Everest e Tempi Moderni: Fast and Furious.

Si sa. Il problema dei giorni nostri è il tempo. O meglio. La mancanza di tempo.

Siamo tutti in faccende affacendati, anche quando non abbiamo nulla da fare. Fare o non fare, dobbiamo fare i conti con i ritmi frenetici che rischiano di sfociare in stress e gesti ossessivo-compulsivi come il controllo dello smartphone. Basti pensare che in media controlliamo il nostro cellulare dalle 150 alle 200 volte al giorno e trascorriamo (a dispetto di quanto sosteniamo, cioè di essere sempre di corsa e non avere il tempo per fare tutto quello che vorremmo) mediamente 2 ore e mezza al giorno su internet tra whatsapp e social network. Eppure, il "tempo è denaro" e, per i più facoltosi, il detto è ancora più valido perchè il tempo lo si può comprare.

E torniamo sull'Everest. Che cosa c'entra con quanto stiamo dicendo? C'entra, c'entra eccome.

Perchè da quest'anno esiste la spedizione “Flash”, offerta da Furtenbachs Adventures, una agenzia austriaca che equipaggia i suoi clienti di alcune tende ipossiche da alta quota da simulazione, che devono appendere ai loro letti a casa per abituarsi in sei settimane a dormirvi prima della partenza. Teoricamente queste tende, nelle quali i livelli di ossigeno sono ridotti, stimolano la produzione di globuli rossi nel sangue, riducendo il numero di giorni di riposo e le scalate di acclimatamento (dette anche rotazioni di acclimatamento), indispensabili ad alta quota.

Se complessivamente nel 1953 alla spedizione occorsero quasi cinque mesi, se oggi la maggior parte delle spedizioni sul monte Everest richiedono circa 65 giorni, la spedizione andata e ritorno di Flash di Furtenbach è programmata per durare 28 giorni (e, grazie alle circostanze, il tempo buono ha permesso a tutti i membri della spedizione di ultimare l'intero tragitto in 23 giorni). L'unico trucco sta nel prezzo - la spedizione Flash sull'Everest costa 110.000 dollari - ma Furtenbach è un'agenzia che rivolge i propri servizi a chi è interessato al fiorente mercato delle spedizioni di lusso sul tetto del mondo. Mentre l'agenzia sta moltiplicando i suoi sforzi per mettere l'Everest alla portata di un'ampia gamma di dirigenti in vacanza con sempre poco tempo a disposizione, altre agenzie aggiungono comfort che di solito si trovano nei campi dei safari di lusso.
Insomma, oggi la vetta di 8848 metri rappresenta il top non più dell'esplorazione, ma del settore commerciale dei viaggi d'avventura. A renderlo sempre più sicuro sono le previsioni del tempo sempre più accurate, un equipaggiamento migliore, itinerari diversi e abbondante ossigeno in bombola, e così pure la sparizione del famigerato Hillary Step, la parete rocciosa scomparsa probabilmente in conseguenza del terremoto del 2015 e diventata oggi un pendio poco erto. Gli scalatori più facoltosi, che in passato avrebbero rinunciato a una scalata più impegnativa o a una spedizione più lunga, oggi aggiungono l'Everest al loro elenco di mete che desiderano raggiungere nel corso della loro vita. Nella stagione delle scalate primaverili di quest'anno, che si è conclusa alla fine di maggio, hanno raggiunto la vetta dell'Everest più di 700 persone, un record assoluto. Una spedizione ha lasciato proprio in cima alcuni gettoni di criptovaluta come pubblicità; un'altra vi ha depositato una statua di un ex re nepalese.

L'operatore nepalese Seven Summit Trek afferma sul suo sito web che il servizio “VVIP” a 130.000 dollari "all inclusive" è destinato a coloro che “vogliono sperimentare che cosa si provi sul punto più alto del pianeta, avendo a disposizione un solido backgroundeconomico in grado di compensare l'età matura, condizioni fisiche non proprio ottimali o la paura dei pericoli”. Forse, nella traduzione è andato perduto qualcosa del testo preparato dal gruppo nepalese, ma l'idea che l'Everest sia diventato una meta che anche i più facoltosi non in forma e anziani possono permettersi di raggiungere solleva non pochi interrogativi sul rispetto che si ha per la montagna più alta del mondo. “Stanno ridefinendo da zero il concetto di lusso sull'Everest. Ma tutto ciò non ha assolutamente senso dal punto di vista dell'alpinismo” dice Ed Douglas, scalatore britannico e direttore dell'“Alpine Journal”. “Arrivare in vetta è sicuramente una straordinaria conquista a livello personale, ma se uno naviga nell'oro, in genere una soluzione per farcela la trova in ogni modo”.

Kenton Cool, una guida britannica che è arrivato in vetta all'Everest con alcuni clienti per la tredicesima volta quest'anno, è sbigottito dall'inesperienza che vede nella “Death Zone”, la cosiddetta zona della morte sopra gli Ottomila metri. “Spesso mi accorgo di persone che non hanno mai indossato un rampone in vita loro e mi viene spontaneo chiedermi: ‘Dio mio, ma se io entrassi nel tuo consiglio di amministrazione senza la minima esperienza, non mi rideresti dietro? Che cosa ti fa pensare che la tua sia una buona idea?'”.

C'è da chiedersi dove siano finiti l'amore ed il rispetto per la Montagna e la natura, ma anche il gusto della fatica e della conquista. Siamo talmente assillati dall'orologio e stressati dal tempo, che non siamo più capaci di dedicarlo né a chi né a cosa realmente ci interessa. In Montagna così come nella Vita, non è forse non la destinazione ma il viaggio che conta? Quello che ti insegna l'umiltà, ti fa gustare la fatica e commuovere di felicità in Vetta? O lassù siamo troppo presi a guardare l'orologio?


"Everest" da record: la montagna più alta, inquinata e contestata del mondo

Monte Everest (8848m)

Recentemente si sono commemorati i 40 anni dalla prima ascensione senza ossigeno supplementare da parte di Reinhold Messner e Peter Habeler sul tetto del mondo (8 maggio 1978). L'Everest detiene molteplici record: quelli legati all'altezza e alle imprese alpinistiche ma non solo, aprendo accesi dibattiti alpinistici sui temi della montagna "pulita" e "accessibile" a tutti (coloro che pagano), oltre a sollevare critiche sulla scalata in stile "himalayano" con l'ausilio bombole di ossigeno da parte dei più puristi, promotori di una scalata in stile "alpino". È di qualche giorno fa il post pubblicato sui social network da Hervé Barmasse, che scrive: "Lo strano caso dell’Everest. A 40 anni dalla prima salita senza ossigeno di R. Messner e P. Habeler più di 750 persone in vetta... Ma tutte con OSSIGENO. La tecnologia è migliorata, l’alpinismo e l’uomo no. Ma si assicuri che poi la montagna rimanga pulita. E non parlo come profeta. Io ho sbagliato prima degli altri. Ma si può sempre cambiare e migliorare. E soprattutto lottare perché le cose cambino. Ma poi rimane un fatto scientificamente provato... chi lo dice a quelli che usano le bombole quando arrivano sul tetto del mondo non sono più a 8848 metri, bensì ad una quota variabile tra i 6500 e i 7000? "

La conquista della vetta più alta del mondo

Il 29 maggio 1953 il neozelandese Edmund Hillary e lo sherpa nepalese Tenzing Norgay, raggiunsero la vetta dell’Everest, sull'Himalaya, al confine tra Cina e Nepal. La spedizione di Hillary e Norgay, guidata dal colonnello britannico John Hunt, fu la prima a riuscire nell'impresa, salendo dal Colle Sud e raggiungendo la vetta alle 11.30 a 8.848 metri (altezza oggi discussa).

La montagna dei record

Da allora moltissime persone ci sono riuscite: sono 5.328 gli alpinisti che hanno raggiunto la cima (dati 2017), 750 solo nell'ultima stagione. Sebbene copiose siano le vittime di questa montagna (oltre 200), l'Everest è decima nella classifica delle montagne più pericolose, mentre il primato, misurato sul numero di vittime in rapporto a quello delle ascensioni, è detenuto dalla Annapurna, il cui nome in sanscrito - forse non a caso - significa "dea dell'abbondanza".

Moltissimi anche i record: Reinhold Messner fu il primo a scalare la montagna da solo senza ossigeno nel 1980. Nel 2013 l’ottantenne giapponese Yuichiro Miura è stata la persona più vecchia di sempre ad arrivare in vetta all’Everest; la più giovane, il quindicenne statunitense Jordan Romero nel 2010. Il record di salite lo detengono gli sherpa nepalesi Apa Sherpa e Phurba Tashi con 21 ascensioni, rispettivamente nel 2011 e 2013. Il record di velocità di salita con utilizzo di ossigeno è stato stabilito il 21 maggio 2004 da Pemba Dorjie Sherpa in 8 ore e 10 minuti. Nel maggio 2017, Killian Jornet Burgada ha invece conquistato il guinness di salire la montagna per due volte senza ossigeno a distanza di soli 6 giorni (il 21 maggio 2017 in 26 ore dal monastero di Rongbuk ed il 27 maggio in 17 ore dal campo base avanzato).

Secondo la tabella pubblicata sul sito http://www.8000ers.com/, solo 166 alpinisti hanno raggiunto la vetta dell'Everest senza bombole, 13 morti in discesa.

Le donne dell'Everest

La prima ascensione femminile fu compiuta il 16 maggio 1975 dalla giapponese Junko Tabei, la seconda dalla tibetana Phantog e la terza e prima europea dalla polacca Wanda Rutkiewic nel 1978. La prima donna italiana è stata la campionessa italiana di sci di fondo Manuela di Centa nel 2003. Nives Meroi, alpinista italiana, insieme al marito Romano Benet, ha scalato tutti i 14 Ottomila, senza l'ausilio di ossigeno supplementare né portatori d'alta quota, prima coppia in assoluto a riuscire nell'impresa. Ricordiamo anche Elisabeth Hawley, che, scomparsa lo scorso 26 gennaio all’età di 95 anni, ha dedicato la sua vita a monitorare le spedizioni sulle montagne più alte della terra. Una vera istituzione, “Miss Hawley”, come veniva chiamata, fu rispettata e temuta dall’intero mondo alpinistico per il meticoloso lavoro di documentazione ed archiviazione di successi ed insuccessi in alta quota, che da pochi mesi è stato reso disponibile gratuitamente online.

La tragedia del 1996 e il business delle spedizioni commerciali

Nonostante la tecnologia e la conoscenza della montagna siano migliorate, i pericoli per chi scala l’Everest sono rimasti, a partire dal principale "incubo" dell'edema polmonare. Ma al di là dei pericoli della cosidetta "Zona della Morte", quello più comune per gli alpinisti è rappresentato dai tempi di attesa causati dall’affollamento sui percorsi verso la vetta. Il 10 e 11 maggio del 1996 un’improvvisa bufera colpì un gruppo di alpinisti che attendevano il loro turno, provocando la morte di otto persone. Quella tragedia fu raccontata da Jon Krakauer in "Aria Sottile" da Jon Krakauer, incentrando la storia su Rob Hall, della Adventure Consultants e morto nei pressi della Cima sud; Scott Fischer, della Mountain Madness e morto durante la discesa sulla cresta Sud-Est a 350m dalla cima e su Anatolij Bukreev, alpinista professionista e guida. Anatolij, sopravvissuto, contestò in seguito la versione di Krakauer.

A sorprendere non sono solo il numero di alpinisti e spedizioni, ma anche la cifra di affari di questo business a 8000: una spedizione può costare tra i 35.000 e i 60.000 USD a persona (11.000 di «tassa di permesso»).

Lo scandalo dei rifiuti

Sfruttando l’incapacità del governo di controllare la situazione nei punti più alti della montagna, gli alpinisti abbandonano quantità enormi di rifiuti dal Campo II al Colle Sud, dopo aver rimosso i loghi aziendali dalle tende. Secondo le stime, scalatori, trekker, portatori, cuochi e personale di supporto producono circa 5.500 kg di rifiuti/anno al campo base. Il governo nepalese non riesce a far rispettare la normativa in vigore dal 2014, che prevede che ogni membro della spedizione debba riportare indietro da Everest, Lhotse e Nuptse almeno otto chili di spazzatura ciascuno, che viene invece abbandonata ovunque, come ha ammesso Dinesh Bhattarai, direttore del Dipartimento del Turismo: "Tutte le parti interessate devono collaborare per mantenere le montagne pulite, il governo da solo non può fare nulla nella regione dell’Everest".

Una discarica di rifiuti sul tetto del mondo


La storia della Capanna Margherita (4554m)

Massimo ed io a Capanna Margherita (4554m)

Siamo saliti insieme a Massimo alla splendida Capanna Margherita (4554m) due volte. Entrambe in due date davvero emblematiche! La prima volta, era il giorno del 11 settembre 2016: abbiamo dormito alla Capanna Gnifetti la sera prima e salito su per il colle del Lys nella nostra intima e collaudata cordata (quella dei "Fratelli Karamazov", come amiamo definirci) coi ramponi. La seconda volta, in una data ancora più memorabile, il 25 aprile 2018, Festa della Liberazione e "quasi" compleanno di Massimo: stavolta in giornata da Torino - la nostra città -, tutta sugli sci da Punta Indren e con lunghissima discesa dal Canale dell'Aquila fino al parcheggio di Staffal. 

Non potevo che domandare proprio a lui, grande non solo come amico ma anche come alpinista e ingegnere, di parlarci di "lei". Buona lettura!

 

Capanna Margherita (4554m)

di Massimo Radicci

Nel 1893, la notte del 18 agosto Sua Maestà la regina Margherita di Savoia, prima sovrana d’Italia, dorme nella capanna-osservatorio (meteorologico e fisico) in corso di ultimazione sulla Punta Gnifetti (4554 m), la quarta vetta del Monte Rosa. La regina ha compiuto l’ascensione a piedi, guidata dal barone Luigi Beck Peccoz e con la consueta compagnia della marchesa Paola Pes di Villamarina. Il progetto del rifugio che ne porterà il nome, costruito sulla sommità della cresta Signal, a strapiombo sulla parete sud rivolta verso Alagna Valsesia (mette un brivido vedere oggi le foto di cantiere, con distinti signori all’opera in giacca e cappello) è dell’ing. Gaudenzio Sella, e il manufatto fu realizzato da Benedikt Pfetterich, falegname bavarese al servizio di Peccoz. L’iniziativa è fortemente sostenuta dalla famiglia biellese dei Sella a partire dal 1888, quando Corradino e Alfonso, insieme ai cugini Vittorio, Gaudenzio ed Erminio, rispettivamente figli e nipoti di Quintino, concepiscono l’idea di ritorno dalla traversata invernale del Monte Rosa. Come osservato da Pietro Crivellaro, «Il buon esito dell’opera, condotta con la stessa progressione prudente e sicura di una scalata in alta montagna, è dovuto all’intesa e alla collaborazione di un’élite urbana, intellettuale e imprenditrice, che indica l’obiettivo e ne cura in ogni dettaglio il progetto, con un’élite alpina che asseconda e realizza, ripetendo il collaudato schema cliente – guida». L’edificio, che misura 3,60 x 9,68 m ed è composto da tre stanze (cucina, dormitorio ed osservatorio), è realizzato in tavole di larice d’America tagliate in falegnameria a Biella e montate a Gressoney Saint Jean nell’agosto del 1891; in seguito la capanna è smontata (arredi esclusi, pesa 115 quintali) e trasportata a spalle, in poco meno di tre mesi, sulla vetta, precedentemente sbancata asportando quasi 50 m3 di roccia, mediante mine e in parte a mano. Sull’intelaiatura di travi e pilastri lignei, solidarizzati tra loro da piastre metalliche, è montato il rivestimento di 26 cm composto da tre strati separati da intercapedini d’aria, mentre in copertura e sul pavimento gli strati sono due. Il costo finale ammonta a 18000 lire, eccedente di 3000 lire il preventivo a causa delle maggiori spese di spianamento della vetta. Su disegno dell’ing. Alberto Girola la capanna sarà ampliata una prima volta nel 1897, con l’inserimento a nord-est dei due locali sovrapposti della torre-osservatorio, sormontati dal terrazzo (lo spazio originario era infatti insufficiente per accogliere sia gli alpinisti che gli scienziati), e una seconda nel 1902, con l’aggiunta di due stanze all’estremità opposta (L. Gibello, Cantieri d’alta quota – Breve storia della costruzione dei rifugi sulle Alpi, Lineadaria Editore, 2011, pp. 54-56).

A partire dal 1978 il vecchio rifugio, che mostrava evidenti segni di logoramento, venne demolito. La demolizione avvenne di pari passo alla costruzione, cioè a settori, affinché ci fosse sempre a disposizione dei lavoratori una struttura in cui ripararsi e riposare, senza dover scendere a valle ogni giorno. Inoltre, date le impervie condizioni meteorologiche, fu possibile lavorare solamente durante il periodo estivo. La struttura della nuova capanna fu dapprima montata in Valsesia, dove i singoli pezzi vennero numerati uno ad uno, smontati e successivamente trasportati in elicottero fino al cantiere in quota.  La capanna - inaugurata il 30 agosto 1980 - offre ben 70 posti letto distribuiti in camere con letti a castello ed è dotata di sala bar-ristorante, servizi in comune, illuminazione e corrente elettrica, collegamento internet, biblioteca (con oltre 350 volumi e riviste, realizzata nel 2004). C’è anche un locale invernale organizzato per ospitare 19 persone. Comprendendo balconi e terrazzi, il rifugio è lungo 31,35 metri, largo 9,40 e alto 7,50 metri, con locali distribuiti su 3 piani. 

Al piano terra si trova un atrio di ingresso, il locale invernale (che occupa anche parte del primo piano), la cucina, il soggiorno, due bagni, un piccolo magazzino ed il locale tecnico con il generatore. Al primo piano si trovano 7 camere, un bagno ed un ripostiglio. Al secondo piano si trovano altre 6 stanze, di cui 2 riservate all’Università di Torino, e un bagno. Il rifugio è costruito con legno di larice americano e abete ed è completamente isolata dalla montagna grazie ad un rivestimento di lamiere di rame (peso complessivo: 5,5 tonnellate), che operano come una gigantesca gabbia di Faraday e proteggono l’interno da fulmini e scariche atmosferiche. La coibentazione è garantita mediante doppie pareti (intercapedine riempita con lana di roccia per isolamento termico e acustico) e doppi serramenti. L’ancoraggio a terra avviene con putrelle in ferro fissate alle rocce dalla parte italiana e infisse nel ghiaccio dalla parte svizzera. 18 tiranti in acciaio (Ø 12 mm) agganciati alle rocce sottostanti rafforzano l’ancoraggio contro l’azione dei forti venti in quota. La balconata a sbalzo sul lato italiano è sostenuta da pali fissati alla roccia. L’approvvigionamento energetico del rifugio è garantito da un generatore elettrico a gasolio che eroga 38,4 kW. Oltre ad essere una stazione meteorologica, la Capanna Margherita è uno dei pochi laboratori al mondo situato sopra i 4000 metri ed è luogo di studi in alta quota dei meccanismi respiratori, vascolari, metabolici e renali alla base dell’acclimatazione, delle malattie da altitudine, della preparazione e dei limiti all’esercizio fisico nell’aria rarefatta. Filoni di ricerca relativamente recenti e con interessanti prospettive di sviluppo riguardano le scienze ambientali e gli studi sul clima. Alcuni locali della sono concessi all’Università degli Studi di Torino, sia per il pernottamento dei ricercatori che come laboratori per le attività di ricerca scientifica. La Capanna Regina Margherita ha ottenuto nel 2002 la certificazione ambientale UNI EN ISO 14001.

 

Per documentarmi ho fatto riferimento a:

· Gibello L. (2011) – Cantieri d’alta quota – Breve storia della costruzione dei rifugi sulle Alpi, Lineadaria Editore, Biella, pp. 54-56

· CRIVELLARO P. (1993) - Introduzione all’opuscolo della mostra “Regina delle Alpi” allestita a Gressoney nel 1993, in occasione del centenario di costruzione della capanna

· Guidetti S. (2010) – Capanna Regina Margherita, “La Rivista”, maggio-giugno 2010, pp. 36-41

La Regina Margherita alla Capanna a lei dedicata.


Due settimane su un "quasi" Settemila

Ralf Dujmovits e Nancy Hansen

Questo 7000 metri, di cui vi sto per parlare, non ha né una cima né offre panorami mozzafiato. Copre invece un'area di soli 110 metri quadrati circa e si trova sul terreno del Centro aerospaziale tedesco (DLR) di Colonia. Una camera per l'ipossia all'interno del laboratorio di ricerca medica della DLR "Envihab" - il nome significa "ambiente" e "habitat" - sarà arredata confortevolmente simulando  le condizioni a 7000 metri.

 

Quattro settimane nella camera

A metà maggio, Ralf Dujmovits , l'unico alpinista tedesco che ha scalato tutti e 14 gli ottomila, e la sua compagna, l'alpinista canadese Nancy Hansen , si trasferiranno lì per quattro settimane. Stanno prendendo parte ad uno studio sull'ipossia molto interessante condotto dalla DLR in collaborazione con l'Università del Texas . Il presupposto: sebbene il deficit di ossigeno estremo minacci la vita (gli alpinisti definisco i 7000 la "zona della morte"), potrebbe anche esserci un effetto positivo sul corpo.

 

Cuore più forte attraverso l'ipossia?

Ricercatori statunitensi del Texas hanno scoperto in due esperimenti, purtroppo con topi, che le cellule muscolari del cuore si sono riprodotte quando gli animali sono stati esposti per due settimane a carenza di ossigeno, corrispondenti a condizioni a 7000 m. Nei topi che erano stati precedentemente innescati infarti miocardici, la funzione cardiaca è migliorata dopo due settimane di ipossia.

Ora è da verificare se questo effetto si verifica anche negli esseri umani. A tal fine, Dujmovits e Hansen, entrambi in buona salute, trascorreranno due settimane in un ambiente a ridotto contenuto di ossigeno paragonabile a 7000 metri sul livello del mare, come soggetti dello studio pilota. "Ci aspettiamo che siano soggetti sani e ben addestrati per aumentare anche la loro gettata cardiaca", afferma il dottore della DLR Ulrich Limper durante il primo di numerosi esami preliminari a Colonia. Per un ulteriore studio, un alpinista esperto viene ricercato come persona di prova, che è già rimasta ad altezze superiori ai 7000 metri e inoltre ha subito un infarto. Anche lui deve passare due settimane in condizioni ipossiche - ovviamente solo dopo che si è completamente ripreso dall'infarto.

Ralf e Nancy vogliono prima di tutto l'acclimatarsi sulle montagne nel cantone svizzero del Vallese, passando dalla Capanna Gnifetti diretti alla nostra Capanna Margherita, per poi andare alla camera per l'ipossia a Colonia a metà maggio. Nelle prime due settimane, l'altitudine simulata sarà aumentata da 3000 a 7000 metri, aggiungendo azoto e abbassando così lentamente la concentrazione di ossigeno all'otto percento (di solito è del 21 percento). Nelle ultime due settimane Dujmovits e Hansen dovranno resistere all'equivalente di un'altitudine di 7000 m. A differenza delle montagne, tuttavia, la pressione dell'aria nella camera rimane costante, in modo che l'esperimento possa essere interrotto immediatamente in caso di complicazioni.

 

"Completamente folle"?

Ha fatto molte ricerche e ha letto i risultati della lunga permanenza in alta quota, afferma Ralf Dujmovits: "Inoltre, la mia esperienza di molte notti in serie oltre i 7000 metri mi ha portato a credere che il rischio sia all'interno limiti gestibili. E se ci sono problemi, possiamo in qualsiasi momento premere il pulsante rosso e interrompere lo studio."

Nancy Hansen ammette: "Certo che sono nervosa per il rischio! È completamente folle vivere per l'equivalente di 7000 m per due settimane...D'altra parte, possiamo lasciare lo studio in qualsiasi momento se non ci sentiamo troppo bene. La domanda più importante per me è se ci saranno effetti negativi a lungo termine ".

 

Attacchi di cuore in famiglia

Dujmovits aveva iniziato a studiare medicina da giovane prima di dedicarsi completamente alle montagne. L'interesse soprattutto per la medicina di alta quota è rimasto, afferma l'alpinista tedesco di maggior successo. "Essere in grado di contribuire a nuove scoperte nel campo della ricerca per infarto miocardico è affascinante ed eccitante. Inoltre, ho l'opportunità di conoscere meglio il mio corpo e la sua reazione all'ipossia." Nancy Hansen è d'accordo, aggiungendo motivi familiari per aver partecipato allo studio: "Mio padre ha avuto un massiccio attacco cardiaco 14 anni fa. Mio zio è morto per un attacco di cuore. Il mio giovane nipote ha avuto due interventi chirurgici a cuore aperto di 16 ore. L'argomento è molto importante per me."

 

Interessante per terra e spazio 

Questo vale anche per il DLR. "Non stiamo solo imparando a conoscere i limiti del corpo di persone altamente qualificate e specializzate che sono paragonabili a piloti o astronauti e possono servire come modello di studio per loro, nel nostro caso Nancy e Ralf", afferma Ulrich Limper, "ma abbiamo anche l'opportunità di migliorare il trattamento di una malattia cardiaca acuta, cosa che aiuterebbe in particolare i pazienti sulla terra".

https://blogs.dw.com/adventuresports/two-weeks-on-a-quasi-7000er/

Ralf Dujmovits e Nancy Hansen nel laboratorio del DLR

Ralf Dujmovits

Ralf Dujmovits

Nato il 5 dicembre 1961 è un alpinista professionista, il primo tedesco a scalare tutti i 14 Ottomila e le 7 Summits.

Durante gli studi universitari presso l'Università di Medicina di Heidelberg, ha scalato sulle Ande (in Cordillera Huayuash, per me uno dei posti più magici e meravigliosi al mondo!), decidendo poi di non terminare gli esami e diventare guida alpina certificata UAIGM. Attualmente vive nella Foresta Nera con la sua compagna Nancy Hansen.

Nancy Hansen

Nancy Hansen

Nancy Hansen

La deliziosa Nancy è una alpinista professionista, appartenente al Club Alpino Canadese. Ha fatto numerose ascensioni sulle Montagne Rocciose del Canada e in Alaska. È la prima donna ad avere scalato tutti gli "11000 piedi" sulle Montagne Rocciose canadesi, completando tutte le 54 cime in meno di metà del tempo di qualsiasi scalatore prima di lei. La prima donna a scalare tutte e 34 le vie del libro guida di Urs Kallen "Yamnuska, 1977". L'incontro del destino con Ralf...


Mal di montagna

Capanna Margherita (4556m)

Dedico questo articolo all'amica di Facebook Celestina, in attesa dei suoi commenti sulla base della propria esperienza. 

Mal di montagna…quante ne sentiamo sul tema. E io non posso certo definirmi una esperta ma posso riportarvi quanto ho studiato e quello che ho potuto vedere. L'immagine che mi viene in mente è di un rifugio all'ora di cena: il/la poveretto/a con i primi di sintomi di mal di montagna lo/a riconosci subito per il suo pallore e colorito giallognolo e per lo sguardo fisso e preoccupato sulla sua tazza di thè caldo, mentre attorno si sta consumando una lauta cena di paste fumanti e boccali di birra. È lì ad interrogare la bustina di thè come uno sciamano, chiedendosi che razza di notte passerà e se domattina avrà la forza di mettersi in moto per raggiungere la tanto agognata vetta. A questa scena si aggiunge tipicamente il simpatico personaggio che, masticando voracemente, gli/le dice che lui in quota mangia e dorme come un ghiro…e buonanotte! 

Premesso che non possiamo mai essere certi di come risponderà il nostro corpo in quota (anche la stanchezza, lo stress o le preoccupazioni hanno influenza lassù), ci sono soggetti che soffrono e quelli che non soffrono il mal di montagna, oppure che semplicemente si adattano più o meno facilmente e velocemente all'alta quota. Se ne è spesso parlato con amici che soffrono l'andare in quota e mi hanno chiesto: posso allenarmi o è congenito? La mia risposta è sibillina, lo so, ed è: “un po' e un po'…dipende”. Nel senso, si possono seguire buone regole per acclimatarsi, ma resta il fatto che c'è chi sta bene anche se non segue tali regole e chi comunque sta male lo stesso.

L'esposizione all'altissima quota per tempi prolungati può diventare pericoloso a causa della ridotta pressione atmosferica. E’ normale soffrire di mal di montagna a quote elevate, non è invece normale rischiare la vita sfidando questo tipo di patologia. Qui di seguito troverete una spiegazione di cos’è l’alta quota, cosa significa acclimatamento, quali sono i sintomi del mal di montagna e di quello acuto e quali i rimedi e l’atteggiamento da assumere in caso di sintomi evidenti per poter aver salva la vita e senza conseguenze. Testo tratto da varie fonti e qui riportato.

Quando effettuiamo uscite o escursioni in alta quota, capita di aver mal di testa, vertigini, nausea o stanchezza, questi sono causati nella maggior parte dei casi dalla quota raggiunta e quindi dalla pressione atmosferica molto più bassa e dalla minore capacità del nostro corpo di percepire ossigeno nell’aria. Quando i sintomi sopra citati sono sporadici, lievi, non tutti insieme e dopo al massimo qualche ora (1 – 3 ore) spariscono è la normale routine di acclimatamento. Il corpo si abitua alla quota e all’ossigeno e quindi riprende a funzionare correttamente. Quando invece i sintomi aumentano significa che il corpo non si sta abituando e che è necessario scendere di quota per permettere un migliore acclimatamento, oppure nei casi più gravi abbandonare l’uscita.

Acclimatazione

L'acclimatazione è il processo che l'organismo umano mette in moto per adattarsi alla ridotta disponibilità di ossigeno alle alte quote. E' un processo lento che può impiegare giorni o settimane per svilupparsi completamente. Questo processo è più lento e delicato a seconda della quota da raggiungere.

Altitudini

Sulle Alpi e sulle montagne di tutto il mondo possiamo dire che la soglia significativa è quella dei 3000 m, quota alla quale la maggior parte degli escursionisti e alpinisti sono abituati. L'esposizione a quote superiori sulle Alpi si limita a tempi brevi, a volte solo di ore, e scendere a quote più basse nell'arco delle 24h è la norma. Normalmente quando si raggiunge una vetta oltre i 4000 nelle nostre Alpi, per esempio, l’uscita dovrebbe da manuale (ehmmm….) essere divisa in due giorni, per permettere di avere un acclimatamento ideale, oltre alle problematiche legate alle condizioni dei ghiacciai nelle ore centrali della giornata, dello sforzo fisico richiesto e altri fattori che ci influiscono sulla sicurezza. Questo fa si che il pericolo costituito dal mal di montagna sia molto limitato. Tutt'altra cosa avviene nelle spedizioni e nei grandi trekking Himalayani o Andini dove la permanenza a quote superiori ai 3500 m si protrae per giorni e a volte per settimane. In questo caso i tempi sono più lunghi e da non sottovalutare.

Effetti dell'esposizione all'alta quota

Alcuni normali e fisiologici cambiamenti avvengono in ogni persona che vada in quota:

Iperventilazione (respiro più veloce, più profondo o entrambi)

Respiro "corto" durante lo sforzo

Cambiamenti nel ritmo respiratorio notturno

Frequenti sveglie notturne

Aumento delle urine

Salendo di quota attraverso l'atmosfera la pressione barometrica cala (l'aria però continua a contenere il 21% di ossigeno) con il risultato di rendere più povero di ossigeno ogni respiro. Per compensare si è costretti a respirare più velocemente e più profondamente e con lo sforzo questo si fa più evidente, per esempio camminando in salita. Restare senza fiato è normale fintanto che, con il riposo, si riprende una respirazione normale. L'aumento della frequenza respiratoria è di fondamentale importanza e va assolutamente evitato qualunque fattore che lo deprima (alcol e certi farmaci, p.e. sonniferi). Nonostante questi meccanismi compensativi è comunque impossibile ripristinare i normali livelli di ossigeno nel sangue in alta quota. La frequenza respiratoria accelerata e protratta nel tempo è causa di una riduzione dell'anidride carbonica, il rifiuto metabolico della respirazione che viene espulso dai polmoni. La presenza oltre certi limiti dell'anidride carbonica nel sangue è il segnale al cervello che innesca l'atto respiratorio e se questa è bassa l'automatismo della respirazione non parte (la mancanza di ossigeno è un segnale molto più debole che agisce solo come valvola di sicurezza). Fintanto che si è svegli non è difficile avere una respirazione cosciente, ma di notte si instaura un anomalo ritmo respiratorio dovuto all'alternarsi di questi due segnali contrastanti.

La respirazione periodica consiste in cicli di respirazione normale che gradualmente rallenta fino ad una breve apnea che può durare 10-15 secondi. Può migliorare leggermente con l'acclimatazione ma non scomparirà fino alla discesa a quote "normali". Questo non è mal di montagna.

Prescritto dal proprio medico curante, l'acetazolamide (Diamox®), di cui vedremo più avanti l'azione, o integratore similare, è di grande aiuto nel regolare i meccanismi respiratori. Forti sconvolgimenti avvengono nella chimica del corpo e nel bilancio dei fluidi durante l'acclimatazione. Il centro osmotico che rileva la "concentrazione" del sangue reimposta i suoi parametri con il risultato che il sangue si fa più denso. Da ciò deriva una diuresi da altitudine, con i reni che espellono una maggior quantità di liquidi. Le ragioni di ciò non sono state ancora pienamente comprese ma ne risulta un innalzamento dell'ematocrito (concentrazione dei globuli rossi) e forse una maggiore capacità di trasporto dell'ossigeno e un'opposizione alla tendenza alla formazione dell'edema. E' normale in quota urinare più del normale, se non è così vuol dire che vi state disidratando o che non vi state acclimatando a dovere.

Mal di montagna acuto (A.M.S.)

Il Mal di Montagna Acuto è una costellazione di sintomi che vi segnalano che non siete acclimatati all'altitudine in cui vi trovate. Salendo il vostro corpo si adatta al decrescere dell'ossigeno (ipossia) e c'è sempre un'altezza ideale in cui il vostro organismo è in equilibrio, con buona probabilità sarà la quota alla quale avete dormito l'ultima notte. Oltre a questo punto c'è un'indefinita zona di tolleranza in cui il vostro organismo riesce a sopportare livelli di ossigeno più bassi, se ne raggiungete il limite superiore appaiono i sintomi di sofferenza da ipossia, e questo è mal di montagna. Questa zona di tolleranza si muove con voi. Ogni giorno, mano a mano che salite, vi acclimatate ad un'altitudine superiore spostando così verso l'alto anche la vostra zona di tolleranza.

Andate oltre il limite per il quale siete "attrezzati" e vi ammalate.

Il primo sintomo, quasi onnipresente, di mal di montagna è la cefalea e quando uno o pìù dei seguenti sintomi l'accompagna, a seguito di una salita a quote superiori ai 2500 m, va diagnosticato Mal di Montagna Acuto (AMS):

perdita di appetito, nausea e/o vomito

fatica e/o debolezza

giramenti di testa e/o vertigini

difficoltà nel sonno

Tutti questi sintomi possono variare dal blando al grave e il mal di montagna acuto è stato paragonato ad un brutto post-sbronza e, a parte alcuni criteri di valutazione da addetti ai lavori, ne aprofittiamo per introdurre la:

REGOLA D’ORO N° 1

Se non vi sentite bene in quota, è mal di montagna, a meno che non ci sia un’altra ovvia ed evidente spiegazione (come la diarrea)

Edema celebrale d'alta quota (H.A.C.E.)

Il mal di montagna è un insieme di patologie, dalle forme più lievi a quelle che rappresentano una minaccia fatale. All'estremo più pericoloso si trova l'Edema Cerebrale, in cui il cervello si gonfia e smette di funzionare a dovere. L'HACE può svilupparsi molto rapidamente ed essere fatale in un arco di tempo che può andare dai due giorni alle poche ore.

Le persone in condizioni di edema cerebrale sono spesso confuse e possono non riconoscere il fatto di essere ammalati

La caratteristica saliente dell'edema cerebrale HACE è il modificarsi della capacità di pensare. Può esserci confusione, cambi di comportamento o letargia, è presente anche una caratteristica perdita di coordinazione chiamata atassia. E' uno stato molto simile a una fortissima sbronza. Essendo la persona sospetta di HACE difficilmente in grado di percepire da solo il suo stato, è bene sottoporla a un facile test.

Tracciate al suolo una linea diritta e fate camminare la persona lungo di essa in maniera che ponga i piedi uno davanti all'altro sulla linea (come sul filo). Se fa fatica a mantenere la linea, cade o adirittura non sta in piedi senza aiuto si deve presumere sia affetto da Edema Cerebrale da Alta Quota. E' tempo di farlo scendere senza indugio. A meno di avere con se una sacca iperbarica e/o un medico attrezzato la discesa dovrà avvenire immediatamente (anche di notte) senza aspettare il mattino successivo. Si dovrà scendere possibilmente fino al luogo dove ha dormito due giorni prima, nell'incertezza o nell'impossibilità almeno 500 metri di dislivello, 1000 sono meglio. Le persone colpite da HACE normalmente sopravvivono e guariscono completamente se scendono molto e in fretta. Ricordate che la maggior parte dei casi di edema cerebrale si riscontrano in persone che hanno continuato a salire con sintomi di AMS, da qui la:

REGOLA D’ORO N° 2

Mai salire se si hanno sintomi di mal di montagna

Edema polmonare d'alta quota (R.A.P.E.)

Un'altra forma di grave patologia d'alta quota è l'Edema Polmonare, o liquidi nei polmoni. Sebbene sia spesso associato al Mal di Montagna Acuto(AMS) non ne è strettamente correlato e i classici sintomi AMS possono essere assenti. Segnali e sintomi dell'Edema Polmonare possono essere rappresentati da qualunque dei seguenti:

estrema fatica

difficoltà di respirazione a riposo

respiro rapido e superficiale

tosse, anche con secrezioni rosa o schiumose

respiri gorgoglianti o rumorosi

petto congestionato

labbra o unghie blu o grigie

sonnolenza

L'edema polmonare appare normalmente la seconda notte dopo una salita ed più frequente in persone giovani e allenate. Una discesa immediata è la soluzione. A meno di avere con se una sacca iperbarica e/o un medico attrezzato la discesa dovrà avvenire immediatamente (anche di notte) senza aspettare il mattino successivo. Si dovrà scendere possibilmente fino al luogo dove ha dormito due giorni prima, nell'incertezza o nell'impossibilità almeno 500 metri di dislivello, 1000 sono meglio.

REGOLA D’ORO N° 3

Se i sintomi peggiorano, scendere immediatamente

La persona ammalata deve essere trasportata, lo sforzo di camminare peggiora la situazione e spesso un'edema polmonare grave sviluppa anche un edema cerebrale. Una volta scesi una quota sicura, un paio di giorni di riposo dovrebbero essere sufficienti per la ripresa. Se tutti i sintomi sono completamente scomparsi una cauta risalita è accettabile. L'edema polmonare può esser confuso con altri problemi respiratori:

Tosse da alta quota e bronchite sono entrambe caratterizzate da tosse persistente con o senza presenza di catarro. In stato di riposo il respiro non è difficoltoso né si manifestano segni di spossatezza, se disponibile un saturimetro si vedrà che la saturazione dell'ossigeno sarà normale per quella quota. 

Polmonite, può essere difficile distinguerla dall'edema in base alla sintomatologia ma una volta scesi l'edema guarisce e la polmonite no. In ogni modo l'edema in quota è molto più comune della polmonite.

Asma, può anch'essa essere confusa ma fortunatamente gli asmatici sembrano avere una condizione migliore in quota piuttosto che al livello del mare.

Prevenire e curare l'AMS 

Non sarà mai enfatizzato abbastanza. Se avete sintomi di Mal di Montagna, NON SALITE ULTERIORMENTE. Salire con i sintomi di AMS significa peggiorare e mettere a repentaglio la propria incolumità. La maggior parte dei casi di edema cerebrale sono conseguenza dell'aver violato questa regola. Restate in quota o scendete finché i sintomi non sono completamente scomparsi. Solo allora sarete acclimatati e potrete riprendere la salita. La chiave per evitare il mal di Montagna Acuto è una salita graduale che dia all'organismo il tempo di adattarsi. I tempi di acclimatazione variano da persona a persona e non è possibile dare regole assolute ma in generale seguire le seguenti raccomandazioni è la maniera migliore di evitare l'insorgere di seri problemi:

passare una notte almeno sotto i 3000 m

evitare assolutamente sforzi e affaticamenti nella fase di acclimatazione, anche se vi sentite in forma procedete al 50% delle energie disponibili

oltre i 3000 metri non si dovrebbe salire di più di 500 m di dislivello al giorno

ogni 1000 m passare due notti alla stessa quota

l'ideale è dormire più in basso del punto massimo raggiunto durante il giorno. Ciò non è sempre possibile, soprattutto nelle valli himalayane, il giorno di sosta diventa così di fondamentale importanza. Un'eventuale escursione leggera a quote superiori con rientro al punto di partenza nella giornata di "riposo" è una buona tattica.

Cosa evitare

Qualunque cosa rallenti la respirazione, vari medicinali possono indurre quest'effetto creando problemi. Chi ha sintomi di mal di montagna, ma a nostro avviso anche chi sta bene, deve evitare assolutamente:

alcool

sonniferi 

antidolorifici se non in dosi minime

Profilassi

Consigliato è l'uso di integratori che forzano i reni a secernere bicarbonato riacidificando il sangue. Vengono così bilanciati gli effetti dell'iperventilazione che si innesca in alta quota nel tentativo di catturare più ossigeno. Questa reacidificazione agisce da stimolante respiratorio, specialmente di notte, riducendo o eliminando quella particolare respirazione periodica di cui abbiamo parlato prima. Pur essendo un valido supporto nella cura del Mal di Montagna Acuto l'uso di elezione è preventivo in quanto l'effetto principale è quello di accelerare l'acclimatazione ma non annullare totalmente il Mal di Montagna.

Le persone allergiche ai sulfamidici dovrebbero astenersi dall'assumere il Diamox o similari.

Il più comune degli effetti collaterali è una sensazione di formicolio o di vibrazione in mani, piedi e labbra, talvolta variazioni nel senso del gusto. C'è inoltre da aspettarsi un certo effetto diuretico.

La dose di acetazolamide per la profilassi preventiva è 125-250 mg (a seconda del peso corporeo) due volte al giorno iniziando 24 ore prima della salita e finendo due o tre notti dopo il raggiungimento della massima altezza o con la discesa se la quota avviene prima.

 

Trattamenti

La base del trattamento del Mal di Montagna Acuto è rappresentato da: riposo, liquidi e blandi analgesici (aspirina, ibuprofene, paracetamolo), farmaci che non nascondono un eventuale peggiorare dei sintomi. Normalmente è sufficiente fermarsi alla quota in cui i sintomi sono comparsi e riposare, nella maggior parte dei casi uno o due giorni sono sufficienti a riprendersi, a volte ce ne vogliono anche tre o quattro. Altrimenti la discesa è sempre la soluzione più rapida ed efficace.

Un dilemma comune è quello posto dalla domanda se il mal di testa dipende dalla quota o da altro. A parte il fatto che sovente nel mal di montagna la cefalea è associata ad altri sintomi è facile verificarlo. Se assumendo uno dei farmaci prima citati la cefalea scompare velocemente e completamente è molto difficile che il mal di testa sia dovuto alla quota.

Qualora insorgessero problemi più gravi, oltre alla discesa che resta comunque la soluzione ideale, si possono adottare diversi trattamenti, almeno per guadagnare tempo là dove una rapida discesa non sia possibile. Lasciamo le scelte farmacologiche ai medici e ci soffermiamo su due strumenti di grande validità: l'ossigeno e la sacca iperbarica.

L'ossigeno fa scomparire rapidamente i sintomi del mal di montagna con un flusso moderato (2-4 litri/minuto via cannula nasale). Possono essere necessarie varie ore di trattamento, una durata insufficiente può causare un ritorno aggravato dei sintomi. Il suo costo e la necessità di un minimo di addestramento lo rendono poco pratico e, là dove disponibile, riservato ai casi più gravi di edema.

La sacca iperbarica portatile è una sacca stagna in grado di contenere una persona che viene portata in pressione attraverso un pompa manuale. La persona al suo interno si trova a respirare in un'atmosfera pari a quella che troverebbe circa 1500/2000metri più in basso. Due ore di trattamento sono il minimo per ottenere degli effetti ma a volte possono essere richieste molte ore (di faticoso pompaggio) per portare la persona fuori pericolo. E' comunque indispensabile scendere appena possibile.

Capanna Margherita (4556m)


Alimentazione ad alta quota (2)

In vetta al Pumarinri (5465m) in Perù, Agosto 2017

Buongiorno! Prendo spunto da uno dei vostri interessanti commenti ricevuti su Facebook per integrare l'articolo precedente con la mia modesta esperienza.

"Quando sono su io mangio e bevo come a casa", mi è stato detto. Che bello! Anche io ho la fortuna di non soffrire del mal di montagna e in quota mangio e dormo forse fin meglio che a casa talmente sono felice...ma su questo argomento vorrei tornarci un'altra volta approfonditamente e con calma. Il mio discorso era leggermente diverso e non vorrei generare confusione: il tema è alimentazione ad alta quota.

Se è vero che nei rifugi di alta quota italiani (dico italiani perchè a quelli francesi proprio non riesco ad abituarmi!) si mangia benissimo come a casa, in ambienti estremi valli a trovare questi bei rifugi! Inoltre, non tutti i fisici rispondono ugualmente: se chi per fortuna e per motivi congeniti ha un fisico che non subisce grandi alterazioni, normalmente l'effetto prolungato della quota (4000-5000 metri) congiuntamente ad un grosso sforzo fisico come nel caso di un trekking o una ascensione provoca un logoramento del fisico (si possono bruciare fino a 5000/6000 kcal al giorno) e un conseguente calo di peso corporeo. È quindi fondamentale non fare mancare i giusti nutrimenti ai nostri muscoli e organi in modo da non avere cali fisiologici né nella performance. Ciò è bene farlo con alimenti altamente digeribili, cioè proprio cercando di mangiare il più possibile come a casa e integrando con barrette energetiche (👉 vai alla sezione Ricette) e sali minerali.

È interessante osservare come nelle tradizioni nordiche prevalga una alimentazione ricca di grassi e alcool sebbene sia vivamente sconsigliata; la stessa strada dei grassi era stata collaudata anche da Messner (ma altrettanto sconsigliata), retaggio culturale rimasto alla parte conservatrice del CAI (da cui sono partita e ricordo con affetto). Capita di incontrare persone che sotto sforzo affrontano la salita con tavolozza di cioccolato, paninone farcito e fiaschetta e il più delle volte le ho viste o rallentare di colpo o non riuscire più ad andare avanti.

Il mio suggerimento è: al campo base cercare di nutrirsi come a casa, privilegiando i carboidrati (riso più facilmente digeribile o pasta, patate e legumi 👉 vai a Alimentazione), le proteine, che ricostituiscono la muscolatura, e la giusta idratazione.

Ricordarsi poi di mangiare e bere spesso nell'arco della giornata per reintegrare le calorie bruciate e i liquidi persi con alimenti altamente digeribili, nutrienti e sani (se possibili anche ecosostenibili) e sali.

Infine, secondo la mia esperienza, consiglio di partire con qualche chiletto  (diciamo 2/3 kg) in più per affrontare spedizioni ad alta quota: il corpo, solo lievemente appesantito inizialmente, sotto sforzo andrà ad attingere alle nostre riserve di grasso (vedi tabella 👉 Alimentazione).  

Vi lascio con due piccole curiosità: lo sapevate che mentre ai ristori nelle gare qui sui nostri monti è più facile trovare alimenti dolci (gli zuccheri sono energia immediata), in quelli nel deserto cibi salati, come noccioline, ecc.? Questo perché senza sali il corpo, a forte rischio di disidratazione in quell'ambiente e a quelle temperature, invece che fare da spugna rigetta l'acqua come la terra secca: anche se arriva una bomba d'acqua reagisce come l'asfalto, mentre coi sali ritorna ad assorbire l'acqua che gli serve. E lo sapevate che ogni corpo ha il suo metabolismo e il suo piccolo orologio interno? Imparare ad ascoltarsi e conoscersi è importante: ad esempio, io in gara, anche se sotto sforzo e con l'adrenalina non sento fame, devo mangiare dopo circa 1 ora e mezza...se lo faccio dopo, rischio di avere un calo immediato nella performance difficile da recuperare subito...chissà se è così anche per voi!

Buone ascensioni e ricordate "per aspera ad astra"!


Alimentazione ad alta quota

Cena "calda" al campo base, Cordillera Huayuash (Agosto 2017)

Prima di questa estate non ero mai salita sopra i 4555 metri di Capanna Margherita e dei 4527 del Lyskamm Orientale. Con i 17 giorni di trekking invernale ad alta quota in campo tendato nella Cordillera Huayuash sulle Ande peruviane con le ascensioni al Pumarinri (5465m) e al Diablo Mudo (5350m), ho potuto constatare gli effetti della quota sul mio fisico. Se all'anagrafe forse si sono un po' sbagliati a chiamarmi Marina (fatto salvo per il mio amore per l'acqua in ogni suo stato!), non posso che ringraziare per avermi dato il dono di non soffrire di mal di montagna, tema discusso qui sotto e che vorrei presto approfondire con voi...questo perché io amo l'alta quota! Sono così felice lassù...

Vi propongo dunque un argomento per me interessante: l'alimentazione ad alta quota insieme ad una simpatica foto (con tanto di goccia al naso e telo termico) scattata dalla mia compagna di tenda una sera al campo base.

La montagna con le sue vette, i deserti, le distese di sale e il fondo dei mari: tutti ambienti estremi che richiedono all’organismo grandi capacità di adattamento. Come dobbiamo alimentarci se vogliamo ottenere delle maggiori prestazioni dal nostro corpo oltre i 3000 metri? Quando freddo, vento e fatica si fanno sentire, quali alimenti sarebbe meglio preferire per mantenere le performances ad alto livello, in caso di trekking ad alta quota? In fondo basta solo introdurre la miscela giusta per ottenere il “massimo dei giri”. Ho approfondito la questione leggendo un interessante articolo della Dott.ssa Donatella Porvara, biologa nutrizionista, di cui vi riporto il contenuto:
"Ad alta quota, quando la pressione di ossigeno si riduce notevolmente, soprattutto sopra i 4000 metri, risulta più difficoltoso per l’organismo trasformare in energia alimenti difficilmente digeribili, come i grassi.
L’alcool poi causa una vasodilatazione periferica, sottrae sangue agli organi interni e lo porta in superficie. Causa una ipoperfusione interna, ci da una sensazione di caldo di breve durata ma non è in grado di aumentare la temperatura corporea in modo ottimale. Non è quindi il miglior metodo per scaldarsi a bassa temperatura!

Le principali fonti energetiche per il trekking dovrebbero essere date dai carboidrati, la maggior parte degli autori consiglia di arricchire le proprie fonti quotidiane con una quota pari al 70 % in glucidi. I carboidrati migliorano anche la perfusione polmonare e quindi possono anche contribuire a migliorare i sintomi del male di montagna. Fruttosio e isomaltulosio sono due tipi di zuccheri che troviamo nelle barrette energetiche, ottimi per ottenere energia di gran lunga durata rispetto all’utilizzo di glucosio semplice. Anche fruttosio/maltodestrine sono un mix vincente per mantenere la glicemia a livello costante e consentire energia di gran lunga durata.
Le richieste energetiche dell’alpinista, oltre i 4000 metri sono molto elevate, dovute oltre che allo sforzo fisico anche agli adattamenti richiesti al corpo in tali condizioni estreme: termoregolazione, battito cardiaco, respirazione, produzione di globuli rossi. Le richieste dell’alpinista durante l’attacco alla cima potrebbero arrivare anche a 5000/6000 calorie al giorno. Tale apporto calorico non sempre può essere mantenuto in quanto ad una certa altezza subentra un rallentamento delle attività gastro-intenstinali che spesso comporta inappetenza. Inoltre si deve far fronte anche ai problemi pratici legati alla stanchezza, alla temperatura e alle difficoltà nella preparazione dei cibi.
La lontananza da casa può influire enormemente sulle abitudini alimentari e sull’alimentazione dell’alpinista.
E’ stato stimato che al rientro delle imprese in alta quota il corpo subisca un calo fisiologico del peso tipico degli astronauti al rientro dopo le missioni nello spazio.

Prodotti sottoforma di gel, barrette liofilizzati, pasti completi con i principi nutrizionali adeguati alle esigenze energetiche, ricchi in trigliceridi a catena media, fruttosio, isomaltulosio, maltodestrine e vitamina C, tutti utili da consumare nei trasferimenti in quota.

Durante la sosta al campo base indispensabile è il reintegro con pasta, patate, riso e legumi. Anche le proteine non possono mancare ed il reintegro dei liquidi è fondamentale soprattutto ad una certa altezza. L’alpinista dovrebbe bere un’acqua con un buon contenuto di sali (RF>1000) in quanto acque con basso residuo fisso o acque iposodiche dissetano ma aumentano la diuresi facilitando la disidratazione. Dunque meglio aggiungere sempre un corretto contenuto di sali nell’acqua di fusione."