capanna Margherita, ma visto che il rifugio per me rimane solo un miraggio il mio cammino ha continuato verso la fine di questo sentiero e dopo altri quattro giorni in una giornata di caldo a cui ormai non ero più abituato, Donnas si trova in una conca a soli 330m, arrivo finalmente sotto il cartello del comune che sancisce la fine del mio percorso. Dopo 11 giorni ho la schiena a pezzi e ogni sera ho gli spallacci dello zaino tatuati sulle spalle, le vesciche sui piedi e le orecchie bruciate dal sole però ho una tale tranquillità nell'animo che mi ripaga di tutte le mie sofferenze. Ho provato così tante emozioni che non basterebbe neanche un libro per descriverle, sono passato dalla paura e lo stress delle situazioni in cui ero in pericolo alla gioia e sollievo ogni qualvolta raggiungevo un rifugio o un posto dove era d'obbligo fermarsi per la sua bellezza. Consiglio a chiunque sia amante della montagna di fare questo sentiero, soprattutto in solitaria, in modo da riscoprire e apprezzare la bellezza del ritrovarsi con le persone. Infatti vi assicuro che anche partendo da solo i compagni li puoi trovare sul tragitto e puoi ricercare la vera tranquillità d'animo, cosa che oggi giorno nelle città è diventata un miraggio. È stata un' avventura stupenda che porterò sempre nel cuore sia per i paesaggi che per le esperienze e le persone che ho conosciuto. Chissà se ci sarà occasione di compiere anche L'alta Via 2 in futuro e quindi di aver percorso tutta la Valle d'Aosta, chi vivrà vedrà.


Fürggen: simbolo di ieri e di oggi alle pendici del Cervino

Lora Totino alla stazione del Fürggen.

Fürggen: l'ambizioso progetto di Totino e Mollino a Cervinia

di Massimo Radicci

 

Il Fürggen: chiunque frequenti Cervinia ha ben presente questa cima posta a 3491 m proprio sotto il Cervino, di cui rappresenta uno dei punti panoramici più spettacolari. Oggi è caratterizzato dai ruderi della stazione della funivia che un tempo la raggiungeva, muti testimoni di quella che fu un’opera ardita figlia di un’epoca ambiziosa. I protagonisti di questa storia sono due personaggi di grande spessore: Dino Lora Totino e Carlo Mollino. Dal loro rapporto prenderà vita il progetto per la stazione d’arrivo della funivia al Fürggen tra il 1950 e il 1953. Il conte Lora Totino aveva deciso di utilizzare la conca del Breuil come teatro per le sue idee di sviluppo turistico. Essendo ingegnere, nel 1936 insieme ad alcuni imprenditori aveva ideato le prime attrezzature sciistiche di Cervinia e costruito la funivia, allora la più alta del mondo, che avrebbe portato gli sciatori al Plateau Rosa a 3500 metri di altezza. La Cervinia turistica inizia con la costruzione dell’Hotel Cervinia su progetto di Mario Cereghini, già pronto nel 1936. Era stato il conte a ipotizzare di collegare questa futura micrometropoli direttamente al Cervino, immaginando di attraccare l’arrivo di una funivia su un costone appena al di sotto della vetta dello stesso. Sono questi i primi passi che porteranno alla formulazione del progetto del Fürggen, prima tappa intermedia verso la vetta. Siamo all’inizio dell’estate del 1950; il sogno di Lora Totino parte con il progetto dell’ingegner Vittorio Zignoli che prevede una campata unica di quasi 3000 metri a coprire un dislivello di 900, senza piloni intermedi. La lunghezza della campata era tale che Zignoli nei suoi calcoli dovette tenere conto anche della curvatura terrestre. Il sistema era dotato di due funi traenti per ciascuna cabina: questa soluzione venne preferita perché un singolo grosso cavo necessita di un grande raggio di curvatura per non essere stressato a fatica durante l’esercizio e lo spazio nella stazione di monte non era sufficiente. Circa a metà percorso, ma al suolo, erano presenti dei rulli che accoglievano le traenti quando queste si abbassavano troppo. La funivia venne costruita dalla ditta Agudio e dalla Società Nazionale delle Officine di Savigliano. A Mollino resta la parte più ambiziosa, il progetto della stazione di arrivo, da costruire sulla cresta. Figlio del celebre ingegnere Eugenio Mollino, Carlo fu una tra le figure meno etichettabili e più influenti del panorama culturale torinese dagli anni ‘30 fino alla morte nel 1973. Professore di composizione architettonica e in seguito preside di facoltà al Politecnico di Torino, Mollino, oggi, è ricordato soprattutto per i suoi lavori di design dell’arredamento: le sue sedie e i suoi tavoli sono battuti all’asta a cifre da capogiro in tutto il mondo. La sua opera di architetto non è da meno; di particolare interesse sono i suoi progetti per la Società Ippica Torinese (1936-39), non più esistente, l’Auditorium RAI di Torino (1950-52), il Palazzo degli Affari, sempre a Torino (1964-72), il Teatro Regio (1965-73). Mollino ebbe un legame intenso con la montagna, sviluppò una tale passione verso lo sci da scriverne un trattato. La montagna offrì anche un terreno fertile per la sua sperimentazione architettonica. La Valle d’Aosta, Cervinia in particolare, è lo sfondo di alcune sue straordinarie opere come la Casa del Sole (1947-55) e la casa progettata proprio per Lora Totino. L’incarico per il progetto della stazione del Fürggen arriva a Mollino durante il cantiere della Casa del Sole a Cervinia, condominio che sperimenta le fattezze del centro sportivo in verticale “Quota 2600”, prima vera ipotesi sul villaggio alpino, una costruzione che citava nelle intenzioni i monasteri tibetani di Lhasa. La costruzione del fabbricato in quota era prevista in un’area strategica per la futura salita alla cima, la cresta del Fürggen, spazio duro, pericoloso, a picco su tre lati e unito alla base del Matterhorn attraverso un anfiteatro di roccia. Il progetto delineava un nido alpino, capace di ospitare la cabina della teleferica e quei pochi, coraggiosi amanti dello sci che si sentivano in grado di affrontare la cresta. L’edificio cadeva in avanti, si spingeva a sbalzo oltre il dirupo, pronto a ricevere la cabina in arrivo e a rilanciarla nel vuoto. Mentre gli operai salivano con fatica sulla morena per stendere sul terreno le prime opere propedeutiche alla costruzione dell’impianto, Mollino tra maggio e settembre del ’51 elabora il disegno della stazione che finisce sul primo numero di Prospettive a dicembre: «Ritengo tale costruzione rappresentativa come soluzione di architettura in altissima montagna, nuova anche come concetto costruttivo. È letteralmente ancorata alla roccia, nella quale fu necessario (proprio così, fu) ricavare con mine le piattaforme di appoggio, sia pure parziale: tutto il resto è a sbalzo». Nei tre piani previsti Mollino propone una scatola in cemento calata dall’alto, dal tetto in alluminio, e anticipa un passaggio segreto da dove accedere al ghiacciaio, quella famosa galleria nella roccia che si realizzerà nel 1956 e che accompagnerà fino al 1993 gli sciatori a quell’esperienza adrenalinica che era scendere sulla pista del Fürggen. Un edificio che faceva paura, un progetto che vinceva la paura. Il disegno di Mollino si modificò in nome delle oggettive difficoltà umane legate all’asprezza e all’altitudine del luogo. Italo Barmasse, uno dei realizzatori della funivia, allora giovane aspirante guida racconta: «Avevo 22 anni e fui arruolato per la costruzione della funivia. Eravamo una dozzina di persone e per prima cosa dovevamo costruire la linea elettrica; non c’erano né elicotteri né jeep. Partivamo al mattino presto, facevamo dodici ore di lavoro al giorno, con il pranzo al sacco, portando sulle spalle i materiali». I lavori della stazione finirono con il cubo visibile ancora oggi: niente sala d’aspetto né alloggi, niente ristorante, solo un bar per cui Mollino disegnerà i mobili, niente struttura panoramica girevole disegnata in una delle prospettive ma abbandonata nell’ultimo progetto. La funivia entrò ufficialmente in servizio nel 1952. Era dotata di caratteristiche cabine ellittiche della capacità di 25 persone, ridotta poi a 20 negli anni ‘70, e dotate di sospensioni semplicemente costituite da un fusto metallico scatolare a sezione quadrata. Inizialmente l’impianto ebbe una grande capacità attrattiva per la vicinanza al Cervino e per l’accesso a percorsi sciistici impegnativi. Dalla terrazza del Fürggen si affaccerà la Lollobrigida e su di essa troverà posto l’altare regalato da Rascel che più volte verrà colpito dai fulmini che si scaricano sulla stazione. Al Fürggen, Leo Gasperl, il campione del chilometro lanciato di Saint-Moritz degli anni Trenta, il maestro dei maestri di sci, sorrise orgoglioso al fotografo mostrando una bottiglia di liquore da pubblicizzare; scese dalla cresta indossando il suo Thiring Mantel, il mantello frenante da pipistrello inventato da un fisico viennese, che consentiva di andar giù dritti. Il mantello «che evita un eccessivo sforzo muscolare. È caduto in disuso perché si teme il ridicolo. Se non si va dritto e veloci le ali si afflosciano. Mentre la massa preferisce curvare». Gasperl battezzerà il suo cane lupo Fürggen. Qui si ambienteranno sfilate di moda allestite dalla moglie Luciana Gasperl. Tuttavia, nonostante il grande prestigio, l’infrastruttura lavorò sempre in perdita per via della sua limitata portata oraria di passeggeri che generando lunghe code determinò una certa disaffezione da parte degli sciatori. Una mattina del marzo 1993 una delle funi traenti, appesantita dal ghiaccio, toccò terra e all’avvio dell’impianto si impigliò spezzandosi. La Società Cervino ritenne troppo onerosa la riparazione di una linea vecchia e poco redditizia. Così dopo 41 anni di servizio la funivia del Fürggen venne definitivamente dismessa. E come un sogno rimasto in sospeso il fantasma della stazione è ancora lassù, lontano ma presente. Chi visita la struttura può osservare sulla terrazza sul tetto i ferri a cui avrebbe dovuto essere ancorata la struttura a sbalzo. Gli sciatori che giungevano in funivia al Fürggen percorrevano una lunga scalinata nella galleria scavata nella roccia che dava accesso al ghiacciaio su cui si sviluppava la pista (n. 9 secondo la numerazione più recente). Oggi la galleria che ospitava la scalinata sbuca nel vuoto 14 metri sopra la superficie del ghiacciaio, a testimoniare quanto questo si sia ritirato negli ultimi decenni. La “n. 9” era un itinerario molto tecnico che scendeva piuttosto ripido percorrendo prima il ghiacciaio e poi le morene congiungendosi infine alle piste dell’alta zona di Cretaz. Alcune protezioni metalliche evitavano che gli sciatori potessero cadere sulle balze rocciose sottostanti, ma nel complesso la sicurezza della pista appariva piuttosto scadente rispetto agli standard odierni. Nei primissimi anni l’uscita avveniva direttamente dalla stazione della funivia e la pista percorreva la cresta, ma la pericolosità del passaggio (si verificò anche un incidente mortale, uno sciatore scivolato verso il versante svizzero) convinsero i gestori a chiuderlo appena ultimata la galleria. Nelle carte delle piste degli anni ’60 sono anche riportate due varianti alla pista principale: una che con un giro molto ampio passava nella zona dell’Oriondé per poi scendere fino a Cervinia e una che, da poco sotto l’uscita della scalinata coperta, scendeva direttamente su Plan Maison sfruttando alcuni stretti passaggi tra le balze rocciose quasi verticali. A osservare oggi la montagna sembra impossibile che in quel punto possa esserci stata una pista, ma i resti di alcune protezioni metalliche sul pendio e la testimonianza di vecchi addetti alle piste fanno credere che effettivamente per qualche anno questa pista incredibile sia stata in uso. Dalla dismissione dell’impianto sono state fatte diverse ipotesi di ricostruzione, ma i costi molto elevati e l’oggettiva pericolosità della pista fanno pensare che la montagna verrà lasciata alla sua solitudine.

Oggi il Fürggen è frequentato soprattutto dagli scialpinisti che percorrono l’itinerario che risale la vecchia pista n. 9 (dislivello 1486 m da Cervinia, difficoltà BSA), oppure dagli alpinisti che percorrono la via ferrata denominata “La traversata”. Questo panoramico itinerario di media difficoltà inizia nei pressi del rifugio Teodulo e percorre tutta la cresta fino alla stazione di arrivo della funivia, con un tempo di percorrenza di circa 3 ore.

Per documentarmi ho fatto riferimento a:

  • Il sito internet www.retrofutur.org

  • Il lavoro di Jacopo Gallucci del Politecnico di Torino per il workshop “Rappresentazione Digitale per il Progetto e la Comunicazione dell'Architettura”. Gallucci è l’autore del bel render del progetto di Mollino

  • L’articolo di Luciano Bolzoni pubblicato su “Domus” il 2 febbraio 2006 dal titolo “La stazione fantasma”

  • L’articolo di Guido Andruetto pubblicato su “La Repubblica” il 30 settembre 2007 dal titolo “Una targa per il conte di Cervinia”

  • L’articolo di Luciano Caveri sul suo blog www.caveri.it “Dino Lora Totino, un imprenditore eclettico”

  • Il sito www.skiforum.it

  • Il sito www.cervinia.it

 


LA NUOVA SFIDA DI ZUCCONI, RECORDMAN DEL ROCCIAMELONE

Era il 30 settembre 2017, quando Francesco Zucconi ha fatto il nuovo record di salite al Rocciamelone (3538m), montagna simbolo della Val Susa, in meno di 24 ore, abbassando il record dell’amico Valerio Bertoglio di 33 minuti. A 27 anni di distanza da Bertoglio, Cesco (così chiamato dagli amici) è riuscito nell’impresa: in 22 ore e 53 minuti si è fermato al Trucco dopo 3 ascese in vetta.

Torino, 7 giugno 2018 - Oggi sono andata ad intervistarlo nel suo negozio “Cuore da Sportivo” di Via Domodossola a Torino, che gestisce insieme alla compagna Federica con competenza e passione, tanto da essere diventato un punto di riferimento per tutti gli sportivi della montagna.

Francesco Zucconi (1966), torinese, vegetariano “non fissato” e dal fisico minuto, mi accoglie con un sorriso gentile. Sembra uno di poche parole, un ‘timidone’, ma quando gli chiedi un consiglio o – ad esempio – di parlare di questa esperienza, ti apre il cuore e si entusiasma nei racconti. Ammetto che nel corso della intervista è riuscito ad emozionarmi e perfino a farmi sognare, trasmettendomi l’illusione di un giorno potere compiere anche io una impresa quasi (sottolineo, quasi) come la sua! Io, però, cerco di rimanere coi piedi per terra di fronte a questo straordinario corridore del cielo, anche perché intendo carpirgli qualche segreto, di quelli che allora alla stampa non aveva svelato…

Facciamo un passo indietro e torniamo a quel sabato di settembre, in cui Francesco è partito puntuale alle 18 dal Santuario di Mompantero – nonostante la giornata nebbiosa, con la vetta nelle nuvole e spolverata da qualche centimetro di neve umida – e ha completato 3 salite al Rocciamelone e una quarta fino all’altezza del Trucco in 22 ore e 53 minuti con oltre 10.000 metri di dislivello, conquistando il nuovo record di salite al Rocciamelone dopo 27 anni da quello di Valerio Bertoglio nel 1994. È allo stimato alpinista e amico Valerio, cui Cesco ha pensato quando ha deciso di intraprendere questo progetto e che – vedendo il brutto tempo dalla finestra – è rimasto a casa quel giorno. Cesco però aveva buone sensazioni, nonostante la meteo non proprio fortunata, ed il record l’ha battuto. “L’ho chiamato” – mi dice ridendo – “e quasi non ci credeva. Abbiamo festeggiato insieme qualche giorno dopo”.

Dopo la grande impresa, solo un semplice e umile messaggio lasciato su Facebook, tutto dedicato agli amici e a chi lo ha accompagnato in questa impresa che durerà nel tempo: “Voglio ringraziare tutti quelli che mi hanno aiutato in questa impresa: l’Azienda Montane, la Farmacia Braccio, Negrini Elettronica, la Clinica Fisioterapica Motus ed i suoi Fisioterapisti, il Rifugio la Riposa, Fabio de il Ricaricabile, Daniele Miletto, Daniele, Guido, Simone, Daniele, Gabriele, Olivier, Federico, Maria, Gianni, Roberto, Luciano, Ilaria, Mimmo, Diego, Franco, Gian Carlo, Franco, Vittorio, Gian Carlo, Roberto, Stefania, Piero, Marzia, Fernando, Alessia, Marco, Daniele, Susanna, Edoardo, Carmelo, Lele, Francesca, Salvatore, ovviamenteFederica, la mia compagna, il sindaco di Mompantero e i tanti di cui non conosco il nome o che mi sono dimenticato di citare. Grazie a chi mi ha sostenuto con messaggi, telefonate ed in azioni. Un grazie particolare al fortissimo Valery angelo custode sulla vetta ed a Giorgio e Paolino per aver gestito in maniera impeccabile il campo base. Grazie di cuore per avermi aiutato ad avverare questo sogno”.

E ora veniamo alla nostra intervista.

Qual è il ricordo che serbi nel cuore?

“Uno dei momenti che più mi ha commosso è stato vedere al tramonto la punta triangolare del Rocciamelone sulla diga di Malciaussia.” Rispettoso e grande amante della natura, aggiunge poi: “Ero completamente affascinato dalle tre stagioni, che stavo vivendo tutte insieme in una volta, sul Roccia: a Susa era estate, salendo autunno e in vetta inverno a -15 gradi. Ma altrettanto mi hanno sorpreso – ammette con umilità – il tifo ed il sostegno delle persone. Proprio non me lo aspettavo…”.

A che cosa hai pensato in quelle 22 ore e 53 minuti?

“Soprattutto a Federica e a René, il nostro cagnolino. Sono stati loro i miei pensieri felici, che non mi hanno fatto mollare.”

Come ti sei preparato?

“Lo ammetto, mi sono proprio divertito. Ho studiato un po’ il progetto a tavolino e quando mi sono deciso era fine giugno. Ecco, giusto tre mesi mi servono – mi sono detto – e ho iniziato a studiarmi il percorso andando per divertimento con amici. Ma saranno 3 o al massimo 4 le volte che l’ho provato per intero. È stato un bel periodo, mi sentivo bene e avevo raggiunto l’equilibrio psicofisico giusto per cimentarmi in una simile impresa. Non so se ci fosse qualcuno che mi prendesse sul serio ma io me lo sentivo dentro. Certo, è stato fondamentale allenarmi in discesa. Scegliere di farmi alleata la notte ha voluto anche dire di trovarmi all’ultima discesa con le prime luci dell’alba. Ha significato tutto perchè l’ho corsa in 1 ora e 40 minuti rispetto alle 3 ore e 40 di Valerio.”

Quale attrezzatura hai scelto?

“Completino trail Crazy
Calze Lurbel
Scarpe La Sportiva Cross Over 2.0 GTX con ghette nuove mai utilizzate (per le prime 2 salite)
Scarpe Hoka Mafate (per la terza salita)
Fascetta Trab
Zaino Montane 10 litri
3 radio prestate utili nella nebbia”

Cosa hai messo nello zaino?

“Pantaloni Gore-tex
Guscio Dynafit
Primaloft Dynafit
Sovraguanto Montane
Guanti Gore-tex Montane”

Come ti sei nutrito?

“Ha fatto molto freddo e correvo il rischio di un blocco allo stomaco. Ho bevuto té e orzo caldi, solo alla fine coca-cola fresca. Ho mangiato budini di soia, cubetti di parmigiano e crackers TUC, e inzuppato biscotti nel té caldo…una goduria!”

Un’ultima domanda: desideri e progetti per il futuro?

“Non vorrei che passassero altri 27 anni per vedere qualcuno cimentarsi e battere il mio record. Vorrei andarlo a tifare! Per quanto riguarda me, invece, uhm…magari battere il mio stesso record di 10 salite sul Musiné?”

Avete letto bene, Francesco Zucconi ha rilanciato la sfida. Siamo a giugno, proprio il mese in cui il progetto di Cesco ha iniziato a prendere forma…Fatevi avanti! 

#ROCCIAMELONE #RECORD #CUORE DA SPORTIVO #TIMETOPLAY #TIMETOGAME #FRANCESCOZUCCONI #VALERIOBERTOGLIO #ELECTOMAG

Francesco Zucconi con Federica e René.


Solari per la Montagna: protezione ad Alta Quota

Intervista alla dott.ssa Monica Candelli, External Beauty Trainer Project Manager Eau thermale Avène
 
Estateee! Ci siamo. Il weekend del 16/17 e dal 23 giugno in avanti riapriranno gli impianti del Monterosa Ski Paradise, mentre per Cervinia dovremo ancora aspettare il 29 giugno. La stagione estiva sui nostri amati ghiacciai può cominciare. Nell'entusiasmo non dobbiamo dimenticarci di proteggere la nostra pelle anche se non siamo al mare, anzi proprio per questa ragione. Perché - ci spiega la dott.ssa Monica Candelli, External Beauty Trainer Project Manager di Eau thermale Avène - gran parte della radiazione solare viene arrestata dall’atmosfera terrestre: ciò significa che un soggetto, più è posto in vicinanza del livello del mare, da meno radiazioni ultraviolette è raggiunto. Al contrario, tanto più si sale di quota,tanto più la quantità di atmosfera diminuisce e tanto maggiore è la quantità di radiazioni solari che investe il soggetto. Circa ogni 300 metri di dislivello l’intensità dei raggi UV aumenta di quasi il 5%, il che significa che a 1500 metri l’intensità è circa il 25% in più rispetto al livello del mare.
In montagna il rischio di scottature solari aumenta perché:
  • l'ambiente "freddo" del ghiacciaio ci fa percepire meno il rischio legato all’esposizione al sole (luce diretta) e ci fa sottovalutare l’intensità dei raggi solari
  • anche se il cielo è nuvoloso, i raggi ultravioletti penetrano ugualmente (luce diffusa)
  • la neve riflette le radiazioni intensificandone la potenza (luce riflessa)

 

Cosa sono i raggi ultravioletti (UV)
Gli ultravioletti (UV) sono una delle componenti della luce solare e – pur non essendo visibili ad occhio nudo – sono estremamente potenti e responsabili non solo delle nostre abbronzature, ma anche di numerosi danni alla pelle.
Si suddividono in diversi tipi: se i raggi UVC vengono bloccati dall'ozonosfera, gli UVA e gli UVB raggiungono la Terra producendo degli effetti a livello cutaneo.
UVA – "A" come "Age":Presenti tutto l'anno, anche nelle giornate nuvolose, i raggi UVA rappresentano circa il 95% della radiazione ultravioletta che arriva sulla superficie terrestre e sono in grado di penetrare molto in profondità nella pelle, fino a raggiungere le cellule del derma. In quanto principali cause della produzione dei radicali liberi, gli UVA possono provocare in primis fotoinvecchiamento, ma anche allergie, disturbi pigmentari e lo sviluppo di tumori della pelle.
UVB – "B" come Bruciatura e Bronzo: I raggi UVB costituiscono il 5% della radiazione ultravioletta che raggiunge la Terra. Sono i responsabili dell'abbronzatura, ma anche delle scottature, delle reazioni allergiche e dei tumori della pelle.
È quindi importante una protezione della pelle sia dai raggi UVA che dagli UVB (indicata in questo caso da un numero).
 
Come proteggere la nostra pelle: prodotti & consigli
La dott.ssa Candelli ci spiega che bisogna sempre scegliere un prodotto solare sulla base del proprio fototipo e del luogo dove ci esporremo: in montagna per una carnagione chiara o mediochiara (fototipo 1-2) occorrerà sempre una protezione alta (50+) mentre per una carnagione olivastra o scura (fototipo 3-4) basterà una protezione media (30) avendo cura di applicarla frequentemente. I solari Eau thermale Avène tenendo conto dei diversi tipi di pelle, propongono differenti texture: per pelli secche, miste, acneiche e  con azione Anti-Age. Inoltre, la gamma bianca Eau thermale Avène è interamente dedicata alle pelli sensibili, a chi soffre di allergie o ha subito interventi chirurgici: i suoi prodotti contengono diossido di titanio, che è uno schermo minerale, e sono privi di filtri chimici. Per le alpiniste, scialpiniste e trekker più attente all'estetica, Eau thermale Avène offre anche prodotti solari colorati (BB cream). Per tutti gli sportivi che amano l'"attrezzatura" leggera, ecco che Eau thermale Avène mette a loro disposizione la comoda confezione Reflexe Solaire, indicata proprio per chi pratica intensa attività all'aria aperta.
Ecco i suoi preziosi suggerimenti:
  • Fototipo 1-2: Crema, Spray o Latte Eau thermale Avène 50+
  • Fototipo 3-4: Crema, Spray, Latte, Olio o Brume Satinée Eau thermale Avène 30
  • Proteggere le labbra, che sono le più delicate e a rischio herpes: Stick Eau thermale Avène 50+ e 30, da applicare anche sulle zone sensibili
  • Idratare la pelle con una crema o un siero prima di stendere il solare
  • Applicare il prodotto prima e durante l'esposizione solare, se prolungata
  • Non dimenticare di utilizzare dopo la doccia un doposole, che ha una azione ristrutturante, rinfrescante e anti-ossidante, contrastando i radicali liberi che sono causa dell'invecchiamento cutaneo (Réparateur Après Soleil Gel LactéEau thermale Avène)
  • Indossare gli occhiali da sole

 

Perché scegliere i prodotti solari Eau thermale Avène
Oltre all'alta qualità dei prodotti, Eau thermale Avène è molto attenta al rispetto della natura e alla salvaguardia ambientale. Nessun prodotto è testato sugli animali. Inoltre, i Laboratoires Dermatologiques Eau thermale Avène, oltre ad offrire alla pelle una protezione ottimale UVB e UVA, si impegnano a preservare la biodiversità marina attraverso lo sviluppo di formule eco-sostenibili, che minimizzano l’impatto sull’ambiente: senza filtri idrosolubili che possono sciogliersi in acqua, un numero di filtri ridotti al minimo e senza siliconi (https://www.avene.it/solari-campagna-protezione/oceani).
Infine, Eau thermale Avène - impresa farmaceutica dai valori solidi ed etici - è anche impegnata con la sua Fondazione nel migliorare l’accesso ai farmaci e alle cure di qualità nei paesi in via di sviluppo (Haiti, Africa, Sud Est asiatico...) e nel formare nuovi farmacisti in quelle zone.
 
La Farmacia Re Umberto
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MORIRE IN MONTAGNA PER NON SPRECARE LE FERIE

di Augusto Grandi

Augusto è stato collega del mio papà al Sole 24 Ore ed è tutt'oggi suo amico dopo tanti anni, quando a mala pena l'unica cosa su cui mi riuscivo ad arrampicare era la scrivania nell'ingresso del loro ufficio e nutro per lui grande affetto.

 

30 anni al Sole 24 Ore ma la sua vera passione è stata ed è tuttora la montagna. Dove ha lavorato a lungo prima di dedicarsi al giornalismo. E l'amore per le Terre Alte lo ha portato a dedicare ampi spazi di ElecToMag, il quotidiano online che ora dirige, ai diversi aspetti della montagna. Dalla cultura al turismo, dal lavoro all'escursionismo. Non poteva dunque mancare un commento sulle tragedie che si sono verificate nei giorni scorsi. Al di là dei singoli episodi ma come esempio del cambiamento nella concezione della montagna e delle conquiste delle vette.

 

Il primo insegnamento per chi va in montagna è la rinuncia. Si deve imparare a rinunciare, a tornare indietro se non ci sono le condizioni per proseguire. Forse, però, era un insegnamento del passato. Quando c’era rispetto per la montagna, quando le Terre Alte erano qualcosa di più di una tavola inclinata sulla quale esibirsi.

Ora, grazie al pensiero unico obbligatorio, sono diventate una palestra, un luogo da non osservare, da non vivere ma dove esibirsi alla ricerca di record privi di ogni significato. Non è più una sfida con se stessi ma con il cronometro.

E in questa fretta fuori luogo non c’è più spazio per la rinuncia.

Tutti hanno il diritto di raggiungere le vette. Meglio se vengono deturpate con impianti di risalita. In caso contrario provvedono le guide a trasportare in vetta, come sacchi di patate, anche quelli che hanno difficoltà ad affrontare le scale di casa.

I morti di questi giorni, praticamente una strage, ripropongo il tema della sicurezza in montagna. La sicurezza assoluta non esiste e non può esistere. I rischi ci sono sempre e l’incidente può capitare ai più esperti come all’idiota che sale sul ghiacciaio con le scarpe da tennis o le infradito, dopo essere arrivato in funivia.

Ma se i rischi ci sono sempre, non è il caso di andare a cercarne altri quando le condizioni del tempo sono proibitive.

Davide Peluzzi, grande montanaro e grande alpinista, sottolinea l’esigenza di informazioni meteo precise e puntuali per salvare le vite e sconsigliare le ascensioni. Ma in questi giorni, sulle Alpi del nord-ovest, non c’era neppure bisogno di informazioni meteo per rendersi conto che non esistevano le condizioni per salire in sicurezza. E persino il meteo della Rai nazionale comunicava notizie corrette (in genere non è così, tanto che il tgr Valle d’Aosta fornisce, nei fine settimana, una contro informazione meteo molto più attendibile). E bastava osservare il cielo per accorgersi che il tempo stava cambiando, in condizioni di temperatura che sconsigliavano ogni avventura.

Eppure sono saliti. Non si sa perché, in questo caso. Altre volte la spiegazione era stata disarmante: “avevamo questi giorni di vacanza e non potevamo rinunciare e sprecare le ferie".

La banalità del suicidio. “Non potevano rinunciare”? Certo che avrebbero potuto. Ma è la logica assurda della montagna come luogo per i record. Potevano tornare in ufficio senza un trionfo da raccontare? Potevano ammettere di essere stati sconfitti? È la stessa logica degli uxoricidi. Possono accettare un abbandono vissuto come una sconfitta? Abituati a vincere grazie agli aiuti arbitrali (una raccomandazione, una menzogna, una furbata, una truffa, una lettera anonima: solo l’imbarazzo della scelta), non sanno perdere di fronte a un avversario più forte: la montagna.


Walter Bonatti, l'alpinista più grande di tutti i tempi

La notte tra il 30 e il 31 luglio del 1954 cambiò per sempre la vita di un uomo, quella di Walter Bonatti: è quella del bivacco "impossibile" sul K2. L'uomo che vi salì è diverso da quello che vi discese, come dimostrò già un anno dopo sul Dru; e sarebbe anche tornato, da solo, sul K2, se avesse trovato il necessario sostegno finanziario. Invece quella montagna resterà un fantasma, che accompagnerà Walter per oltre mezzo secolo tra polemiche, strascichi giudiziari, ulteriori amarezze e battaglie. Un capitolo che si è chiuso a pochi anni dalla morte.

SOSPESO SUL DRU

di Walter Bonatti

《Sono tante le mie scalate "migliori". Un momento è privilegiato quando il tuo obiettivo è raggiunto, ma ciò è quasi banale. Il privilegio va piuttosto visto nel concepimento di qualcosa. Per esempio, quando ho immaginato di poter scalare il Dru in una dimensione irreale dove tutto era possibile. L'averla poi materializza, la scalata, fu soltanto una conseguenza naturale e scontata, alla quale non darei troppa importanza. È quando tu concepisci qualcosa di straordinario, quando tu credi: è allora che crei veramente, ed è soltanto allora che l'anima va al di là della materia.》

La scalata del Dru ha avuto per me un significato profondamente umano, e trova le sue radici nell'esperienza negativa del K2, che mi aveva ucciso interiormente. Fu allora, tra la spedizione del K2 e il Dru, che attraversai la crisi più profonda vissuta fino a quel momento, ma anche la più determinante. Fu con quella scalata che risolsi il mio problema interiore. E invidiavo coloro che non avevano bisogno come me di riscattarsi attraverso una prova tanto severa. 

Dal momento che stavo compiendo una scalata solitaria, non ho avuto molta fiducia nei miei chiodi quando mi sono trovato alle prese con una spaccatura molto larga. Allora mi sono diretto verso il grande tetto nero. Da lì ho capito che sulla destra avevo una buona fessura, e per raggiungerla ho compiuto alcune pendolate stando aggrappato alla corda. Poi mi sono reso conto che ciò che avevo identificato come una altra fessura era in realtà una vena di quarzo. La parete era dunque liscia e compatta. Eppure, a quel punto, dovevo assolutamente raggiungere quel luogo, poiché ormai non potevo più né ridiscendere né risalire e neppure attraversare. Per una buona mezz'ora mi sono sentito perso. Infine ho avuto una reazione. Ho considerato che mi trovavo là per ritrovare me stesso, per questo lottavo da quattro giorni, non potevo lasciarmi morire. Sono così riuscito a togliermi dai guai adottando una tecnica assolutamente personale e improvvisata. La manovra è consistita nel lanciare a più riprese la corda su alcune scaglie rocciose al di sopra della grande nicchia di rocce chiare, sperando che prima o poi rimanesse in qualche modo incastrata. L'aggancio infine ha tenuto e io ho potuto issarmi a forza di braccia su quella corda.

A quel punto mi trovavo in stato di grazia, ero talmente esaltato da ritenere che nulla potesse più arrestarmi.  Ho così passato i 60 metri di strapiombi pressoché in arrampicata libera, e fu come un miracolo. Più che l'impresa sportiva, è stato straordinario il fatto che un piccolo uomo, da solo, e armato solo del proprio cuore, delle proprie debolezze ed esaltazioni,  abbia potuto fare una cosa simile. Fu veramente un'avventura.

CERVINO: LA PARETE NORD

di Walter Bonatti

《Voglio fermarmi adesso, nel momento in cui sono in piena forma. Sono andato alla montagna per istinto, essa è stata per me un mezzo di espressione, come la pittura, la scultura o la musica. È stata la mia vita. Io chiedo a una scalata non solamente le difficoltà ma una bellezza di linee. Le chiedo anche e soprattutto la sua storia. Dopo il Cervino, io non posso trovare un'altra montagna che mi offra una storia più bella; è per questo che l'ho scelta come atto finale della mia carriera.》

I primi anni Sessanta rappresentano per Bonatti un periodo di svolta, tra amarezze e nuove opportunità. Nel 1961, la tragedia del Pilone Centrale, che non solo gli ha rubato uno dei più cari compagni di cordata, Andrea Oggioni, ma ha dato la stura a uno strascico di accuse, miranti ad attribuirne a Bonatti la responsabilità. Nel 1964 è poi riapparso il fantasma del K2 nella forma dell'articolo diffamatorio sulla Gazzetta del Popolo cui Walter risponderà, vincitore, in tribunale.

Presa la decisione di abbandonare l'alpinismo estremo e di accettare la proposta del settimanale Epoca di diventare inviato speciale per il mondo, Bonatti vuole chiudere in bellezza con la parete Nord del Cervino. 

"Lassù voglio concludere la mia carriera aprendo l'ultima via sulla parete più difficile, per onorare i 100 anni della sua conquista. Come 10 anni fa sul Dru, ho provato lo stesso stato di grazia: un'esaltazione che entra nello spirito come una droga, che dà una sensazione fisica. Da mesi i miei sonni sono inquieti, vedevo un Cervino più bello, invitante e nuovo. Dovevo bruciare i tempi perché bruciava anche io. Come per il Dru, provavo lo stesso pudore a parlarne agli altri. Eppure dovevo trovare chi mi accompagnasse, perché allora non mi sfiorava nemmeno l'idea di fare la scalata da solo." ...È invece poi partito davvero e nuovamente da solo per questa avventura, come era destino che fosse... "Sono partito in gran segreto: ad accompagnarmi c'erano De Biasi, Tonelli e Pannatier, un amico albergatore. Eravamo tutti abbigliati come se stessimo andando a sciare. Poi, poco oltre lo Scwarzsee, lontano da occhi indiscreti, mi sono cambiato e ho preparato lo zaino, Guido e Daniel sono tornati a casa con gli sci, Mario (De Biasi) ha continuato con me a salire verso la base del Cervino perché non voleva lasciarmi solo. E così a un certo momento sono stato io a dover dire: guarda,  Mario, adesso devi tornare indietro... perché lì cominciava a diventare difficile. E lui niente, mi ha accompagnato fino all'ultimo. È stato un distacco commovente; ho percorso un po' di strada e non avevo il coraggio di girarmi, non so se per paura che Mario fosse ancora lì o se ne fosse già andato. E lui era ancora lì. Era lontano ma ancora lì, gli ho gridato 《Mario, andrà tutto bene!》. Sono arrivato alla base del Cervino, dove  avevo in programma di bivaccare, è stata una notte infernale tra l'istinto di scendere e la ragione che mi diceva di restare. Insomma questa notte di solitudine è stata snervante tanto che la mattina ero in dubbio se prendere la via del Cervino o la via di Zermatt. Ho scelto la via del Cervino senza ragionarci più.

Il primo giorno niente, il secondo niente. Il terzo ha cominciato a ronzare intorno a me qualche piccolo aereo. Ero emozionato e nello stesso tempo, quando vedevo che Zermatt sotto di me si illuminava, pensavo: guarda se uno deve arrivare fin qui per inseguire i propri sogni, per non essere là nella confusione, tra gli esseri umani che sono lì per divertirsi o comunque cercare qualcosa che non ha nulla a che vedere con quello che cerco io."

È il 22 febbraio del 1965 che Bonatti raggiunge la vetta, immortalato nella foto dell'amico Hermann Geiger, il famoso pilota dei ghiacciai.

"Ma prima che scattasse questa foto è successa una cosa molto commovente. Ci saranno stati otto o dieci piccoli aerei che giravano attorno a me ma, qualche minuto prima che arrivasse alla croce, si sono allontanati. Mi hanno lasciato solo nella mia conquista."


Goodbye Miss Elizabeth Hawley, mitica cronista delle spedizioni himalayane

Elizabeth Hawley, "Miss Hawley"

È scomparsa lo scorso 26 gennaio all’età di 95 anni Miss Elizabeth Hawley, la famosa giornalista statunitense e cronista delle spedizioni himalayane, in ospedale a Kathmandu.

La Hawley ha dedicato la sua vita a monitorare le spedizioni sulle montagne più alte della terra. Una vera istituzione, “Miss Hawley”, come veniva chiamata, fu rispettata dall’intero mondo alpinistico - a volte persino temuta - per il meticoloso lavoro di documentazione ed archiviazione di successi ed insuccessi in alta quota. 

Ricordata a bordo del suo leggendario "Maggiolone" celeste, guidato dal ragazzo nepalese suo autista, Miss Hawley era minuta, curata nel vestire e con appena un filo di rossetto; guardava con gli occhiali calati sulla punta del naso e sguardo curioso tutti gli alpinisti che incontrava.

Nata nel 1923 a Chicago, a partire dal 1960 la Hawley aveva fatto diventare il Nepal il suo paese di adozione. Miss Hawley iniziò a lavorare dopo gli studi universitari come ricercatore per la rivista Fortune, ma ben presto decise di mollare tutto e partire per un avventuroso viaggio attorno al mondo che, attraverso l'Europa e poi l'Africa e il Medio Oriente, la portò ad approdare qui nel 1959. Dopo un isolamento di oltre cent'anni, il Nepal aveva da poco riaperto le porte al mondo e stava cominciando il suo lungo e travagliato cammino verso la democrazia. Si erano appena tenute le prime elezioni nella storia del Paese; Elizabeth Hawley pensò di fermarsi qualche anno per vedere come il Nepal sarebbe cambiato con l'apertura al mondo, e iniziò a lavorare come corrispondente. 

In quegli anni, però, un'altra novità si stava affacciando perché, terminate le conquiste dei Giganti della Terra, cominciava una nuova epoca dell'alpinismo himalayano: quella delle prime ascensioni senza ossigeno, le solitarie, le invernali e le grandi nuove vie. Quando arrivò, Miss Hawley non sapeva nulla di alpinismo e scriveva alla madre《qui le montagne sono infestate da uomini talmente matti da volere arrivare fino in vetta》. Intuì però che l'alpinismo poteva essere importante per il suo lavoro, diventando corrispondente per le maggiori riviste alpinistiche mondiali e colossi editoriali come Reuters e Time. Per oltre quattro decenni ha scrupolosamente documentato tutte le spedizioni sugli 8000, diventando così una delle più appassionate e competenti conoscitrici della storia delle grandi montagne di Nepal e Tibet. 《Non ho mai preso la decisione di restare - disse - semplicemente non sono mai partita》.

Sempre a passo con il tempo, nel 1991 insieme a Richard Salsbury la Hawley ha iniziato a trasferire sul computer tutto il suo lavoro scritto a mano, dando vita all'Himalayan Database, vera miniera d’informazione per l’alpinismo Himalayano. Solo nel 2016, all’età di 93 anni, ha passato il timone alla sua assistente Billi Bierling e pochi mesi fa l’immenso tesoro di informazioni ed esperienze è stato reso disponibile gratuitamente online. La sua è stata una straordinaria vita dedicata all'alpinismo, anche se su quelle cime più alte lei stessa non era mai salita.

Vi ripropongo uno stralcio dell’intervista di Manuel Lugli che, nel 2002, aveva incontrato ed intervistato per Planet Mountain, la "Grand Dame of the Himalayas", in cui Miss Hawley aveva dimostrato la sua proverbiale verve e schiettezza, da vera reporter degna della tradizione anglosassone

Il cambio di “attitudine” verso gli 8000

Da un po' di tempo si sono delineate quelle figure di alpinisti che io chiamo "peakbaggers" ossia quegli alpinisti che fanno le salite per mettere in carnier più vette possibili, senza poi curarsi troppo del come queste vengono salite, dei dettagli. Purtroppo molti di questi alpinisti arrivano anche a raccontare il falso. A volte per disinvoltura eccessiva, ma altre decisamente con malizia, sostenendo di avere raggiunto la cima della montagna senza che ciò sia vero. Il Cho Oyu, ad esempio, è uno degli ottomila che più risente di questo problema. Oltre ad essere uno dei più battuti, possiede anche caratteristiche morfologiche che si prestano a mistificazioni; l'inizio del vasto plateau sommitale, che in realtà deve essere percorso a lungo prima di giungere in vetta, è per molti, troppi, "la vetta". Quando poi li intervisto dopo la spedizione, quando entro nei dettagli di ciò che hanno visto arrivando in vetta (le bandierine di preghiera, quali montagne, ecc.), ovviamente i castelli di carte dei loro resoconti crollano inesorabilmente. Se alla domanda: "Cosa hai visto dalla cima?" mi si risponde: "Montagne"; è chiaro che non e' una risposta. Il problema riguarda anche alpinisti di fama, anche se qui entrano in gioco anche altri fattori, e primo fra tutti la pressione di quegli sponsor che pretendono risultati ad ogni costo.

Influenza della tecnologia

Credo sia un fatto fondamentalmente negativo. Telefoni, computer, internet, tutto questo distoglie, distrae dalla montagna. Quando un alpinista decide di salire una montagna, dovrebbe essere totalmente concentrato sulla montagna, farsi permeare, entrare in simbiosi con l'ambiente in cui si muove. Stare ore ed ore a scrivere report per gli sponsor od i giornali - che se non ricevono nulla iniziano ad agitarsi; chiamare a casa la moglie per sentire se i bimbi stanno bene - e magari scoprire qualche disastro e dover combattere tra la voglia di tornare e quella di salire - ha un'influenza profondamente negativa sugli alpinisti. Quattro anni fa, un americano che tentava la Nord dell'Everest ha raggiunto il Colle Nord dove è rimasto praticamente per tutto il tempo della spedizione. Chi lo incontrava, salendo e scendendo dalla montagna, diceva che era costantemente attaccato al telefono ed al computer. Pura follia.

Spedizioni commerciali

Personalmente, non ho nulla contro le spedizioni commerciali, che siano guidate oppure no. L'unica, cosa importante è che i clienti di queste spedizioni devono sapere esattamente cosa possono aspettarsi dall'organizzazione e cosa no. Nelle spedizioni guidate, ad esempio, troppo spesso organizzatori, diciamo "disinvolti", non fanno altro che mettere assieme persone che vogliono salire la stessa montagna, senza curarsi minimamente dei loro curriculum, e di fornire tutti i servizi. Alcune guide, poi, salgono e scendono lungo la via, ma senza curarsi troppo dei clienti perché, magari, sono più concentrati sulla propria di salita. Due anni fa circa è accaduto un incidente mortale all'Everest durante una spedizione guidata (direi fossero presenti 2 guide) e organizzata in modo pare piuttosto approssimativo da un'agenzia inglese abbastanza nota. L'agenzia è poi stata citata in giudizio per il fatto. Altri invece sono molto seri e chiari sui loro servizi, sia che questi finiscano al campo base o proseguano sulla montagna. Russel Bryce, con le sue selezioni piuttosto severe dei clienti ed un'ottima organizzazione, è uno di questi.

Costi dei permessi e sviluppo del turismo alpinistico

Questo è un argomento molto delicato. Come puoi constatare, i costi dei permessi in Nepal crescono spesso, ma gli alpinisti continuano a venire ed in numero sempre maggiore. Ti lascio immaginare cosa sarà l'Everest il prossimo anno (50imo anniversario della prima salita): il campo base arriverà fino a Gorak Shep! E' innegabile che il denaro dei permessi di salita è una voce estremamente importante per l'economia nepalese. Senza considerare poi tutto l'indotto che si è creato attorno al mondo delle spedizioni per cuochi, portatori d'alta quota, di bassa quota, ecc. Ciò non toglie che una tutela dell'ambiente himalayano, così delicato, sia indispensabile. Qualche alpinista ha avuto idee interessanti sia dal punto di vista pratico, che per sensibilizzare maggiormente il pubblico sul problema dei rifiuti d'alta quota. Il giapponese Ken Naguchi, per esempio, viene da anni in Nepal e Tibet con team di alpinisti e sherpa che lavorano alla raccolta dei rifiuti in alta ed altissima quota. Una volta raccolti i rifiuti, al campo base li divide per nazionalità e quindi li "recapita" ai rispettivi paesi.

L’alpinista più forte, il più gentleman…

I primi nomi che mi vengono in mente sono Tomaz Humar e Reinhold Messner.

Considero Humar - come molti degli sloveni - forse il più forte alpinista degli ultimi anni. Percorre vie estremamente difficili, grandi pareti himalayane in stile alpino, in solitaria, con poco impatto sull'ambiente. Basti ricordare la nord del Dhaulagiri fino 7.900 metri. Al tempo stesso é gentile nei modi, cordiale, sempre disponibile: un vero gentleman. Pensa, che si ricorda persino la data del mio compleanno, e mi manda gli auguri!

Messner ha precorso i tempi dell'alpinismo come nessun altro. Ha inventato la corsa ai quattordici ottomila; negli anni Settanta ha salito l'Everest senza ossigeno, sopravvivendo contro ogni previsione. Ha effettuato salite "by fair means", aprendo molto spesso nuove vie o nuove varianti. Ha creato grandi traversate d'alta quota come quella del GasherbrumI-GahserbrumII. E' poi un uomo dalla personalità straordinariamente multiforme, che ha saputo arricchire (ampliare) molto negli anni. Quando l'ho conosciuto, nel 1972, mi sembra per la sua prima spedizione al Manaslu, era un giovane insegnante, assolutamente semplice, che sapeva a malapena poche parole di inglese. Ora ha una vita intensa in vari campi, ed è estremamente coinvolto nello studio del buddhismo. Le altitudini lo hanno avvicinato al buddhismo, facendogli vivere esperienze mistiche. Intendiamoci, per esperienze mistiche non intendo mettersi a parlare sulla vetta con qualcuno che non c'e': queste sono semplici allucinazioni. Io parlo d’esperienze molto più spirituali.

Certo so che ha un temperamento abbastanza difficile, sia nei rapporti con la stampa che col pubblico - anche se non ho mai potuto constatarlo durante i nostri incontri - e che spesso viene descritto come arrogante, ma ciò nulla toglie alla sua grandezza. Ricordo un episodio divertente che descrive questa sua personalità sfaccettata e brillante. Nei moduli che faccio compilare agli alpinisti per il mio archivio, una parte è dedicata allo stato civile. Questa riporta: single, sposato, divorziato, convivente, da barrare a seconda dei casi. Ebbene una volta Reinhold me li barrò tutti. Alla mia richiesta di spiegazioni rispose: "Beh, mi sono sposato in Italia, ho divorziato in Germania ed ora vivo con una ragazza". "OK ma perché anche single?" gli domandai, e lui: "Perché mi sento single."'

Record di salite

Ne abbiamo già parlato: sempre più gente vuole salire le montagne himalayane e soprattutto l'Everest, non c'è quindi da meravigliarsi di questi numeri. Ed anche dei paradossi che tutto questo crea. Ricorderai che in primavera c'è stato il record dell'uomo più anziano in vetta all'Everest. Un record suddiviso tra il tuo connazionale Mario Curnis ed un giapponese: entrambi 65enni, ma con un "vantaggio" di 21 giorni da parte del giapponese. Ebbene, ho avuto descrizioni dettagliate di come il giapponese ha effettuato la sua salita (non si può parlare di scalata): con uno sherpa davanti ed uno dietro e l'ossigeno. Alla scaletta del Second Step lo sherpa davanti, legato cortissimo, lo reggeva, mentre quello dietro gli appoggiava i piedi, uno alla volta, sugli scalini. Quando l'ho intervistato gli ho chiesto come si era sentito in vetta, e lui mi ha risposto: "Sarei salito ancora!" Lo sherpa mi ha confessato che in vetta non sapeva esattamente dove si trovava, e dava risposte incoerenti. Questo non è "scalare" l'Everest, questo è sopravvivere in qualche modo all'Everest.

Ecco perché il record di scalata come persona più anziana è di Curnis, comunque. Se proprio vogliamo parlare di record, allora ricordiamo la salita di Lafaille e Inurrategi all'Annapurna, lungo una via estremamente tecnica, difficilissima. La cresta est, aperta da Lorethan e Joos, da raggiungere con difficile arrampicata, è lunghissima e ha costretto i due alpinisti a rimanere in alta quota quasi una settimana, prima di ridiscendere con successo lungo lo stesso itinerario. Certo Lorethan e Joos erano poi scesi sulla Nord, aggiungendo una discesa ignota ad una salita ignota. Ma questo non toglie nulla allo straordinario exploit di Lafaille ed Inurrategi. Questo è un record, il resto sono numeri.

Situazione politica in Nepal

La situazione è abbastanza delicata, in effetti. Ma bisogna dire che a tutt'oggi nessun alpinista è rimasto coinvolto nell'attività dei maoisti, se non marginalmente con piccoli "contributi" forzati in denaro od oggetti, richiesti soprattutto nelle aree più marginali del Nepal. Qui, poi, si può discutere sul fatto se questi siano maoisti veri o pretesi, ma questo non sposta il problema. Il turista, insomma, finora non è stato un bersaglio serio per i maoisti. Certo è raccomandabile evitare le regioni nell'estremo ovest od est del Paese, l'alto Dolpo, il Kanchenjunga e magari limitarsi alle parti centrali.

Progetti di solidarietà

Sono importanti e benvenuti, purché siano supportati da una certa continuità. Tre anni fa un gruppo francese ha edificato una scuola vicino a Lukla, fornendo poi materiale e supporto per un paio d'anni. Finito questo periodo, alla richiesta di come avrebbero continuato il progetto, è stato risposto che avrebbe dovuto pensarci l'Himalayan Trust. Ma l'Himalayn Trust non può accollarsi il mantenimento di tutti i progetti a breve termine. Dunque - al di la' di ogni offerta generosa ma troppo spesso ingenua - bisogna cercare di proporre e realizzare iniziative che diano una garanzia di continuità. Altrimenti forse è meglio pensarci sopra per bene.

 

Intervista di Manuel Lugli (Kathmandu, 2002)


La Pasqua del Signore, l'ho trovata in montagna!

"Happiness is real only when shared" - S.Pasqua 2017 a Dobato (Nepal)

《Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi...》, recita il detto.

L'anno scorso Pasqua è stata la condivisione di un'alba commovente a Dobato in Nepal con vista su Daulagiri e Annapurna e di un ovetto kinder con i miei compagni di viaggio sopra una torretta alquanto precaria e traballante.

Quest'anno Pasqua è stata la condivisione di una gita di skialp (circa 1300 md+) con il mio più caro amico, dopo troppo tempo che non mettevo le pelli, su una montagna vicino a casa e di un panino e una coca cola in vetta. Momenti di allegria pura tra il cielo blu e la neve bianca, con il sole a sbruciacchiarci i nasi, a canticchiare canzoni stonate, di cui non conosciamo neppure bene le parole, a raccontarci della vita e dei nostri progetti...e semplicemente stare in silenzio ad occhi chiusi a godere di questa giornata, a ringraziare la Vita e a pregare il Signore, che mai sento più vicino come qui in montagna.

Questa è la mia Pasqua di gioia e condivisione con amici sui monti...e questa sono io, nella mia complessa semplicità, nella mia imperfetta purezza e nella mia genuina ingenuità.

...E questo è il mio augurio, non solo di trovare la pace in se stessi e con gli altri ma di rimanere in contatto e cercare l'armonia con i cinque elementi della Natura, che è meravigliosa nella sua autenticità, bellezza e semplicità. Ringrazio anche il mio caro amico, che sicuramente si sarà riconosciuto e che ogni Pasqua mi regala la sua presenza, nonostante i miei continui rimbrotti di essere lento e fifone quando quella che va (ogni tanto...) frenata sono io! Spero sia anche per voi Lettori una Felice e Serena Pasqua :-)


Notti magiche sui monti

Dal libro "Io, gli Ottomila e la felicità", di Tamara Lunger:

《Non riesco a dormire ed è una notte meravigliosa, quasi illuminata a giorno dalle stelle e dalla luna che piano piano risale da dietro la cresta e appare a tre quarti davanti ai nostri occhi. Non so che temperatura ci sia ma, per quanto possa sembrare strano, non sento alcun freddo, sto davvero bene. Rimaniamo incantati e in silenzio ad ammirare la luna, una luna come non l'ho mai vista perché poche volte mi sono trovata in un luogo tanto remoto e in cui ci fosse la luna quasi piena in cielo.

È una notte così bella che mi avventuro fuori dalla tenda per sgranchirmi un po' le gambe e fare un po' di pipì. 

Ringrazio Dio, ringrazio i miei compagni che sono con me, i miei genitori che mi hanno sempre lasciata libera, me stessa per avere saputo cogliere le occasioni giuste. Soprattutto per avere capito che di questo e non di altro ero sempre stata in cerca.

Non si può neanche descrivere quello che vediamo e questo è il motivo che lo rende così speciale: perché lo vediamo in questo istante e ce lo porteremo a casa, ma senza mai veramente poterlo raccontare o spiegare. È un momento unico nella nostra vita e così ce lo godiamo. Qui e adesso.

Mi sembra di essere io e il mondo intero, non c'è spazio per nessuno, per nessun pensiero che non sia di gioia pura. Non c'è freddo, fatica, recriminazioni.  Siamo solo io e questa montagna che, rischiarata dalla luce della luna, sembra così calma. 

Ci diciamo che sono questi i momenti che danno il senso a tutto ciò che facciamo. Non vogliamo che qualcuno ci dica quanto siamo bravi, vogliamo solo esserlo abbastanza da vivere simili momenti di felicità. Perché essere felici è il nostro fine, è il motivo per cui viviamo ed è per questo che ci impegniamo a fondo per realizzare sogni come quello che stiamo vivendo. 

Tutte le energie che metto nella vita le regalo alle montagne ricevendo un dono più grande: quello di essere felice e di sentirmi al posto giusto. Amo essere qui come forse non amerò mai nessuna persona in carne e ossa. Io appartengo a questi luoghi. Niente e nessuno potrà mai regalarmi queste sensazioni per le quali vivo e mi impegno a fondo. Una libertà e una pace interiore che mi danno una forza pazzesca. 

Mai a casa mi sono sentita bene come adesso. Mi dico che non c'è stato un giorno in cui abbia desiderato tornare. Una sensazione difficile da spiegare alla maggior parte delle persone. Difficile far capire che solo qui vivo esattamente la vita che voglio senza alcuna nostalgia per un letto comodo, una doccia o un televisore. E non lo dico per impressionare qualcuno,  o per ingannare altri, è la pura e semplice verità. Una verità prima di tutto verso me stessa, quella sincerità assoluta che metto in cima alla lista delle cose che contano. 

Se dipendesse da me, passerei almeno 340 giorni su 365 all'anno su qualche montagna in giro per il mondo.》


Capanna Gnifetti (3647m): un Sogno di Rifugio

Capanna Gnifetti (3647m)

"Dopo la pioggia ed il gelo

Oltre le stelle ed il cielo

Il sole e l'azzurro sopra i nevai...

Come una musica 

Come domenica 

Di sole e d'azzurro"

Quando sento la parola 'Capanna' mi viene in mente il detto "due Cuori e una Capanna", un amore semplice e genuino, che è nido e rifugio. E sono proprio l'Accoglienza, l'Amicizia e la Passione che contraddistinguono questo rifugio, gestito da Giuliano ed Erica.  Se vi capiterà di passare di lì, non potrete che sentirvi accolti come a casa e coccolati come in un grande hotel per il servizio e la cucina (con particolare attenzione ai vegetariani e alle singole preferenze alimentari) di alta qualità: la carta dei vini, gli innumerevoli primi dalla crema di zucca ai pizzoccheri, secondi come tagliata di carne, pollo alle erbette, stinco di maiale e pesce con contorni di verdure sempre fresche, frutta e dessert, taglieri di affettati e formaggi, colazioni internazionali, tutto in abbondanza ed allegria.

Il sole ed il calore, almeno nei sorrisi dello staff di amici appassionati, non mancano mai, nonostante la fatica di un lavoro non semplice in un ambiente freddo e austero come il ghiacciaio e l'alta quota.

La Capanna Giovanni Gnifetti (CAI di Varallo) é posta a 3647 metri ed è il primo rifugio sorto sul ghiacciaio del Lys nel Monte Rosa, inizialmente sotto forma di un piccolo bivacco inaugurato il 15 ottobre 1876. Oggi dispone di 177 posti letto. L'attuale struttura, che sostituì la precedente (datata 1907 e poi ampliata nel 1937), fu costruita nel 1966 in occasione del centenario della fondazione CAI di Varallo. Il rifugio è dedicato a don Giovanni Gnifetti, parroco di Alagna Valsesia e grande alpinista, autore della prima salita nel 1842 su una delle cime più alte del Rosa che ora porta il suo nome (Punta Gnifetti). Oggi vi sorge la Capanna Regina Margherita (4554m), che batte molteplici record: è il rifugio alpino più alto d'Europa, la balconata con la vista più bella del mondo e la pizza margherita più gustosa che avrete mai assaggiato dopo avere conquistato la cima con i vostri compagni di cordata!

La Capanna Gnifetti è raggiungibile sia da Gressoney La Trinité (Staffal) che da Alagna Valsesia, prendendo 3 tronchi di funivia fino a Punta Indren. Da qui è percorribile in base all'innevamento con le pelli di foca (passando sotto il Rifugio Mantova) o con una facile ferratina con o senza ramponi in base alle condizioni, comunque da calzare appena sotto il rifugio, salendo per circa 350 metri di dislivello. 

Dalla Capanna, molte sono le opportunità alpinistiche a 4000m: Balmenhorn (Cristo delle Vette), Corno Nero, Ludwigshöe, Lyskamm orientale, Piramide Vincent, Punta Dufour, Punta Gnifetti (Capanna Margherita), Punta Parrot e Zumstein.

Possibili le traversate: dalla Monte Rosa Hütte per il Colle del Lys; dei Lyskamm E e O da o per il Rifugio Quintino Sella.

Ho conosciuto Erica due anni fa proprio al ritorno dalla traversata dei Lyskamm e ancora oggi di quella giornata e di quell'incontro stupendi serbo un bellissimo ricordo, oltre che di una ottima colazione a base di té verde e crostata ai mirtilli al Felik, una meravigliosa galoppata sulle creste dei Lyskamm e una super pasta con birretta al sole sulla sdraio alla Gnifetti con panorama su tutto l'arco alpino dal Monte Bianco al Monviso! Sono tornata sempre più spesso a trovare Erica, vuoi per una Margherita, un Balmenhorn o una Vincent...e spero un giorno per la Cresta Rey...non c'è stato un giorno che non abbia pensato di essere in Paradiso! Anche se occorre prestare molta attenzione al ghiacciaio del Lys, che è una vera e propria groviera.

Una curiosità: nei pressi del rifugio è stata costruita una cappella dedicata alla "Madonna della Neve"; ogni prima domenica di agosto viene celebrata una messa qui, l'edificio religioso più alto d'Europa. 

Insomma, un posto davvero speciale e un rifugio da sogno sul "Monterosa Mon Amour"!

👉 http://www.rifugimonterosa.it/


Renata Monfrini: il mio Cervino

Renata in cima al Cervino

Donne di Montagna. Sempre loro, in prima linea, che combattono e non mollano mai per realizzare i propri Sogni ed Obiettivi...

Mi chiamo Renata, ho 56 anni e da 10 mi sono avvicinata all'alpinismo in modo molto autentico.

La montagna mi è sempre stata vicina durante la mia vita (ho messo gli sci a 3 anni) e l'ho sempre guardata con ammirazione e grande rispetto.

Con amici ho imparato l'arrampicata, lo scialpinismo e i movimenti sui ghiacciai fino a decidere di avvicinarmi con più sicurezza con un corso di alpinismo presso il Cai, sezione Sem (2017). Da quel momento il mio amore per l'alpinismo non ha più avuto fine.

Mi sono rotta tante volte ma mi sono sempre rialzata, più forte di prima.

Il mio sogno da sempre: Il Cervino.

Purtroppo per meteo avverso, incidenti e imprevisti vari, il mio obiettivo si allontanava sempre di più e con esso la possibilità di veder realizzato il mio sogno.

L'anno scorso, la grande decisione: era giunto il momento giusto!

Qui entra in gioco Marina, amica di scialpinismo in Norvegia. La chiamo, Lei il Cervino lo ha scalato "in scioltezza", sento la sua esperienza, un sacco di domande e tanti dubbi. Lei e solo Lei mi ha incoraggiata e spronata con messaggi che conservo ancora, con parole gratificanti a prendere la decisione di affrontare il mio Cervino. Avendo 3 legamenti del ginocchio lesi e un intervento all'ernia del disco che mi limita i movimenti, decido di allenarmi con costanza, determinazione e fermezza per due mesi: giugno e luglio (pilates, piscina, personal trainer, arrampicata indoor). Riconosco che il tempo non è molto ma la decisione ormai era presa. Trovare una guida che mi portasse in vetta è stata un'impresa, nonostante i suggerimenti di nominativi sempre ricevuti da Marina; nessuno credeva in me, nella mia esperienza passata (decine di 4000m) e nel poco allenamento che avevo fatto in questo periodo che precedeva la mia decisione.  Finalmente entra in gioco Lui*, lui crede in me, mi da fiducia e insieme facciamo una prova sul Breithorn occidentale.

Dopo la prova (mi sembrava di essere tornata agli esami di maturità), il verdetto: va bene, facciamo il Cervino dopodomani. Purtroppo le previsioni meteo avrebbero dato brutto tempo per quel giorno. Vedo sfumare un'altra volta il mio progetto. La mia guida mi propone il Dente del Gigante. Non ci penso neanche un attimo. Vada per il Dente, comunque cima di rispetto, ambita, sognata anch'essa e al cospetto del Mt. Bianco. Raggiungo il rifugio Torino in totale solitudine ed autonomia. Passo la notte con i pensieri più svariati e la paura di non riuscirci. Non racconto la mia esperienza perchè queste righe sono dedicate al Cervino. Dico solo che ce l'ho fatta anche in tempi molto buoni e veloci, con grande soddisfazione ma...con un ma....nell'arrampicare avevo sentito un forte strappo al braccio nel tirare il canapone ma non ci avevo dato peso. Scoprirò a distanza di 3 mesi di aver rotto il tendine sovraspinato della spalla dx. La gioia della conquista è fortissima (17/07/17) ma il Cervino è rimandato a fine agosto. La mia guida non ha più tempo per me.

Decido di andare a fare uno dei cammini di Santiago per restare in allenamento almeno con le gambe e per meditare. Il mio personal trainer mi dedica ancora qualche settimana per rinforzare le braccia e il fiato ma la data per il mio obiettivo si avvicina e il tempo non è più molto, purtroppo. Per acclimatarmi vado 2 giorni al rifugio delle Guide del Cervino, faccio il Breithorn in solitaria e mi preparo per il gran giorno. Il 28/8 scendo al rifugio Duca d'Aosta, dove la guida mi sarebbe venuto a prendere la mattina seguente per salire al Carrel. La salita al rifugio è un pò faticosa per via di uno zaino pesante, di un allenamento non proprio adeguato e il caldo. La guida mi sgrida per la lentezza e dopo aver fatto 2 resting sul canapone "cheminée", proprio sotto il Carrel, mi dice che dubita della mia riuscita sul Cervino. Sono avvilita, triste, un pò stremata e per nulla incoraggiata. Passo il pomeriggio e la sera cercando di ascoltare il mio corpo, i miei pensieri.

Marina è in Perù, non può supportarmi. Nessuno sa dove sono e cosa sto facendo. Sono e mi sento sola.

Leggo i messaggi di Marina sul cellulare, mi faccio forza, credo in me e nella mia forza interiore e cerco di dormire le poche ore che separano la notte dalla sveglia. Partiamo verso le 4.30 del mattino, saremo una sessantina (solo 4 donne e quasi tutti stranieri) ma noi siamo tra i primi. Manteniamo un'ottima posizione e l'adrenalina mi fa salire veloce, sicura e fortissima fino a che la frontale non si stacca per un colpo contro una roccia e tutt'intorno a me torna buio. Lui* diventa una bestia, arrabbiato, furioso, impreca e mi intima il rientro al rifugio appena sorge il sole. Mi sento umiliata, fragile ma non permetto che un banale incidente interrompa il mio sogno. Quando sono circa le 6 del mattino, la mia guida si appresta a scendere ed io (non so con quale forza interiore e fisica) ho risposto che non se ne parlava neanche...l'unica cosa che si poteva fare era salire. Infuriato da far paura, mi ha tirata come non so cosa e mi ha imposto ritmi ed orari veramente pressanti. Abbiamo recuperato e superato cordate, è stata dura ma non mi è pesato nulla e non ho trovato faticoso arrivare in vetta e tornare al Carrel. L'adrenalina, la testa, la determinazione, l'orgoglio, la forza fisica mi hanno portato alla croce del Cervino. Non ho neanche avuto tempo di commuovermi e rendermi conto di cosa ero riuscita a fare. Il tempo stava peggiorando, molti hanno rinunciato, alcuni hanno avuto problemi seri per rientrare (un morto sulla scala Jordan 30/08/17 ed altri feriti). Tutto è stato cosi veloce e frettoloso che mi sono accorta di non aver assaporato bene la mia ascesa, come avrei voluto. Non ho avuto tempo neanche di fare foto. 

Arrivati al rifugio Duca d'Aosta, stanca per le ultime 2 ore su sassaia, mi sono resa conto di aver concluso la mia impresa. Ce l'avevo fatta!!!

La guida, finalmente, si è complimentato con me e mi ha detto che sono stata brava: grande soddisfazione per una guida che al Carrel non aveva creduto in me e si era pentito di avermici  portato, con legamenti lesi e un tendine rotto ;-)

Avevo promesso di non tornarci più sul Cervino ma a distanza di mesi non sono soddisfatta di come ci sono arrivata. 

Quindi è solo un Arrivederci con più calma e tempo...


SkyWay: "Ottava Meraviglia del Mondo"?

SkyWay: "Ottava Meraviglia del Mondo". Cari Lettori, siete d'accordo anche voi? O siete anche voi un po' vecchi montanari "dentro" come me, che da alpinisti sareste ben contenti di non spendere 49 euro per prendere una funivia e condividere la montagna con tutti i turisti? 

So che da questo articolo scaturiranno 'accesi' dibattiti ma il tema è proprio un po' una patata 'bollente': Montagna accessibile a tutti? Aleggiava nell'aria già nei miei precedenti post (> Montagna pulita e "E leviamoci il Dente!") e lo SkyWay, che da Courmayeur porta fino a Punta Helbrönner, offre un buono spunto.

Ecco, la sua descrizione sul sito web: "Una sfida ingegneristica estrema a 3500 m fra i ghiacci perenni del Monte Bianco. Con SkyWay sarai immerso in uno scenario mozzafiato grazie alla cabina rotante a 360° e alle 3 stazioni avveniristiche con bar, ristoranti e servizi di entertainment".

Questa premessa personalmente la trovo agghiacciante e non per i ghiacci perenni. Ma prometto di cercare di avere la mente aperta e pensare che più gente si attrae in montagna, più sono i soldi che vengono guadagnati e utili al territorio e ai suoi abitanti. Perché la Montagna è democratica ed è giusto che tutti godano della bellezza che essa offre (tralascerei bar, ristoranti e servizi di entertainment, che possono tranquillamente trovarsi in città, poiché offerti da altri essere umani). Anche se la Democrazia dovrebbe basarsi sul rispetto reciproco: la Montagna offre se stessa, il suo frequentatore dovrebbe anche solo imparare a rispettarla e fare lo sforzo di conoscerla. 

Come già accennavo nel mio precedente post, quando ho preso lo SkyWay per scalare il Dente del Gigante nell'agosto del 2015, mi sono ritrovata nella situazione imbarazzante di essere l'unica alpinista tra un'orda di visitatori in maglietta, pantaloncini e infradito. Parlo di due estati fa e nel mezzo ci sono state molte polemiche: foto di genitori con bambini che si spingevano oltre il cancelletto e, vestiti come descritto sopra, si davano la mano per attraversare i crepacci o - ricordo bene - di una signora che camminava tranquillamente sul ghiacciaio con la sua bella borsona da spiaggia. La gendarmerie furente perché il ghiacciaio del Gigante é già territorio francese e perché sembrava che l'Italia aspettasse solo che "scappasse il morto". E se fosse scappato, a chi sarebbe stata attribuita la colpa? O meglio, visto che è mero retaggio culturale parlare di senso di colpa e di capro espiatorio, di chi sarebbe stata la responsabilità? E chi sarebbe dovuto intervenire in soccorso? 

Sono passati due anni e non so se ora viga un regolamento scritto o se ci sia qualcuno lassù a controllare e in quali modalità. Forse voi mi potete aiutare. Io ho trovato su Internet solo questo avviso: "IL GHIACCIAIO DEL COLLE DEL GIGANTE E LA SCALA DEL TOULA SONO TERRITORI DI ALTA MONTAGNA CARATTERIZZATI DAI RELATIVI PERICOLI OGGETTIVI. PER L'ACCESSO SONO PERTANTO RICHIESTE COMPETENZE E ATTREZZATURE ALPINISTICHE". Come viene fatto rispettare, chi controlla e quale è la sensazione applicata (oltre al rischio stesso di incolumità della persona)? Chi paga se succede qualcosa a chi non ha osservato l'avviso?

A mio modesto parere,  troppo spesso si mettono in atto comportamenti irresponsabili o di co-(ir)responsabilità. Come in altre circostanze legate alla Montagna, di cui lo SkyWay è solo un mero esempio, non si dovrebbe arrivare ad affrontare tali problematiche perché l'unica regola "a monte" che dovrebbe valere è quella del comune buon senso. Ma laddove esso in questo mondo venga del tutto a mancare, allora dovrebbe vigere un senso comune di Educazione alla Montagna, per la sua Conoscenza e Rispetto, volendola rendere accessibile a tutti.

SkyWay Monte Bianco


"E leviamoci il Dente!"

Alle prime armi sul Dente del Gigante (13 Agosto 2015)

Agosto, la città è un forno. Mancano ancora due giorni alle ferie, poi la fuga verso il mare per un saluto alla mia famiglia prima delle Dolomiti con gli amici. Esco dall'ufficio in stato liquefatto con la pressione sotto le scarpe e mi trascino in piscina per fare un tuffo. Dopo una  bella nuotata rigenerante, sono ormai le otto di sera, quando apro l'armadietto. Il cellulare lampeggia: messaggio. È Luca, il mio amico guida. "Se ti va domani ci leviamo il Dente..." Ehm, pardon? Mi fiondo a casa, scaravento la sacca della piscina da qualche parte, subito sfamo i felini e nel frattempo preparo un boccone anche per me. Nella testa un turbinio di pensieri e in mano il telefono che spedisce messaggi a raffica...ai colleghi, al mio capo in vacanza, a Luca, al mio amico se può venire a guardare i gattini ancora cuccioli l'indomani, ai miei genitori "vado a fare una cosetta in montagna prima di scendere al mare...". Risposta: "Ah bene. Una passeggiata?" "Siii, tranquilli." "Ah bene. Come si chiama?" "Mah...Dente del Gigante." Ma perché poi doveva chiamarsi così che già il nome di per sé è un po' inquietante, mi sa che non li ho convinti. Massì,  tutto sotto controllo...se non fosse che sono stata colta del tutto alla sprovvista!

Comunque sia, è ormai sera tardi che la sottoscritta si mette nell'ottica di preparare lo zaino e il resto: sudo solo a guardare il pile. Dunque, scarponcini, ramponi, piccozza, imbrago con moschettoni, cestello, cordino da ghiacciaio e longe. Alle corde ci pensa Luca. Quindi, proseguo: casco, frontale, occhiali da sole, doppio guanto (leggero e pesante), calzettoni, pantaloni, intimo, strato intermedio, guscio pesante, buff, cappellino, crema solare e burro di cacao, barretta e borraccia. Del lenzuolino non ho ricordo ma ormai lo lascio sempre a casa, tanto dormo vestita. Penso ad un asciugamanino, spazzolino e dentifricio per il rifugio...

Il giorno seguente la nostra eroina pazzoide monta sulla sua 500 rossa e sfreccia sull'autostrada alla volta di Courmayeur, dove ha appuntamento con Luca, alla nuova Skyway. Resto traumatizzata dalla fiumana di gente in pantaloncini ed infradito in coda. Sembro io quella fuori luogo! Aspetto Luca, che è in ritardo, al bar. Passano dei giapponesi con le loro macchine foto e ci guardiamo con reciproca curiosità. Luca arriva nel primo pomeriggio e saliamo con la funivia, dove rispondo al quesito di qualche curioso come se fossi io ad andare a fare qualcosa di strano...Ed eccoci qui, a Punta Helbrönner. Chiaccheriamo davanti a una birretta al Rifugio Torino, nel frattempo tramonta il sole sul Monte Bianco, che incute timore. È molto differente rispetto ai tramonti dolci sul Rosa, cui sono abituata; qui è un ambiente severo, quasi himalayano, e non mi infonde molta serenità. Si fa ora di cena e poi di accucciarci: Luca ed io abbiamo una stanza tutta per noi. Molti probabilmente saliranno l'indomani con la prima funivia ma noi sappiamo anche di avere solo una piccola finestra di bel tempo la mattina presto. Per cui, sveglia e colazione veloci, siamo pronti a partire che la luna è ancora in cielo. Oltrepassato il cancelletto, inizia l'avventura. Attraversiamo il ghiacciaio che inizia ad albeggiare. È messo davvero male per il gran caldo e ci tocca saltare di qua e di là, ma è al ritorno con la luce del sole che mi renderò conto della profondità dei crepacci. Il Dente é impressionante, visto da quaggiù, che noi scaleremo per la via normale. Siamo tre cordate, una di tre spagnoli e un'altra, che - essendo più lenta - si ritirerà. Saremo solo noi due cordate a arrivare in cima quel giorno a causa del maltempo: troppo tardi per quelli arrivati con la prima funivia. Arriviamo all'attacco della Gengiva (si chiama proprio così) e poi alla base delle Placche Burgener dove iniziano le corde fisse. Sfruttando una serie di fessure, si vincono le placche alte una quarantina di metri anche senza l'ausilio delle corde "con splendida arrampicata" - dice Internet, perché la mia tanto splendida non è stata...è la mia prima vera arrampicata alpinistica e, a un certo punto, esaurita la forza di gambe e braccia, arrivo ad utilizzare gomiti, ginocchia, qualsiasi parte di me, perfino la punta dei capelli e della lingua purché si salga! Attorno a noi si addensano le nubi e si sente il rombo di scariche di roccia. Lo zaino con le corde inizia a pesarmi. Giunti su un secondo terrazzino, pieghiamo a destra ad una serie di lame che conducono ai camini sommitali, oltre i quali una crestina porta alla Punta Sella (4009). È il momento che Luca mi dice "c'è aria di Loano". Mi chiedo cosa voglia dire, sono parecchio stanca e ho pensato di stare capendo fischi per fiaschi...Loano a 4000 metri?! Quindi prosegue: "quando sono in barca e sta per scoppiare il temporale". Ah...per fortuna la vetta è vicina, arrivo a toccare la Madonnina a 4013 metri quando ormai, purtroppo, attorno a noi non si vede più nulla. Sempre Internet dice "splendida ascensione in ambiente grandioso con panorama mozzafiato su Bianco, Cresta di Rochefort e Grand Jorasses, che sembra di poter stringere in un unico abbraccio". Me lo immagino...ma solo per qualche frazione di secondo perché Luca ha fretta di scendere e ci caliamo in velocissime doppie in mezzo alle due punte. Non sono ancora una esperta e in una di queste la mia corda diventa una liana, il “filo interdentale” del Dente e penso per un attimo che arriverò a fare il giro intero attorno al Dente del Gigante ma per fortuna mi arresto. Guardo giù e Luca si sta scompisciando dalle risate. Non fa un cavolo ridere...mi sono presa un bello spavento! Rientriamo in rifugio, attraversando il ghiacciaio alla velocità della luce. Entrati, inizia a nevicare. Al bar vengo festeggiata: sono l'unica donna che oggi ha conquistato il Dente! Una telefonata ai miei tra le lacrime di emozione e "papà ha cercato su Internet la tua 'passeggiata'..." poi una buona birretta e Luca mi spedisce a casa prima che l'effetto quota/birra abbia la meglio sulla adrenalina. Arrivo a casa che mi aspettano i miei mici e un bel sushi take-away. Iniziano le mie vacanze, inizia la preparazione al Cervino e sono felice...ci siamo proprio tolti il Dente! È il 13 agosto 2015. 

P.S. Ora avrei proprio voglia di rifarlo ma con le scarpette di arrampicata! 

Dente del Gigante (4013m)


Audrey Bicelli: ho mollato tutto per amore della Montagna

Audrey Bicelli

Una scelta coraggiosa. Un sogno che si realizza. Diventare una Guida Ambientale Escursionistica.

Mi chiamo Audrey Bicelli, dal 2014 sono una Guida Ambientale Escursionistica.

Ho scoperto la montagna, da poco, nel 2007 grazie ad un'amica che in una giornata uggiosa mi ha convinta ad andare al Lago delle Fate in Val Quarazza vicino a Macugnaga nel cuore della Est del Monte Rosa - la parete himalayana.

Nonostante la giornata non fosse limpida e tersa per ammirare la bellezza del Rosa ed il colore verde smeraldo del lago, qualcosa dentro di me inziò a vibrare, non so spiegare cosa fosse, ma da quel momento in poi non ho mai smesso di andare in montagna!

Ho preso il diploma come Perito Chimico e per 12 anni ho lavorato in un'azienda chimico-tessile come Addetto Controllo Qualità.

Non mi dispiaceva ciò che facevo ma sentivo che era arrivato il momento di dare una svolta alla mia vita...di un forte cambiamento!

Un giorno curiosando su Internet vengo a conoscenza della possibilità di frequentare un corso per diventare "Accompagnatore di Media Montagna" (Guida Ambientale Escursionistica).

Il giorno 29 Aprile 2014 ho superato la selezione per inziare il corso come guida.

Il corso sì è svolto presso il Formont di Varallo Sesia (VC) ed è durato 332 ore di cui 270 di teoria, 50 di stage e 12 di prova finale. 

Ho superato la prova finale e preso il patentino come Guida Ambientale Escursionistica.

Amo il mio lavoro e mi reputo fortunata in quanto sono riuscita a trasformare la mia passione in lavoro e questo mi ha reso ancora di più una persona felice!

Ogni volta che accompagno singole persone o gruppi cerco di trasmettere a loro questo mio amore per la natura, cerco di dar a loro la possibilità di conoscere luoghi e culture di cui non ne erano a conoscenza, di portarli in alto ad ammirare tanta bellezza e l'infinito!

Ammetto anche che a volte ci sono giorni in cui mi dico : "ma chi me l'ha fatto fare ?!" ...lasciare tutto uno stipendio fisso un lavoro a tempo indeterminato delle sicurezze economiche delle "certezze" ...

Ebbene la risposta è molto semplice... quando osservo i volti delle persone che accompagno e vedo il loro entusiasmo e la loro voglia di scoprire e di curiosità... ecco che il mio cuore si riempie di gioia ...questo per me vuol dire che ho fatto la scelta giusta! 

Cercare di fare sempre ciò che si ama è il segreto della felicità e della serenità... anche con tutte le difficoltà che ogni giorno si incontrano!


Frasi sulla Montagna

Matterhorn o Cervino (4478m)

In questo paragrafo, ho scelto alcune delle frasi per me tra le più belle che siano state dedicate alla Montagna.

“Quando uomini e montagne si incontrano, grandi cose accadono.” William Blake

“Le grandi montagne hanno il valore degli uomini che le salgono, altrimenti non sarebbero altro che un cumulo di sassi.” Walter Bonatti

“La montagna più alta resta sempre dentro di noi.” Walter Bonatti

“La montagna mi ha insegnato a non barare, a essere onesto con me stesso e con quello che facevo. Se praticata in un certo modo è una scuola indubbiamente dura, a volte anche crudele, però sincera come non accade sempre nel quotidiano. Se io dunque traspongo questi principi nel mondo degli uomini, mi troverò immediatamente considerato un fesso e comunque verrò punito, perchè non ho dato gomitate ma le ho soltanto ricevute. E' davvero difficile conciliare queste diversità. Da qui l'importanza di fortificare l'animo, di scegliere che cosa si vuole essere. E, una volta scelta una direzione, di essere talmente forti da non soccombere alla tentazione di imboccare l'altra. Naturalmente il prezzo da pagare per rimanere fedele a questo ordine che ci si è dati è altissimo." Walter Bonatti

“Chi più alto sale, più lontano vede. Chi più lontano vede, più a lungo sogna.” Walter Bonatti

“Quassù non vivo in me, ma divento una parte di ciò che mi attornia. Le alte montagne sono per me un sentimento.” Lord Byron

 “La mia casa è quassù fra lo sconfinare delle vette e i racconti del vento... la mia casa è quassù fra le altere pareti e misteriosi silenzi... la mia casa è quassù fra garrule acque e dolcissimi ricordi. Qui sono io, qui è la mia casa, qui sono le mie montagne.” Antonella Fornari 

“Queste montagne suscitano nel cuore il senso dell'infinito, con il desiderio di sollevare la mente verso ciò che è sublime.” Papa Giovanni Paolo II

“I monti sono maestri muti e fanno discepoli silenziosi.” J.W.Goethe

“It is not the mountain we conquer but ourselves.” Edmund Hillary 

“The Mountains are Calling and I Must Go.” John Muir

"Se sei in cerca di angeli o in fuga da demoni, vai in montagna." J.Rasley

“Scegli la strada in salita, è quella che ti porterà alla felicità.” Jean Salem

 “Sulle cime più alte ci si rende conto che la neve, il cielo e l'oro hanno lo stesso valore.” Boris Vian

 “Tornate sani, tornate amici, arrivate in cima: in questo preciso ordine.” Anonimo

Papa Giovanni Paolo II. Dietro, il Monte Bianco.


Il Coraggio dei Grandi Sogni

L'alba al Col de Malatra'

"L'alba si sveglia ogni mattina

e porta con sé il coraggio dei grandi sogni."

Questa settimana ho dedicato il mio tempo a raccogliere i racconti di Donne speciali. Rileggendo le loro storie, mi ritrovo molto in ognuna di loro, nei loro pensieri, emozioni e passioni. 

Innanzitutto, hanno tutte un minimo comun denominatore: sono delle Grandi Sognatrici.  

Non è il corpo, che diventa mero strumento, ma  la determinazione e la tenacia che mettono nel realizzare i propri sogni. E tutte queste Donne ci sono riuscite. Sono delle architette di sogni: tolto uno dal cassetto, lo riempiono sempre con uno nuovo, tenendo accese la speranza e la gioia di vivere. Per questo sono Donne intelligenti e considerate delle "ribelli".

Sono Donne dinamiche, che nel movimento si sentono libere di esprimersi, in armonia con se stesse, gli altri e l'ambiente che le circonda.

Il corpo però non è che una macchina, che va alimentata e ben tenuta, per potere percorrere la strada e giungere alla meta di destinazione; è la testa (e il cuore) a compiere il grande viaggio. Sono convinta che, quando la macchina funziona, il 90% è testa e il 10% é il corpo a raggiungere la cima/traguardo.

Sono Donne che amano profondamente la Montagna e la Natura, con cui instaurano un legame indissolubile e di sacro rispetto: in esse ritrovano la Libertà, l'Amore e la Gratitudine per la Vita. Si emozionano di fronte ad un'alba, un tramonto o ad un cielo stellato, le emozioni devono sentirle sulla propria pelle,  negli occhi, sotto i piedi fino al cuore, nel sudore e nelle lacrime. Devono sentirsi un tutt'uno con gli elementi: sono Neve, Vento, Fuoco e Terra.

Sono Donne forti e coraggiose, ma dal cuore umile e sensibile, che hanno "gli occhi di chi ne ha passate tante e il sorriso di chi le ha superate tutte". 

Grazie di cuore per il bellissimo messaggio che portate con voi, di cui siete testimoni a testa alta, Grandi Sognatrici di tutto il mondo!

"Non sono niente,

non sarò mai niente,

non posso voler essere niente.

A parte questo,

ho dentro di me tutti i sogni del mondo."


Ci vuole Coraggio ad avere Paura

Reinhold Messner

Coraggio e Temerarietà, dall'esterno non è sempre facile distinguerli. Il Coraggio, a differenza della seconda, non è l'assenza di Paura, bensì ha intrinseco il valore di Prudenza. In Montagna bisogna avere Coraggio e Paura, come spiega Reinhold Messner: 《Spesso mi viene chiesto se ho mai avuto paura. Credo vogliano sapere quanto abbia inciso nelle mie imprese. Allora penso che  la paura non sia che l'altra metà del coraggio. Bisogna accettarla. Bisogna lasciarla fluire molti mesi prima, quando ci si prepara a gestirla. Quello che “resta” è il rischio: quel “resto” cos’è se non paura? E potrei anche aggiungere che più hai esperienza più hai timore, perché più forte ti brucerebbe il fallimento. Eppure, quando la morte è una possibilità, l’impresa non si misura con il parametro del successo, ma dal valore che ci si è messo. In fondo andiamo sempre dove si può morire, per non morire. E d’altra parte in ogni impresa sono un po’ morto e sono anche rinato. Ecco perché bisogna avere paura.》

Sono d'accordo con le parole di Messner, che non dovremmo mai scordare quando siamo in Montagna. 

Ho seguito per molti anni il corso di Scialpinismo della Scuola CAI Uget, e suggerirei di farlo a chiunque si volesse cimentare in questo unico ed ineguagliabile Sport: mi ha insegnato che l'escursione inizia pianificandola da casa; continua con la "valutazione locale", una costante osservazione durante tutta la gita delle condizioni nivometeo, del terreno e dei partecipanti, nonché la stabilità del manto nevoso sul singolo pendio ripido. Quando parleremo di Scialpinismo, mi soffermerò sulla importanza vitale (oltre che dell'obbligarietà) dell'essere equipaggiati di  ARTVA, sonda e pala, di saperli correttamente utilizzare, di non smettere di fare esercitazioni di ricerca del travolto in caso di valanga e di aggiornarsi; di conoscere le tecniche di autosoccorso; ma anche quando si fa Alpinismo, occorre conoscere bene le manovre su ghiacciaio e cosa bisogna fare in caso di caduta in un crepaccio (propria o del compagno di cordata). Per questo, ringrazio gli anni del CAI, di cui ho ricordi bellissimi e da cui è nata la Marina Scialpinista, semplicemente sono rinata. 

Tuttavia, per la nostra condizione umana e per alcuni elementi non sempre prevedibili, permane un "rischio residuo" che resta difficile da valutare. Pertanto, resta la Prudenza il margine di sicurezza che conta, anche assumendo uno sguardo autocritico nei confronti della propria conoscenza ed esperienza. Bisogna sapere rinunciare. Ma quella Paura, di cui parla Messner, che ti salva, talvolta nei confronti di questo "rischio residuo" non basta.

Il destino? No. Il Fato? No. Il Caso? Credo proprio di Sì.

Per chi resta, il dolore della perdita di un proprio caro è muto, sordo e inconsolabile. Ma per chi la Montagna è il suo grande Amore, non solo è disposto a rischiare di morire per esso, essendo ragione di Vita, ma sa anche che è l'unica cosa per cui ne valga davvero la pena. "In fondo andiamo sempre dove si può morire, per non morire. E d’altra parte in ogni impresa sono un po’ morto e sono anche rinato."


Rossana Podestà: "l'incontro che mi cambiò la vita"

Rossana Podestà con Walter Bonatti

Rossana Podestà, nome d'arte di Carla Dora Podestà (20 giugno 1934 – 10 dicembre 2013), è stata un'attrice cinematografica italiana di successo degli anni Cinquanta/Settanta. Dal 1982 è stata per 30 anni la compagna di Walter Bonatti, il quale negli stessi anni ha compiuto imprese di alpinismo estremo. Nel 1965 Bonatti ha chiuso la propria carriera aprendo una via nuova in solitaria invernale sulla parete nord del Cervino. Fino al 1979, in qualità di inviato del settimanale "Epoca", ha poi viaggiato negli angoli meno esplorati della Terra. Sulle sue avventure ha tenuto conferenze e scritto libri, fra cui Le mie montagne, K2 storia di un caso, Montagne di una vita, I miei racconti, Un mondo perduto e Terre alte.

Walter Bonatti e Rossana Podestà incarnano a mio avviso la storia d'amore più bella dell'alpinismo. 

Con le parole della Podestà, raccolte nel libro "Walter Bonatti, Una Vita Libera", scopriamo un Bonatti inedito e privato, che porta la propria donna a conoscere le "sue" montagne, che è conquistato dall'affetto di una grande famiglia e che trova una vera casa a Dubino pur conservando la voglia inesauribile di terre lontane.

Scrive Rossana Podestà sul loro primo incontro: "Io ammiravo, invidiavo, adoravo Walter Bonatti da sempre; la sua vita era quella che avrei voluto vivere io. Un sogno impossibile. Ma un giorno durante una conferenza stampa un giornalista mi fa la domanda più stupida del mondo: con chi sarei voluta andare su un'isola deserta. Il nome 《Walter Bonatti》 è saltato fuori dalle mie labbra naturalmente, senza ci avessi dovuto pensare. Fortuna? No. Destino? No. Caso? Sì. Sono stati 30 anni, quelli passati insieme, completamente  nostri, vissuti fino in fondo, bellissimi. 

Certo, agli inizi ero un pochino preoccupata. Walter aveva circa cinque fidanzate. Tutte, ignare una dell'altra, gli giravano intorno come mosche quando la 《sesta》, che sarei io, arriva all'improvviso, prendendo posto nel cuore di Walter ufficialmente. La situazione è davvero difficile. Lui è bravissimo a tenere a bada il suo harem - credo avesse una buona esperienza su come fare. Solo che la sesta fidanzata, che sarei sempre io, non è per niente d'accordo su come vanno le cose. È semplice risolvere il problema, basta mettere in mezzo il famoso aut-aut e la situazione si sblocca all'istante.

Detto tra noi, ve lo sareste mai immaginato da Walter? Io, mai. [...] 

In fondo, ripensandoci, era un uomo libero, divorziato, era nel suo diritto fare la sua vita, la vita di colui che non sa resistere al 《richiamo della foresta》. Walter ed io abbiamo sempre scherzato e riso molto su questo lato, che ho poi dovuti tenere al guinzaglio con mano ferma, non si sa mai.

La maniera in cui io e Walter ci siamo conosciuti potrebbe essere una buona storia per un fumetto anni '50, romantica e con un finale da sogno. [...] L'articolo uscì  e arrivò nelle mani di Walter. Dopo qualche settimana mi arrivò una sua lettera dove scriveva che sarebbe stato felicissimo di conoscermi e di portarmi sull'isola deserta. La sensazione che dava leggendola era inequivocabile: ho la valigia pronta e domani passo a prenderti. La cosa non fu poi così facile e veloce. Dopo varie telefonate di assestamento decidiamo di fare il 2 giugno alla scalinata dell'Ara Coeli a piazza Venezia. Tutti conoscono questa chiesa vicino al Campidoglio e pensavo che sarebbe stata facile per Walter trovarla. Arrivo puntuale all'appuntamento, abbastanza emozionata e comincio ad aspettare. Il tempo scorre e Walter non arriva. L'emozione sparisce e divento nervosa. Ho aspettato nel caldo circa 2 ore! Però, prima di andarmene e cancellare così l'aura di romanticismo alla Liala che aveva acceso la mia fantasia, mi è venuto in mente che dietro l'angolo c'era l'Altare della Patria e Walter è lì. La sua macchina sotto lo scalone dove può parcheggiare solo il presidente della Repubblica. Un nugolo di vigili furiosi, un carro attrezzi e un Walter disperato che da 2 ore difendeva la postazione a tutti i costi. I telefonini li stavano appena inventando. Era il 1981. Ci siamo guardati negli occhi sgranati da pollo e io senza sorridergli cerco di colpirlo nel suo amor proprio dicendogli: 《Ma che esploratore sei, se non riesci a trovare a Roma neanche l'Ara Coeli!》 Dopo pochi minuti stavamo già tubando come piccioni in amore nei giardini del Campidoglio. Mentre scrivo queste parole, il mio cuore sta diventando piccolo piccolo nel rivedere con la mente il colore dei suoi occhi, l'espressione intensa del suo viso, il suo sorriso...Da quei primi momenti sono rimasta profondamente legata a lui e lo sono ancora.

Improvvisamente la mia vita cambia."

Bonatti la porterà con sé a scalare sulle sue montagne, la catena del Monte Bianco; la Podestà dice: "In quel periodo in cui per la prima volta vedevo Walter muoversi tra le sue montagne, sentivo il legame profondo fra lui e quelle immense e spaventose masse di rocce e ghiaccio, e ho capito lo spirito che lo guidava. La montagna era qualcosa a cui lui dava la vita e a cui lui affidava la sua, di vita. La montagna non tradisce, diceva, ti dà sempre segni che tu devi captare, sentire, a modo suo ti allerta, devi solo capire. Walter disse una volta che lui tornava al Monte Bianco come un figlio torna al padre; forse in questo sentiva una sicurezza che gli è mancata nei suoi primi anni di vita. Questo suo modo di essere, per me, era bellissimo.  Il piccolo uomo - bambino e la grande montagna...l'immaginazione corre a ceecare di scoprire i loro segreti."

Tratto da "Walter Bonatti, Una Vita Libera" a cura di Rossana Podestà 


Marina Plavan: 4 volte Tor, 4 volte Gigante

Marina Plavan

Prefazione di Marina Plavan 

"Non sono niente,

non sarò mai niente,

non posso voler essere niente.

A parte questo,

ho dentro di me tutti i sogni del mondo."

- Pessoa -

Amo moltissimo questa poesia di Pessoa, e l'ho fatta mia. Penso di essere una persona semplice che ama le sue albe e i suoi tramonti, che ha cominciato a correre per colpa di due pesti che facevano atletica da ragazzine e che oggi mi sostengono, Alessia e Valentina, assieme a loro abbiamo passato momenti veramente brutti che la vita ci ha riservato.  Ed ora, quando guardo le mie mani chiuse a pugno dopo ogni viaggio, in quanto io definisco così le mie gare, sono felice, le montagne mi danno forza, serenità e pace e mi fanno incontrare sempre delle belle persone con cui fare dei pezzi di sentiero..."perche' più del sentiero conta il  passo ma piu' del passo conta il respiro e ancor più del respiro conta il sogno"...

Il racconto di Marina Plavan

Marina Plavan al Tor des Géants

di Marina Plavan

“Sei un gigante” mi hanno urlato sul Malatra’, l’ultimo colle del Tor, questo è il riassunto di ben quattro anni di sogni, di sentieri, di colli percorsi in Valle d’Aosta. E’ stato questo un TOR duro per me, cominciato in salita per problemi di stomaco che mi hanno condizionato i primi due giorni di fatica; ma conoscendo la mia caparbietà e la mia tenacia ho tenuto duro, mi sono abituata a quel “maledetto” mal di stomaco e ne sono uscita per ricominciare a macinare salite, discese e tratti pianeggianti come piace fare a me.

Ormai questo percorso posso dire di conoscerlo bene, ci sono tratti a me più congeniali e anche tratti che non mi piacciono per niente, come quelli di fondovalle.

Ho avuto la fortuna di incontrare lungo il mio cammino, persone deliziose, mi hanno fatto compagnia per lunghi o brevi tratti, in questo modo il tempo mi è trascorso più in fretta, e quante chiacchere, sempre ed unicamente rivolte a un traguardo, lo striscione di Courmayeur. Andrea, Oliviero, Raffaella e Scilla sono le persone con cui ho corso più tempo.

Tanto freddo ho patito sui primi colli, temperature rigide mai incontrate nei miei tre precedenti Tor , -8 sul Col Loson, per non parlare dell’Entrelor, caldo invece durante il giorno e neve sull’ultimo colle, il Malatra’!

E ancora una volta i premi più belli che mi sono portata a casa dal Tor sono, un tramonto indimenticabile sul Colle Vessonaz, dove mi sono seduta, ero sola con me stessa e i miei pensieri, felice di essere lì, di essere viva, ho ammirato uno spettacolo da favola e da brividi… bellissimo, una ripartenza da Ollomont un po’ problematica dove per la prima volta sono dovuti intervenire sulle vesciche dei miei piedi, dopo Ollomont sembrava di essere in un paesaggio irreale, con la nebbia padrona del fondovalle e uno spettacolo meraviglioso al di sopra il grigiore verso lo Champillon; e cosa dire della salita al Malatra’, dove essere chiamata GIGANTE mi ha fatto riempire gli occhi stanchi di lacrime, lacrime di gioia, miste a dolore, perché ancora una volta vedevo in lontananza un traguardo. E questo non è un traguardo qualunque, è un traguardo quasi sempre sofferto, un traguardo che non vorresti vedere mai perché lassù stai bene, ”In mezzo alle tue amate montagne”.

 

TOR 2014 4a donna, TOR 2015 3a donna, Tor 2016 4a donna e Tor 2017 3a donna, ora non resta che festeggiare alla grande!


Valentina Lauthier: una biondina "tutto pepe" sugli 8000

Valentina ed io sul Breithorn Centrale (4159m)

Ho conosciuto Valentina la prima volta sul Breithorn, e da lì non ci siamo più lasciate...ne seguiranno tanti altri, fino alla traversata dal Centrale all'Occidentale questa estate con gli sci.

Una grandissima Amica e Donna in un corpo minuto (quando si dice che nella botte piccola ci sta il vino buono, eh eh!). 

Non lasciatevi ingannare da questa biondina "tutto pepe": dal cuore grande e pieno di coraggio, con una forza straordinaria e un corpo da atleta, ha scalato montagne in giro per il mondo fino agli Ottomila e partecipato a gare blasonate come il Trofeo Mezzalama e la Patrouille Des Glaciers.

Ah, dimenticavo: nella vita è una bravissima insegnante e mamma. 

Questa è la sua storia...

Cho Oyu (8201 metri): "mi sa che l'ho fatta grossa!"

Valentina Lauthier

di Valentina Lauthier

Una tranquilla mattina a scuola...uno sguardo al cellulare (lo so non si dovrebbe fare ma solo una sbirciatina)...la mia amica Mary ("coinquilina" di Breithorn) mi chiama a rapporto per una proposta "quasi indecente": un articoletto per il suo blog. Ebbene, eccomi qua a ripercorrere con voi un pezzo di vita!

Ho iniziato a sciare da piccolina più per compiacere i miei genitori che per mio divertimento. Poi, crescendo, le cose mi sono un po' sfuggite di mano e ho fatto dello sport di montagna un punto di riferimento della mia vita. Ho sempre voluto vedere "oltre", cosí ho iniziato a muovere i primi passi su montagne alte: 5000, 6000 e 7000 metri (Lenin poi Muzthag Ata con gli sci) per arrivare a quello che era il mio grande sogno: il Cho Oyu ( 8201 metri).

È stata un'avventura incredibile: il viaggio, l'avvicinamento e finalmente la montagna. Si inizia a salire: campo 1,2,3, il campo 4 intorno ai 7400 metri. C'è tanta, troppa neve e io sono incosciente,  cosí convinco Thirtha (nostro aiuto è portatore giovane e scalpitante anche lui) a tentare con me la cima. Partiamo di buon passo facendoci traccia nella neve. Giunti a circa 8000, provochiamo il distacco di un'enorme valanga che ci travolge e ci trascina verso il basso. A questo punto non ricordo piú nulla se non una sensazione di freddo...mi sa che l'ho combinata grossa! Mi ritrovo tremante nella neve, non mi reggo in piedi e non vedo nulla. Non so dove sono, voglio scendere ma non so come fare! Voglio andare a casa mia. Decido allora di farmi scivolare sul sedere per abbassarmi di quota e a un certo punto sbatto contro qualcosa: è una tenda, perfetto! "Qualcuno passerá e mi troverá", penso. Sono al campo 3. I miei compagni mi cercano piú in alto: recuperano Thirtha un po' barcollante ma indenne e proseguono nelle ricerche ma invano; scendono dopo aver fotografato la slavina (per i miei genitori) e arrivano al campo 3 dove mi trovano in tenda. Sorpresa! Alla fine non mi sono fatta nulla se non un grande spavento. Mi calano fino al campo 1 poi ho ripreso a camminare da sola. 

Passa un po' di tempo e nel frattempo corono il mio sogno di salire su un 8000: il Gasherbrum 2. Siamo io e Giulio...ma il Cho Oyu è sempre lí e decido di riprovarci.

Convinco Angel un caro amico di Barcellona e ci prepariamo per la nostra avventura e volare a Kathmandu. Campo 1 e 2 poi Angel sta male per un principio di edema e scende. Decido di continuare da sola; al campo 3 ci sono due spedizioni pronte a partire per la cima e io mi aggrego. Si parte. Sto molto bene ma fa freddo e i miei piedini (ho il 34 di piede) iniziano ad andare in sofferenza. Non li sento piú ma continuo e arrivo in cima. Sono felice ma devo scendere in fretta. A campo 3 tolgo gli scarponi : i piedi sono neri. Scendo a campo base avanzato poi a dorso di yak raggiungo la strada. A Tingri un fuoristrada ci riporta a Kathmandu, rientro in Italia poi subito a Chamonix dove mi amputano tre dita per parte...vabbè niente piú smalto sulle unghie!

Ma la vita continua e il richiamo della montagna è sempre molto forte: altre cime alte, una Aconcagua da sola e in giornata, tanti giri con le pelli di foca, qualche gara lunga e molti bei ricordi, come l'ultimo Mezzalama, capitato per caso, con due splendidi soci conosciuti.

Bellissimo, come anche tornare a scuola e trovare i miei cuccioli che mi aspettano con i loro disegni. 

Adesso si riparte! Sempre con Jean e Pippo, il "trio Medusa" pronto per una nuova PDG (Patrouille Des Glaciers), la mia terza e poi chissà. Ancora tanti progetti...Concludo per chi frequenta il breithorn in estate, io sono la piccoletta biondina sempre sugli sci. Arrivederci dunque! ;-)


Orestes Hütte: un rifugio ecosostenibile e vegetariano sul Monte Rosa

L'Orestes Hütte nasce dal sogno di due montanari. Montanari non solo perchè nati e cresciuti a Gressoney negli anni '40, ma soprattutto perchè sono due grandi alpinisti per cui la montagna è maestra di vita e di cui hanno profondo rispetto. Conoscono quasi ogni roccia della loro montagna, il Monte Rosa. Proprio ai suoi piedi hanno scelto il luogo dove costruire il loro rifugio: la conca di Indren. 2600m di quota, la sorgente della Salza fornisce l'acqua potabile, il torrente di Indren alimenta la centralina idroelettrica, la Pyramide Vincent si staglia maestosa contro il cielo. L'Orestes Hütte è un luogo di pace dove sentire forte la presenza della natura e lasciarsi avvolgere da essa.

È certamente uno dei miei rifugi preferiti ai piedi del MONTE ROSA, nel cuore del comprensorio sciistico MONTEROSA SKI a GRESSONEY. Meta ideale per gli appassionati di SCIALPINISMO, SCI FUORIPISTA e CIASPOLE in inverno, TREKKERS, ESCURSIONISTI ED ALPINISTI d’estate.

Cucina vegetariana/vegana

-Fa che il cibo sia la tua medicina e che la tua medicina sia il cibo.- Ippocrate.

Il rifugio ha deciso di acquistare materie prime per la maggior parte biologiche, di utilizzare quasi esclusivmente farine integrali e zucchero di canna alternato a sciroppo d'agave o miele a crudo, non usa monoglutammati e la friggitrice non è mai entrata nella sua cucina. "Il cibo raffinato sazia, ma senza nutrire", dicono. Il cibo nutriente fa sentire soddisfatti e pieni di energia a lungo senza appesantire. Cosa c'è di meglio per prepararsi a giornate di attività all'aria aperta? Al bancone del bar potete trovare una vasta scelta di prodotti biologici oltre che biscotti e dolci fatti in casa. Una bella cioccolata calda fatta fondendo del vero cioccolato nel latte (da provare anche nel latte vegetale o in acqua) oppure un buon tè. Potete scegliere tra una vasta scelta in bustina oppure tra quelli sfusi selezionati personalmente da Oli Meier, proprietario di Bohea Teehandlung a Berlino. Il menù del pranzo varia di giorno in giorno e solitamente potete trovare la foocaccia integrale servita con fontina o accompagnata da qualche salsina vegan, una zuppa o una vellutata, un piatto di pasta, qualche secondo a base di formaggio, uova o vegan, oltre che gli immancabili dolci (da provare quelli vegani crudisti!). Sono attenti ad allergie e intolleranze cercando di venire incontro a tutte le esigenze. La cena viene servita alle 19, è compresa nella mezza pensione con l'acqua ed è vegetariana. A colazione il buffet è vario: una scelta di cereali, frutta secca, noci e semi, pane fatto in casa, marmellata, miele e burro, yogurt, yogurt di soia, formaggio ,frutta, succo di mela biologico, latte e latte vegetale. Tra i maggiori fornitori: Fior di loto (sabadì, plose, yogi tea e tanto altro), Biostocki, Biolog, Frutti del sole, Pasta d'Alba e Bohea Teehandlung.

Yoga & Massaggi

La piccola yoga-shala è fornita con tutto il necessario per la pratica ed è a disposizione degli ospiti del rifugio. Due insegnanti certificati 500h yoga alliance sono disponibili per lezioni multilivello private o di gruppo. Ci si può accordare direttamente in rifugio per ricevere massaggi sportivi, rilassanti o hot stone.

Eco-sostenibilità

La crescente e diffusa presa di coscienza del cambiamento climatico in atto nonché l’attitudine tipicamente Walser a valorizzare la scarsità di risorse naturali hanno determinato una progettazione e una gestione dell’Orestes Hütte attenta al risparmio energetico e alla risoluzione efficiente delle problematiche in materia ambientale.

La mascotte é il gattone mainecoon di nome Chatuchack, come il mercato di Bangkok, datogli dai simpaticissimi gestori americani...Consigliato SI

👉 Contatti

Marta & Emil Squinobal

Loc. Z'Indra (Monte Rosa) Gressoney la Trinité (AO) 11020

 +39 0125 19 25 484

http://www.oresteshuette.eu


Ninì Pietrasanta

Locandina del film "Ninì"

La storia della prima alpinista italiana e di una grande storia d'amore

Una irresistibile voglia di scalare montagne. Fu questa la vita di Ninì, vezzeggiativo del serioso pentanome Ortensia Ambrogina Adelaide Carlotta Aideé. Ninì Pietrasanta, nata nel 1909 in Francia, a Bois-Colombes, dove il padre Riccardo, docente alla Bocconi, si trovava per lavoro, interpretò la sua lunga vita (morì ad Arese nel 2000) come una continua arrampicata, divenendo negli anni Trenta una stella dell’alpinismo estremo italiano.

Primeggiare era il suo impulso: prima italiana, insieme con la napoletana Mary Varale, a cimentarsi in una specialità fin lì riservata agli uomini; tra le primissime a guidare una Balilla; la prima a praticare una sorta di rudimentale sci d’acqua lungo il Naviglio Grande; la prima a portare nel sesto grado una cinepresa da 16 mm e una piccola fotocamera, con le quali minuziosamente documentava grandi imprese e vita quotidiana in alta montagna. La storia di Ninì Pietrasanta non si esaurisce però in un elenco di primati: contiene anche pagine di romanticismo, tragedia e stoicismo, che ne fanno una delle figure più forti e avventurose del Novecento. Persa la madre in tenera età, Ninì viene a vivere a Milano col padre, che la inserisce nell’alta borghesia e la educa a una libertà inimmaginabile per una ragazza dell’epoca. Comincia le ascese con le guide Giuseppe Chiara e Tita Piaz, affrontando vette sempre più impegnative: la Punta Thurwieser attraverso la cresta sud; poi, nel 1929, la nord del Lyskamm Orientale, che è la vetta più alta del Lyskamm nel massiccio del Monte Rosa (prima ascensione femminile dopo la storica maschile del 1861); il versante nord del Corno Bianco. L’ambiente alpinistico si accorge di lei e le dedica ammirata attenzione. Così la descrive l’editoriale Lo  Scarpone, organo ufficiale del Club Alpino Italiano: «Una gentile fanciulla che difende la propria passione nei confronti di un’opposta tendenza che vorrebbe vedere la donna vera solo sotto l’aspetto di un fiorellino ovattato, privo di energie e di colore, e senza un carattere e una proprio personalità».

Nell'estate del 1932, l’incontro della vita. Avviene a Chamonix, dove il torinese Gabriele Boccalatte, conosciuto come valente pianista nonché forte scalatore, scivola durante una scalata e si ferisce. Viene curato da Ninì, che da poco ha conseguito (anche questo…) il diploma di infermiera. Insomma, scocca l’amore. Pietrasanta e Boccalatte per alcuni anni formano una formidabile coppia sportiva: conquistano la parete ovest dell’Aiguille Noire de Peuterey, tra le più belle del versante italiano del Bianco, aprono nuove vie, ripetono ardite ascensioni. Il 28 agosto 1936, scalano il pilone nord-est del Mont Blanc du Tacul, che prende il nome di Gabriele Boccalatte (c’è anche un Pointe Ninì altrove) e fa meritare ai due la medaglia d’oro al valore atletico. Sarà la loro ultima scalata compiuta in coppia. Il 28 ottobre si sposano, e nel 1937 hanno un bimbo: Lorenzo. Un anno dopo, Boccalatte tenta, insieme con Mario Piolti, un nuovo percorso sulla parete sud dell’Aiguille de Triolet. È il 24 agosto 1938: i due alpinisti precipitano rovinosamente, e i loro corpi vengono ritrovati dopo qualche giorno ai piedi del ghiacciaio delle Grandes Jorasses, il cui rifugio porta oggi i loro nomi. Ninì, spezzata dal dolore, sentendosene tradita, volta le spalle alla montagna e chiude definitivamente con corde e piccozze, dedicandosi al solo piccolo Lorenzo e decidendo di non raccontargli mai nulla della passione sua e di Gabriele per la montagna: nulla dei successi, nulla delle tante imprese. Lorenzo, così, diventa uomo sapendo soltanto che il padre era un eccellente pianista.

Tutto questo, finché non trova la verità della storia dei suoi genitori in una sterminata documentazione conservata da Ninì in un armadio nella sua casa ad Arese: 2.400 fotografie meticolosamente catalogate, diari delle scalate, appunti, spezzoni delle pellicole in 16 mm girate tra il 1932 e il 1936. Un fondo culturale di straordinaria importanza per inquadrare l’alpinismo italiano della prima parte del Novecento. Il materiale, insieme con quanto scritto dalla stessa Ninì soprattutto inPellegrina delle Alpi (1934, Vallardi) concorre nel 2014 alla lavorazione del pluripremiato documentario Ninì per la regia di Gigi Giustiniani e Raffaele Rezzonico. D’altronde, a pensarci, forse mai come per Ninì Pietrasanta, una vita fu come un film.

Trailer del film "Ninì"


La Guida Alpina: una Vita per la Montagna

Barbara ed io alla Capanna Margherita (4556m)

Domenica: giornata da dedicare ai nostri amati monti e alla famiglia. 

Questa è la storia di una passione tramandata da un nonno Guida Alpina alla sua nipote mai conosciuta.

Qui sotto troverete il commovente racconto di Barbara Girod, carissima amica e compagna di cordata straordinaria, che ringrazio per averci aperto tutto il suo cuore. 

Un grandissimo abbraccio a lei e alla sua mamma Viviana, che mi ha offerto a casa il caffè più buono di Gressoney...

Buona lettura!

 

Barbara Girod, la nostra bellissima narratrice

di Barbara Girod

Ho parlato a Marina di mio nonno una notte in rifugio e alla sua domanda “Ti andrebbe di raccontare la storia di tuo Nonno ai lettori del mio blog?” devo dire che per me parlare di Lui è sempre una emozione forte e lo sento un po’ più vicino.

Non ho mai conosciuto mio Nonno Remo, è morto sul Castore, il 19 luglio del 1970, accompagnando dei clienti come Guida Alpina. Quel giorno d’estate ha segnato la storia della mia famiglia, mia mamma, Vivi, aveva solo 11 anni e aspettava il suo Papà che purtroppo non è mai tornato.

Tutto quello che so di mio nonno l’ho sentito dai racconti di mia mamma,  erano le storie della Buonanotte: le loro giornate al lago verde, lui che la fotografava alle gare di pattinaggio, giornate da fiaba tra un papà e la sua bambina.

Mio nonno adorava la fotografia  e quindi la sua vita e quella di mia mamma bambina, sono impresse in bianco e nero, nelle migliaia di fotografie che ha scattato, compreso quel 19 luglio.

Da piccina ero affascinata dalle foto che faceva a mia mamma, ai cortometraggi sulla natura, non sfogliavo mai gli album di alta Montagna, meno interessanti agli occhi di un bambino.

Mia mamma non parla mai della passione del Nonno per le alte cime e non ha mai voluto che io mi avvicinassi anche solo al sentiero dietro casa, figuriamoci al Ghiacciaio.

Però come spesso accade, le passioni si tramandano segretamente nel DNA.

Mia mamma ed io, 5 anni fa, abbiamo rimesso in funzione il proiettore e guardato centinaia di diapositive che non avevo mai visto. Sono rimasta meravigliata in quanto in moltissimi scatti ho rivisto le mie stesse fotografie:  molte diapositive sono identiche, hanno la stessa presa di scatto, quindi in qualche modo, senza saperlo ho ripercorro i suoi stessi passi, dove si fermava lui mi sono fermata io… 40 anni dopo…

Un archivio incredibile, di tutte le sue uscite in montagna: dal Cervino alla Dufour, dal Bianco al Gran Paradiso e migliaia di immagini di Gressoney e del Monte Rosa.

Nel 1971 è stato costruito in sua memoria il Bivacco Remo Passera all’Altaluce, un luogo meraviglioso dove semnbra di toccare il Rosa volando sulla valle perduta. Il bivacco è stato spazzato via da una bufera nel 1983, intorno a questa faccenda ho raccolto tanti pareri e qualche mistero.   

Se continuassi potrei scrivere per giorni, e un blog non consente di farlo, ma se passate sul Castore sotto alle Roccette della parete ovest, trovate una placca a lui dedicata, un saluto e un pensiero ad un nonno speciale.

 A te, Nonno

http://www.vdamonamour.it/2015/03/eredita-del-nonno/


Il Gatto del Cervino

Il Gatto del Cervino

Questa storia vera è tratta da un racconto di Marco Pellissier.

Tra le tante particolarità del Cervino c'è anche quella di una particolare conquista ma questa volta si tratta di un Gatto che più di 60 anni fa ha voluto conquistare la vetta della "Gran Becca". Era il 26 luglio del 1955 quando due guide di Cervinia, i fratelli Jean e Daniele Pellissier raggiungono la vetta della montagna con i loro rispettivi clienti. Stupore dei quattro e un miagolio risuona nella maestosità della cima come un grido di "aiuto". Minuti di silenzio ma il miagolio continua.

Ad onor del vero già il giorno precedente Daniele aveva udito un lamento di gatto tanto che Jean - dice in patois “qui c'è un gatto che miagola”. Per tutta risposta e con carattere un po’ burbero e secco come era il ‘diavolo del Cervino’ sottolinea, sempre in patois per non farsi capire dai clienti, ”Ma dove pensi di essere... qui non si sentono le voci come Achille Compagnoni sul K2".

Dopo aver consumato il solito spuntino e dalla borraccia delle guide il sorso di tè e vino si inizia la discesa verso il campo base il Rifugio Oriondè. Una discesa veloce, ed eccoli ai piedi della grande montagna, il saluto ai clienti e poi via in rifugio per incontrare altri scalatori. Si perché Jean non era dei più comunicativi, non amava la pubblicità e i racconti sulla montagna li lasciava fare ad altri. Alle due del mattino, del giorno seguente, sveglia ai nuovi clienti e via di nuovo sui passi del Cervino.

La montagna è in ottime condizioni e veloci come la brezza mattutina, o come uno stambecco scalpitante, ecco riconquistare la vetta. Stupore delle due cordate quando Jean esclama “Daniele avevi ragione c'è proprio un gatto che miagola”. Un abbraccio con i clienti, un bacio alla croce, uno sguardo all'Infinito e il silenzio è rotto dalla voce di Jean che sa di comando” Daniele stai qui con i clienti, assicurali alla croce e io scendo verso la Furggen e la Est voglio trovare il gatto”. Bastano pochi passi per Jean per individuare in una cengia un gatto bianco e nero, infreddolito ed affamato. Un semplice gesto e l'animale intuisce l'aiuto e balza sullo stomaco della guida, che torna sui passi e in vetta rifocilla il mitico gatto con tè e biscotti. Viene poi sistemato nello zaino di Daniele, il suo vero salvatore e giù verso il rifugio Oriondè.

Qui le sorelle Adolfina e Maria Maquignaz, gestori del rifugio, adottano temporaneamente il nuovo eroe del Cervino, mentre Jean e Daniele si preparano per un altra salita alla Becca. La voce del ritrovamento di un gatto in vetta al Cervino fa velocemente il giro delle vallate della Gran Becca. Dal rifugio Hörnli, sul versante svizzero, sarà la cuoca a reclamarne la proprietà a Jean. La guida ne conferma il ritrovamento ma non saprà dove sia finito.

Un giorno il gatto muore ma eccolo riapparire, imbalsamato, a far bella vista di se, come un eroe, nella teca dell'Hotel Punta Maquignaz a Cervinia, degno di continuare la sua storia, conservato gelosamente, da Aimè Maquignaz, il Cacciatore della libertà.


Il fantasma del Cervino

Il fantasma del Cervino, "lo spettro di Brocken"

La prima salita del Cervino (1865) è forse una delle più appassionanti corse alla vetta di tutta la storia dell'alpinismo, con due straordinari protagonisti che hanno fatto di tutto per superarsi ed arrivare per primi sulla cima del "più nobile scoglio d'Europa".

L'italiano Jean-Antoine Carrel e l'inglese Edward Whymper. La storia ci dice che Whymper vinse la sfida, ma ad un prezzo molto alto.

Dopo svariati tentativi, Whymper vi trovò un gruppo di compatrioti: Lord Douglas, Hadow, ed il reverendo Hudson, accompagnati da tre guide: Taugwalder padre e figlio, e Michel Croz. I sette formarono una cordata unica, che il 13 luglio 1865 attaccò la salita per quella che è oggi la via normale svizzera. Dopo aver pernottato all'aperto, i sette ripartirono il mattino dopo ed arrivarono in vetta alle 13.40 del 14 luglio. Dalla vetta, videro la squadra italiana guidata da Carrel, che si trovava alcune centinaia di metri più in basso; visti i britannici in vetta, gli italiani si ritirarono.

La discesa fu funestata da un gravissimo incidente. I sette erano tutti legati insieme, su un passaggio non particolarmente difficile ma Hadow scivolò e cadde addosso a Croz, che perse l'equilibrio; i due caddero per il precipizio sul versante svizzero, trascinando prima Hudson, poi Douglas. A questo punto, la corda tra Douglas e Taugwalder padre si spezzò, ed i tre superstiti videro i quattro compagni precipitare per oltre 1000 metri verso il sottostante ghiacciaio del Matterhorn. I due Taugwalder e Whymper riuscirono a rientrare in serata a Zermatt, dove diedero la triste notizia. Il 16 luglio una squadra di ricerca trovò le salme dei caduti, tranne quella di Lord Douglas. Fu la prima grande tragedia dell'alpinismo moderno ed ebbe notevole eco nell'opinione pubblica.

Nei giorni seguenti Whymper riferì che dopo la caduta dei compagni ebbe una visione, vide le loro ombre, forse i loro spettri, apparire appena oltre lo sperone di roccia che delimita la cresta della montagna, galleggiare nel vuoto. Questo racconto Whymper lo riportò anche nei suoi scritti e da sempre è associato alla storia della prima ascensione del Cervino.

Ovviamente molte persone liquidarono la faccenda attribuendo la colpa al forte impatto emotivo provato nel vedere i compagni precipitare nel vuoto, oggi però la scienza potrebbe avvalorare le storia di Whymper.

Molto probabilmente quello che Whymper stava vedendo altro non era che lo "Spettro di Brocken", noto anche come “Arco di Brocken”: fenomeno ottico che si manifesta talvolta in montagna in concomitanza di diversi fattori. Lo Spettro di Brocken prende il nome dal monte Brocken (o Blocksberg), una vetta di 1.142 metri delle montagne dell’Harz, nel cuore della Germania. Questa cima infatti, è spesso avvolta nella foschia e nella nebbia, e presenta evidentemente di frequente le condizioni necessarie al manifestarsi del fenomeno. Forse anche per questo è stata a lungo associata a storie di streghe e di diavolerie, tanto da essere menzionata persino nel Faust di Goethe.

Lo Spettro o Arco di Brocken si manifesta con una “gloria”, ovvero un arcobaleno a forma di aureola che si staglia attorno al centro di una figura, un’ombra. Perché si verifichi il fenomeno ottico è necessario essere situati al di sopra di un banco di nubi: sopra di noi il cielo limpido e il sole alle spalle e basso, che proietti la nostra ombra sulla nebbia. La formazione della “gloria”, come un qualsiasi arcobaleno, è dovuta alla diffrazione della luce solare ad opera delle gocce d’acqua.

Molti altri alpinisti nel tempo continuarono e continuano a vedere il fantasma del Cervino, che è vero avere una spiegazione scientifica…ma non pensate anche voi che esiste anche un mondo magico attorno a noi?


Cervino (4478 metri)

Vetta del Cervino o Matterhorn (4478m)

"Il Cervino, oltre che di pietra, è fatto di emozioni; le emozioni di tutte le persone che hanno avuto l'occasione di legarsi a lui, un legame fatto di desiderio, di piacere, a volte anche di dolore e sconforto. È la montagna che più di tutte ha ispirato alpinisti, scrittori, poeti, artisti, politici, pittori...è sempre capace di donare delle emozioni ad ognuno di noi. Ogni volta che scalo la Gran Becca sento tutta la sua potenza, tutta la sua storia, tutta la sua sacralità. È a mio avviso la montagna che incarna il viaggio emozionale perfetto. Sono contento di poter trasmettere questo spirito a tutte le persone che accompagno, legati dalla stessa corda." (Gérard Ottavio, Aosta 7/12/1976-6/10/2016)

Perché amo la montagna? Perché per me la Montagna é Libertà, che significa essere liberi di scegliere i propri legami. Io, come scriveva Gérard prima della sua troppo prematura scomparsa, ho scelto di legare la mia vita ai monti e al Cervino.

Ho scalato il Cervino il 7 agosto 2016 e le emozioni, che ho provato quando ho toccato quella croce "là dove ridono e cantano gli angeli", sono indescrivibili. Erano le 17, quando sono arrivata in punta, ma il tempo sembrava essersi fermato: «Come ipnotizzato stendo le braccia alla croce finché sento stretto al mio petto il suo corpo metallico. Allora mi si piegano le ginocchia e piango» (W.Bonatti). Visto l'orario anomalo, ero da sola in vetta al Cervino a godere di quel silenzio, della croce e del panorama mozzafiato, ascoltando solo i battiti accellerati del mio cuore, sciolto in lacrime di felicità.

Voglio lasciarvi qualche curiosità sul Cervino, che ho scalato dalla Cresta del Leone fino in punta alla vetta italiana, che è 2 metri più bassa di quella svizzera. Sono stata molto fortunata perché il Cervino mi ha concesso la sua conquista al primo tentativo, nonostante la neve caduta due giorni innanzi, cogliendo di sorpresa due inglesi che purtroppo non sono sopravvissuti. 

Il Cervino con i suoi 4478 metri é la terza vetta più alta d'Europa. Il toponimo italiano deriva da quello francese Servin (dal latino silvanus cioè "boscoso") ma poi erroneamente trascritto come Cervin. Per gli svizzeri è il Matterhorn ma é la Gran Becca per gli abitanti della Valtournenche.

La via italiana fu aperta da Jean-Antoine Carrel (la cui croce si trova proprio poco al di sopra del Rifugio Duca degli Abruzzi Oriondé) il 17 luglio 1865, preceduto da Edward Whymper nella prima ascensione dal versante svizzero il 14 luglio ma la cui discesa fu funestata da una grande tragedia. 

Walter Bonatti - sono le 15,15 del 22 febbraio 1965, quando Bonatti mette piede sulla vetta del Cervino dopo 4 giorni di scalata solitaria a 30 gradi sotto zero nel cuore della parete nord. A soli 35 anni ha deciso di abbandonare l’alpinismo estremo e, per la sua uscita di scena, ha scelto lo «scoglio più nobile d’Europa», come aveva ribattezzato la Gran Becca il pittore inglese John Ruskin (1819-1900), affascinato dalla sua perfetta forma piramidale. Bonatti realizza un triplo record: prima solitaria sulla parete nord, nella stagione più dura (l’inverno) e per una via nuova. 

Kilian Jornet Burgada - il 21 agosto 2013 batte il record di velocità (salita e discesa) dalla via italiana di Bruno Brunod impiegando 2h 52' 02". 

Hervé Barmasse - il 13 marzo 2014 effettua il primo concatenamento invernale delle quattro creste del Cervino in solitaria, salendo prima per la Cresta di Furggen e scendendo per la Cresta Hörnli, per poi risalire dalla Cresta di Zmutt e ridiscendere dalla Cresta del Leone in 17 ore.


Montagna pulita

Cordillera Huayuash, Ande (Perù)

Stasera sono proprio stanca ma prima di svenire tra le braccia di Morfeo, non posso non scrivervi ancora di uno di alcuni temi riguardanti la montagna, che mi stanno più a cuore. Da grande amante della natura, desidero parlarvi di montagna pulita. 

Ho creato questa pagina per trattare in maniera critica e dialogica anche di altri argomenti, che vi anticipo e da cui sono certa scaturirà un dibattito vivace ed acceso: ad esempio, di montagna accessibile, di montagna assassina, della filosofia dell'alpinismo moderno e dello skyrunning/skyrace, nonché di nuove attrezzature e tecnologie, e molto altro ancora...

Negli ultimi anni la montagna è sempre più frequentata sia in estate che in inverno, vuoi per moda e vuoi per una più facile accessibilità. Ormai giustifico con l'ignoranza (nel senso buono di "ignorare", ovvero non conoscere) e la non curanza delle persone il fatto di vedere sempre più spesso cartacce, involucri di barrette, bottigliette di plastica o di vetro ed ogni genere di pattume lasciato in vetta, su ghiacciaio e nei boschi. Che sofferenza per me...non riesco a non trasformarmi subito in una netturbina montanara!

Spesso mi succede di farlo anche in gara...tanto nel mio caso non saranno quei secondi, in cui mi fermo a raccogliere la spazzatura altrui e metterla nello zaino, a cambiare il risultato  (ma, anche se fosse, lo farei ugualmente perchè vorrei che chi vi partecipasse fosse un amante di montagna prima di essere un atleta...il che avrebbe anche più senso se decidi di praticare uno sport di montagna)! Non mi raccontare che un involucro alleggerito del suo contenuto e che ti sei portato dietro fino a quel momento ti pesa, oppure ti costa fatica (in tal caso, rivedi la tua tabella di allenamento) ed è una perdita di tempo (vedi lo stesso consiglio dato prima) infilarlo nello zaino per poi buttarlo dopo! Scusate se mi scaldo un po' troppo...apprezzo moltissimo infatti quelle gare come la marathon des sables, nella quale la perdita di un solo tappino della bottiglietta di acqua costa una penalità di tempo al partecipante.

Per non parlare degli schiamazzi che spaventano gli animali, la raccolta di vegetazione a caso o l'inseguimento di una povera bestiola solo per farle una foto...che poi mi viene da pensare con un filo di cattiveria che siano le stesse persone che non controllano il meteo o che non ascoltano i messaggi della montagna. Ma qui mi sto allargando troppo...

La montagna, che noi amiamo, ci ricambia con paesaggi incantati e momenti magici e ci vuole davvero poco per rispettarla

...Che cosa ne dite, ci proviamo tutti insieme?

Buona notte, vostra Marina