Il dilemma del trailrunner disagiato

Estate. La sveglia suona di domenica mattina. Dalle tapparelle filtra la prima luce dell’alba, un azzurrino freddo come l’aria che smuove le tende. Tiro su il lenzuolo e per qualche minuto resto con gli occhi chiusi e la testa sul cuscino. Uno dei gatti è saltato sul letto e si strofina contro il mio naso. Aiuto, soffoco. La tentazione di riaddormentarmi è comunque grande e mi godo questa leggera brezza che a breve si trasformerà in un forno ventilato. Mi alzo con gli occhi pesti, barcollando fino in cucina per sfamare i felini e mettere su l’acqua del thé. Matcha, che dicono faccia miracoli. Quelli di cui ho bisogno stamattina. Mi sorge la stessa domanda che mi pongo ogni volta prima di una gara: “ma chi me l’ha fatto fare?”
Riepilogo mentalmente la situazione: “non ti sei allenata, alimentata e riposata come ti eri ripromessa di fare dopo l’ultima gara di corsa in montagna, cui hai partecipato casualmente. E ti sei iscritta nuovamente ad un’altra, ancora più dura e fuori dalla tua portata, presa dall’euforia del momento e con la forte motivazione di migliorare, anche per non soffrire più come le volte precedenti e soprattutto per sopravvivere.”
Ma subito termino questo dialogo con me stessa e scaccio via i pensieri negativi. Diamine, dopo tutto ieri sera ho mangiato carboidrati! Come è giusto fare la sera prima della gara.
Dopo una colazione a base di thé e biscotti, qualche fetta biscottata con la marmellata o di torta fatta in casa, mi lavo ed inizio il rito della vestizione che comincia con lo scaramantico gesto di mettermi la crema Nok ai piedi, quella anti-sfregamento, come mi ha consigliato un amico…cavoli, lui si che “va forte”. Controllo meticolosamente di avere con me tutto il necessario: scarpe, orologio, calzini, gonnellino e maglietta, fascetta e occhiali da sole. Nel micro-zainetto: il k-way, una borraccia da mezzo litro con i sali, una barretta e quel gel, che non avrò mai il coraggio di provare, un cappellino e talvolta dei guanti. Portafoglio con patente e qualche spicciolo, e il cellulare. Bastoncini sì o no: nel dubbio li metto in macchina, deciderò poi.
Mi guardo allo specchio, sperando di superare con sufficienza la prova fotografo, che tanto so già che sarà posizionato nel punto del percorso più arduo dove avrò la faccia da zombie. Non è un caso che quando si ha il coraggio di tirare fuori il cellulare in gara , si faccia foto solo ai paesaggi. Beh, tranne i forti che si fanno i selfie al cinquatesimo chilometro freschissimi, postandosi real-time nelle storie temporanee di instagram.
Cavoli. È veramente presto…ma sono io che ho deciso di innamorarmi della corsa in montagna e di abitare in centro città. Quindi, “no pain no gain”. È l’ora dell’appuntamento con il/i compagno/i di avventura, calcolato prevedendo una tappa caffè e pipì, il ritiro del sempre atteso pacca gara con maglietta e sorprese di ogni genere alimentari e non, la spillettatura del pettorale…conservo talmente tante spillette che la mia casa potrebbe essere scambiata per una sartoria. Esco di casa…Boja faùs. Che freddo. Che sonno.
C’è sempre almeno un’ora di viaggio prima di raggiungere il paesino di montagna, che ospiterà la gara e da cui è possibile ammirare con terrore e stupore l’obiettivo della giornata, la cima da raggiungere e il più delle volte da ridiscendere senza rompersi qualche osso. Il pre-gara è un momento che amo: ok, la tensione un po’ si fa sentire ma è bella l’atmosfera. Incontri tante persone, che non vedi da tempo o che vedi solo in queste occasioni. Tutti si sentono sempre impreparati, credo che i più lo dicano per scaramanzia e non perché siano improvvisati come lo sono io. Il sole inizia a scaldare e dall’altoparlante echeggia musica che carica e la voce dello speaker.
E poi il count-down…10-9-8..3-2-1…Via! Si attivano gli orologi GPS, inizio a correre e il cuore a pompare. Il “chi me l’ha fatto fare” diventa meraviglia. I panorami sono mozzafiato, come il resto d’altronde... Tutto mi rapisce, anche la fatica si trasforma in gratitudine per essere qui, ora. Non riesco a smettere di sorridere, neppure quando i denti sono stretti dallo sforzo che sto facendo. E arriva il traguardo. Ce l’ho fatta, in qualche modo ce l’ho fatta! Commozione pura. Oddio, mica scoppierò a piangere come una bambina… 90% testa – 10% allenamento, dicono. Boh! Entusiasmo, passione e gratitudine. Poi inizia la festa con birre e premiazioni, tutti uniti dalla condivisione per la stessa passione e di una giornata straordinaria. La prossima volta mi alleno di più…Ah, già! Quando è la prossima gara?


Bellezza: Capelli & Sport

In questo articolo parliamo anche di lunghezze ma non sono quelle di un IronMan o un UltraTrail, bensì quelle dei vostri capelli.

A prestarsi all'intervista, Donato Schena, uno dei più bravi hair stylist di Torino. Donato è un professionista giovane, esperto nella cura, nel trattamento e nel taglio del capello, che conosce bene il mondo dello Sport. 

Mi presento nel suo studio "Donato Schena In The Hair", che ha aperto insieme alla sua compagna Debora in via Torricelli 41.

 

Ciao Donato e grazie. Innanzitutto, lo Sport fa bene al capello?

"Certamente. I capelli sono il riflesso del nostro stile di vita: lo sport insieme ad una alimentazione sana ed equilibrata rendono la chioma più forte e lucente. Viceversa, lo stress e cattive abitudini (ad esempio, il fumo) anche alimentari (carenze vitaminiche, ecc.)  possono indebolire e sfibrare il capello, se non addirittura causarne la perdita."

 

Quale è il principale problema per chi pratica Sport?

"Lo sportivo - mi spiega Donato - ha il problema di dovere lavare la testa tutti i giorni, con la paura di rovinare e sfibrare il capello. Si tratta di un mito da sfatare: lavare i capelli tutti i giorni non fa male ma bisogna conoscere il proprio capello al fine di individuare e quindi utilizzare lo shampoo giusto e adatto a noi. Solo così possiamo non alterare coi frequenti lavaggi il Ph del nostro capello e della nostra pelle. Ognuno di noi ha un Ph che varia da 4,5 a 5,5."

 

Questo vale per tutti i tipi di Sport?

"No. Dipende ovviamente dal tipo di sport: la principale differenza è tra chi pratica uno sport acquatico, principalmente in piscina, e chi invece pratica sport "terrestri" sia 'indoor' che 'outdoor'.

Per chi va in piscina, si consiglia di effettuare sul capello un lavoro estivo tutto l'anno attraverso l'uso di prodotti solari. Prima di entrare in acqua ed infilare la cuffia, noi suggeriamo di applicare dell'olio solare, soprattutto sulle lunghezze e le punte, per proteggere dal cloro che è una sostanza alcalina (ottimi i prodotti specifici della Redken "Color Extend Sun Refective Glow spray" e Color Extend Magnetics Radiant-10 spray" per capelli trattati e colorati, che proteggono senza appesantire). Inoltre, per evitare di spezzare le lunghezze è sempre bene spolverare la cuffia con un po' di borotalco."

 

Qual è la regola universale per tutti gli Sport?

"La cosa più importante è la detersione.

Lo shampoo per chi va in piscina deve apportare idratazione al capello (come abbiamo detto prima, consigliamo un prodotto solare), mentre per chi va a correre o in palestra occorre uno shampoo delicato/ad uso frequente. 

Può capitare casi di doppi allenamenti quotidiani: in tal caso, si lava il capello con lo shampoo solo una volta; al secondo lavaggio si può utilizzare semplicemente un balsamo, visto che il capello è già pulito.

Per i capelli lunghi, consigliamo anche le maschere nutrienti da tenere in posa anche 5minuti/1volta alla settimana. Per lunghezze e punte del capello riccio, è bene utilizzare prodotti senza solfati e senza parabeni; lo stesso vale per i capelli biondi, che tendono ad essere più porosi. 

Suggerisco una asciugatura più naturale possibile, laddove la stagione lo consenta. Mai avvicinarsi troppo al phon e che la temperatura di quest'ultimo non sia troppo calda. Per i capelli ricci è indicato il diffusore."

 

Ma il sudore fa male?

"A livello di cuoio capelluto le ghiandole sudoripare sono numerose ed è indubbio che il sudore influenza la capigliatura. Il sudore è composto da 34,64% cloruri, 0,16% solfati, 4,18% fosfati, 23% materie organiche e 38% acqua.

Attraverso il sudore, il nostro corpo espelle tossine e quindi fa bene perchè ha una funzione depurativa e termoregolatrice, emuntoria e difensiva.

Se la sudorazione è normale non si registrano problemi a livello di cuoio capelluto, i problemi si possono invece manifestare in caso di iperidrosi, cioè eccessiva sudorazione. In caso di iperidrosi si può avere un indebolimento dello strato superficiale della cute con dermatiti o disidratazione. L’eccesso di sudore può anche invadere i follicoli e divenire ostacolo per la corretta alimentazione del capello, indebolendolo nel tempo. E' quindi utile evitare shampoo troppo detergenti e vasodilatatori locali così come prodotti stimolanti. 

Gli shampoo dovranno essere dolci con Ph acido e le lozioni e maschere dovranno essere rinfrescanti e depurative, utili a reintegrare i sali minerali perduti.

Dopo aver sudato molto sono da evitare strofinamenti, massaggi energici e stimolazioni con apparecchi, oltre all’uso prolungato di copricapi e contatto con phon ad alte temperature ed acqua troppo calda."

 

A noi sportivi è tanto comodo legare i capelli: tu cosa ne pensi?

"Generalmente legare i capelli mette sotto pressione l'elasticità del capello, per cui non è mai consigliabile. Soprattutto con i capelli puliti, che – come abbiamo visto – è proprio il caso degli sportivi. 

Molte persone legano i capelli per praticità: noi suggeriamo di evitare di tirare troppo i capelli e preferire una treccia allentata chiusa solo in fondo piuttosto che una coda di cavallo ben stretta. Via libera invece a cerchietti, fasce e buff sia per uomini che per donne. 

Se il diktat è la praticità, allora il mio suggerimento è un taglio pratico e modaiolo: pensate a Federica Pellegrini, ad esempio. Ovviamente, il taglio va studiato in base alla tipologia del capello, al viso ed alla fisionomia...".

Ma a questo tema e a quello del make-up per rimanere femminili anche se sudate e sporche di fango o infilate in tute da sci, dedicheremo ampio spazio nel prossimo articolo. Continuate a seguirci! 💇

 

Donato Schena In The Hair

Via Torricelli 41 - 10129 Torino

+39 011 568 2234

https://www.facebook.com/donatoschenahair/


Famiglia & Sport: la "ricetta" di Elisa

Elisa con suo marito Stefano e le sue bimbe Martina e Sofia e Sara (nel pancino).

di Elisa Demaria

Mi chiamo Elisa, ho 32 anni, sono medico e mamma di 3 splendide figlie: Martina 5 anni, Sofia 3 anni e Sara 7 mesi. Ho iniziato a fare sport all’età di 5 anni: prima ginnastica artistica (che non era proprio il mio forte data la mia elefantesca grazia...), poi per circa 5-6 anni pallavolo e dai 13 anni in poi la mia grande passione: l’atletica leggera. Ho iniziato  a frequentare le piste di atletica dopo aver vinto una corsa campestre a scuola, dopo anni che la mia maestra di educazione fisica delle elementari insisteva (invano, io avevo solo la pallavolo per la testa!) perché incominciassi a correre. Alla fine ho ceduto... E così pian pianino è scoppiato il grande amore: all’inizio mi cimentavo in quasi tutte le discipline (tranne i lanci, per quelli sono sempre stata negata!) finché piano piano mi sono indirizzata verso il salto in lungo, specialità che mi ha dato anche le maggiori soddisfazioni. Sono infatti stata più volte finalista ai campionati italiani sia giovanili che assoluti, nel 2010 sono stata campionessa italiana universitaria e bronzo ai campionati italiani assoluti. Sempre nel 2010 il mio balzo da 6,45m (che è poi rimasto il mio primato personale) è stato la miglior prestazione italiana e mi ha regalato l’indescrivibile emozione e l’onore di vestire la maglia azzurra in occasione dell’incontro internazionale “Decanation” ad Annecy. Se ci penso ancora mi viene la pelle d’oca! L’atletica non mi ha regalato solamente tante medaglie, ma anche quello che poi sarebbe diventato mio marito, Stefano, anche lui atleta, specialista dei 400hs e degli 800m. Nel 2011 con la laurea in medicina e chirurgia e con il dono della prima gravidanza ho appeso le scarpette al chiodo. 

 

Ma lo sport nella nostra famiglia non è mai stato messo da parte: infatti, non appena abbiamo cominciato a sentire i primi calci della nostra creatura in pancia, sono partite le scommesse: “secondo me ha il piede reattivo da velocista!” “Ma no, cosa dici? Questo è chiaramente un piede da mezzofondista, vedrai, farà il record del mondo negli 800m!”. 

Dopo ogni gravidanza ho sempre ripreso a correre il più presto possibile. Certo, è cambiato l’approccio: gli allenamenti regolari e le gare sono ormai un ricordo, ora si va a correre quando si può, tra lavoro con tanto di turni, asilo, corsi di nuoto delle bambine, marito, casa e chi più ne ha più ne metta. In più ho ritrovato (grazie anche e soprattutto a mio marito) quell’amore per la montagna che a causa dell’agonismo avevo un po’ messo da parte. E così dopo anni ho rimesso gli sci ai piedi, mi sono avvicinata allo scialpinismo (che è una figata pazzesca!) e all’arrampicata, ho ricominciato a fare alpinismo, ho scoperto il mondo dei Vertical e dei Trail (grazie ai quali ho conosciuto una grande amica, che è anche colei che mi ha chiesto ci scrivere questo articolo e che gestisce questo bellissimo blog), ho corso distanze che mai nella vita avrei pensato di poter correre (23 km al massimo, lo so non è niente di che ma capite bene che io ero abituata ai 36m della mia rincorsa per il salto in lungo...).

E le bambine in tutto questo? Beh semplice: le portiamo con noi! Come? Quando mamma corre, papà e le bimbe seguono in bici (da piccole sedute comode nel carrozzo e appena sono abbastanza veloci con la loro biciclettina) e viceversa. E alle volte, quando abbiamo un po’ più di tempo a disposizione, andiamo tutti insieme al campo di atletica, così mamma e papà possono correre e le bimbe si divertono come matte a fare andature, a saltare, a provare i cambi della staffetta e a gareggiare tra di loro. È davvero un momento di felicità pura e portarle via è sempre una lotta...

A sciare hanno iniziato entrambe a 3 anni, anche se in realtà la prima volta con gli sci nei piedi è avvenuta sia per Martina che per Sofia a 2 anni e mezzo...tranquilli, non si è trattata di una vera sciata...è stato più che altro un modo per prepararsi un poco  psicologicamente a casco mascherina, scarponi e legni (noi non ci pensiamo, ma sono una vera rottura di scatole!). Sole, calma, giochiamo a scivolare e... “tranquilla che ti tengo io”. Stessa storia per l’arrampicata: “sali fin dove vuoi...” (le prime volte si saliva appena di un metro) “e poi facciamo il ragnetto a scendere”. Poi c’è la montagna d’estate, la palestra di vita...ah, quella si che è un investimento inestimabile. Le passeggiate hanno un valore educativo smisurato. In montagna si conosce la natura e si impara a rispettarla, si incontrano la tradizione e la storia, ci si pone un obiettivo (che ovviamente si trova sempre “alla fine di questa salitina”) e con un poco di sacrificio lo si raggiunge. Si apprezza l’essenziale e il necessario.

 

Il corso di nuoto non può ovviamente mancare, anche se poi i grossi miglioramenti li si fanno con papà al mare d’estate. Ma attenzione, non siamo di quelli che iscriviamo le figlie a 1.000 corsi diversi: l’unico per ora è quello di nuoto, il resto lo condividiamo.

 

Spesso le portiamo con noi a vedere meeting di atletica o alle volte a vedere il Genoa (si, mio marito ha il grande difetto di essere genoano...) allo stadio. La televisione si accende quasi esclusivamente per seguire gare di sci (la nostra Sofia è una fan sfegatata di Sofia Goggia!) o gare di atletica. Alcune settimane fa Martina (la più grande) ha partecipato alla sua prima garetta di atletica (non vi dico che emozione!).

Ciò che cerchiamo di fare è, da una parte trasmettere loro la passione per lo sport in generale, e dall’altra fornire loro capacità motorie sufficienti perché possano poi a suo tempo scegliere lo sport che più le attrae e che più dà loro soddisfazioni. 

 

Perché tutta questa importanza allo sport? Beh, lo sport è davvero maestro di vita: insegna a porsi degli obiettivi, insegna a soffrire, a perdere, a rialzarsi dopo una sconfitta, insegna il valore della fatica, insegna ad organizzare le giornate per farle fruttare al meglio e tiene lontano da cattive abitudini che di solito (non sempre, certo) si prendono quando uno si annoia o non ha nulla da fare (alle volte vedo ragazzini che passano il pomeriggio seduti su una panchina che non sanno come ammazzare il tempo e questo mi mette una tristezza immensa). 

 

Se la nostra è la ricetta giusta non lo so (ve lo saprò dire tra qualche anno), ma vedere il sorriso sulle labbra delle mie figlie quando corrono ci regala una gioia immensa e ci dà la motivazione per continuare su questa strada divertendoci e, soprattutto, facendo divertire le piccole. 

Martina e Sofia, due piccole grandi atlete.


Triathlon: Be a HeroMan. Be an IronMan!

Il triathlon è uno sport multidisciplinare di resistenza, nel quale l'atleta copre nell'ordine una prova di nuoto, una di ciclismo e una di corsa, senza interruzione.

 

Il triathlon è divertimento, salute, sfida con se stessi, impresa, armonia con la natura. E' uno sport giovane, nuovo, che accomuna insieme le tre discipline più popolari e praticate, in un'unica prova.

 

I concorrenti devono infatti passare senza interruzioni da una frazione di gara all'altra, dimostrando ottime capacità condizionali quali forza e resistenza, ma anche buone capacità coordinative, dovendo esprimere durante il loro sforzo gestualità sportive completamente differenti tra loro, quali il nuotare, il pedalare ed il correre.

 

Il Triathlon classico, quello cosiddetto Olimpico le cui distanze sono nei programmi delle Olimpiadi, si disputa sui 1500m a nuoto, sui 40km in bicicletta ed infine, sui 10km di corsa. Ma numerose sono le varianti delle distanze del Triathlon, a seconda dell'età e delle caratteristiche tecniche.

 

Il celeberrimo e tanto fantomatico  "Ironman" è la distanza di triathlon "super lungo", la più dura competizione di tale sport, caratterizzata da 3,86km di nuoto, 180,260km in bicicletta e 42,195km di corsa (cioè la distanza della maratona). La distanza è dunque ben più lunga del Triathlon Olimpico. Nelle gare le distanze sono le stesse sia per il maschile che per il femminile.

 

Storia del Triahtlon

Il triathlon è uno sport giovane, visto che nasce nel 1977 da una scommessa tra un gruppo di amici su di una spiaggia di Honolulu, alle Hawaii. 

Il suddetto gruppetto discuteva a proposito della gara più dura dal punto di vista della resistenza: se fosse la Waikiki RoughWater Swim di 3,8km a nuoto, la 112 miglia (180km) Oahu Bike Race o la Honolulu Marathon di 42,195km. 

Il comandante della marina John Collins suggerì di combinare le tre prove in un unica gara. Tutti risero, ma quel giorno era nato il triathlon ed era nata la gara che ha fatto la leggenda di questo sport, l'Ironman delle Hawaii. 

Alla prima edizione parteciparono in 14; uno dei concorrenti comprò la sua bici il giorno prima della gara, un altro si fermò per una pausa ristoratrice da Mc Donald e il primo vincitore fu Gordon Haller. 

Da quel primo triathlon le cose sono cambiate molto: doverosamente, possiamo affermare che l'avvicinamento o l' "ideazione" di questo sport, al di là delle leggende e storie, avviene in un contesto culturale che vede l'uomo moderno e quindi, anche lo sportivo di oggi, sempre più proiettato verso la conoscenza e la pratica di più cose, di più specialità, uno spiccato gusto e capacità di approfondimento assolutamente eclettici. 

Nell'ultimo ventennio, sono moltiplicati il numero dei praticanti, il numero di squadre, il numero di gare e di Paesi che lo promuovono, così come si sono diversificate le distanze rendendo questo sport accessibile a tutti , di assoluto valore "salutistico" e propedeutico, oltre che altamente spettacolare ed aggregante.

Una lenta ma costante evoluzione che ha permesso che infine si approdasse all'inserimento del triathlon nei programmi olimpici di Sidney 2000 - prima Olimpiade che ha "battezzato" l'esordio del triathlon - che è stato approvato durante la sessione del CIO tenutasi nel settembre 1994 a Parigi, proprio in occasione del centenario dello stesso CIO.

 

http://www.fitri.it/il-triathlon/storia-del-triathlon.html


Quella passione chiamata "Torino Triathlon"

Lorenza Marini per Torino Triathlon

"Torino Triathlon" è la squadra in cui è stata accolta Lorenza Marini, che da un anno ha scoperto la grande passione per il triathlon. 

Ho invitato Lolla oggi pomeriggio a casa, con la scusa di una breve intervista, che mi serviva per scrivere questo articolo, per rivederci dopo tanto tempo. Ci siamo ritrovate a chiacchierare per due ore sul divano, dove una iniziava la frase e l'altra la terminava, e viceversa.  Sarà che siamo entrambe dei Gemelli, sarà anche che con Lolla non esistono le mezze misure. Ad esempio, lei è quella che mette la parola "schiappa" nella stessa frase con "Iron Man". È così che si definisce "una mezza-calzetta", solo perché è appena un anno che si cimenta nel triathlon e sa che la strada da fare è ancora lunga e tante cose ha da imparare. Mentre me ne parla, però, le brillano gli occhi per l'entusiasmo...e io so già cosa significa quello sguardo: che ce la metterà tutta e ci metterà tutta se stessa per arrivare al traguardo, qualsiasi sia la sfida della Vita che abbia accettato. Una donna, una amica, una sportiva, con la voglia di mettersi alla prova con coraggio ed umiltà.

 

Ciao Lolla, grazie per prestarti a questo gioco-intervista ma la mia curiosità sul mondo del triathlon è grande, visto che è uno sport faticosissimo ma che sta prendendo piede anche tra gli amici.

 

Innanzitutto, perché lo fai? 

"Per divertimento. Quando ci rendiamo conto della immensa fortuna di avere un corpo che gode di buona salute, niente è più bello per me di averne la piena percezione, di potere esplodere e distribuire energia nel mondo, anche - perchè no - quello delle competizioni."

 

Qual è il tuo motto?

"Il mio motto è 《never give up》 e anche 《beat yesterday》"...《Mai mule'》 insomma, le dico, e ridiamo.

 

Quando, come e perché hai scoperto il triathlon? 

"Come capita a molti. Il triathlon mi ha salvato da un momento molto difficile che stavo attraversando, ha colmato un grande vuoto. Sapevo che era uno sport che avrebbe richiesto grandi attenzioni, concentrazione e tempo. Ora, temo, perfino troppo!"

 

Qual è il tuo prossimo obiettivo? 

"È l'Arona Man, un medio Iron Man che si terrà il 22 luglio prossimo. Non vedo l'ora."

 

Tu viaggi spesso per lavoro: come fai ad allenarti?

"In valigia metto sempre un paio di scarpe da ginnastica. Correre, si può correre ovunque anche in capo al mondo! E questo è bellissimo...poi se sono fortunata soggiorno in hotel che hanno la bici e in palestra. Più raramente trovo una piscina ma, ad esempio, quando vado a Rovereto c'è quella olimpionica. Lo so e in valigia aggiungo costume, cuffia ed occhialini! Visto che gli orari di lavoro sono sempre lunghissimi, mi alleno la mattina presto. Quando si dice: la mattina ha l'oro in bocca."

 

Segui un regime alimentare particolare?

"Ho la fortuna di avere sempre seguito una dieta equilibrata e sana, prediligendo frutta e verdure fresche di stagione, carne e pesce, cereali integrali. Mangio un po' di tutto, anche i dolci mentre evito i fritti. Devo aggiungere, però, che da un mese seguo i consigli di amici triathleti molto più esperti di me e ho aumentato i carboidrati nella mia dieta. Mi accorgo di avere molta più energia! Prima della gara mangio riso basmati con marmellata o miele e mi sento pronta per affrontare le fatiche che mi attendono..."

 

Se un/a amico/a volesse cimentarsi come hai fatto tu l'anno scorso, proprio perché anche tu sei nuova in questo sport, che cosa gli/le consiglieresti?

"Oh Mari, mi metti in imbarazzo perché non so se sono in grado di dare consigli, proprio perché io stessa sono la prima a dovere imparare. Gli/le direi che per me il Triathlon è davvero una passione, dal greco 《pathos》 che significa anche "sofferenza". Sì, perché sono tre sport a livello agonistico in uno. E come si dice...la coperta è sempre troppo corta: quando migliori in uno sport, peggiori in un altro. Insomma, mai mule' davvero, perché come ti chiede tanto ti dà anche molto!"

 

Qual è la più grande sfida con te stessa?

"Le più grandi sfide sono sempre con me stessa. Lolla contro Lolla. Per come sono fatta io, esagero sempre. Tutto è sempre 'over-size': sovra-allenata, ultra-sensibile e cervellotica..mi faccio mille paranoie!

Quindi la sfida è di non farmi travolgere...dalle passioni, compreso lo stesso il Triathlon, anche se al tempo stesso questo sport mi aiuta molto a ridimensionare gli altri problemi. Lo consiglierei a tutti, bambini compresi, purché non diventi una droga!"

 

Grazie molte per la tua spontaneità. Un'ultima domanda: la tua vita è molto piena. Senti che manca ancora qualcosa?

"Sinceramente, sì. Sono una persona entusiasta e piena di energia. Non vorrei però tenermela tutta per me o per il triathlon...insomma, mi manca l'amore. Vorrei potere dedicare almeno metà del tempo, delle energie e della passione che ora dedico allo sport ad una persona. Alcune volte, ti giuro, svegliarmi alle cinque per andare a gareggiare chissà dove non è il massimo...chissà che questa intervista non mi porti un po' di fortuna!"

 

Te lo auguro di cuore, cara Lolla, e grazie per questa splendida e speciale intervista. Come dici tu, "never give up"!

 

Lorenza Marini e il Triathlon


Livio Airaudi: "Bra-Bra"vissimo atleta al suo debutto nelle gare di ciclismo

Livio Airaudi alla Bra-Bra

di Livio Airaudi

Dopo una vita passata a giocare a pallavolo, a gennaio di 4 anni fa ho deciso di provare a dedicarmi in modo un po' più sistematico  al mondo della corsa, cominciando, convinto da un mio amico maratoneta, con un obiettivo non banale ma molto suggestivo: la maratona di New York del 1 novembre di quell'anno! Il caldo estivo e la mia passione pregressa per la montagna mi hanno portato a spostare a luglio gli allenamenti in quota, dove è sbocciato l'amore per i trail. In poche gare arrivo al mio primo ultra a fine agosto. Dopo la bellissima esperienza newyorkese decido che la maratona diventerà negli anni la mia gara autunnale (Valencia e Torino negli anni successivi), ma per il resto della stagione mi dedicherò ai trail. Aumento gradualmente le distanze fino a superare i 100km del Tuscany Crossing ad aprile dello scorso anno, con vista sulla LUT, dove però arriva una grande delusione. Scendendo dal colle Lavaredo verso il lago di Landro, prendo una brutta storta in un tratto di discesa veloce e molto corribile. Procedendo nella gara il dolore si fa sempre più forte, e dopo circa 20km, arrivato al punto ristoro del 75imo km decido che non ha più senso proseguire e mi ritiro. Ma questa sfida è pronta per essere rilanciata nel 2019!

Lo scorso anno, nella mia testa è nata anche una nuova sfida: affrontare con una terapia d'urto la mia paura dell'acqua, e quale modo migliore se non il triathlon? Le ore trascorse in piscina aumentano, al nuoto classico affianco un corso di apnea per migliorare la mia confidenza con l'acqua, e ad aprile 2017 sono al via del mio primo sprint...

E la mia sfida personale con il triathlon mi ha portato a conoscere ed apprezzare la bici da corsa. Dopo un paio d'anni a pedalare da cicloturista in giro per le nostre valli e per i colli dolomitici, è scattata la molla semi-agonistica: perchè non partecipare alla Fausto Coppi, granfondo di cui ho sentito parlare tantissimo negli ultimi anni? Confrontandomi con amici che partecipano abitualmente a granfondo ciclistiche, il consiglio è stato di fare un test più soft rispetto alla Fausto Coppi, anche per capire come ci si muove in gruppo. Calendario alla mano, la scelta è caduta sulla Bra-Bra, scelta dettata principalmente dall'ambiente in cui mi sarei trovato a fare la mia prima pedalata agonistica. Le distanze possibili sono 3: il corto da 60km, il medio da 108km o la lunga da 160km. Mi focalizzo subito sulla mediofondo, ma senza tralasciare le informazioni relative al punto in cui ci sarà il bivio per il percorso corto. I 108km del percorso medio prevedono 5 salite, di cui 3 a La Morra da diversi versanti, per un totale di circa 2000m di dislivello positivo. Il pregara è ricco di dubbi e tensione: come vestirsi? Cosa portarsi nelle tasche? Quali barrette e quante barrette/gel prendere e quando alimentarsi? Il tempo per pensare è però molto poco; il ritrovo ritardato e le pratiche di ritiro pettorale e pacco gara ci obbligano a fare il primo scatto già per raggiungere la linea di partenza in tempo. Tempo infatti di raggiungere e schierarsi nella nostra griglia di partenza e si sente in lontanza lo sparo del via. La prima parte si snoda tra tra le vie del centro a passo d'uomo se non addirittura a spinta, fino ad attraversare la linea della partenza 10 minuti circa dopo il via ufficiale; in realtà in queste competizione ci sono un paio di km a velocità controllata, in modo da far si che il gruppo si raduni dopo la passerella iniziale, ed il km0 è lo incontriamo infatti all'uscita del paese di Pollenza, punto di partenza e arrivo della manifestazione.

I primi km scorrono velocissimi; lo stare in gruppo, se da un lato può mettere un po' d'ansia, dall'altro consente velocità per me inusuali senza nessuno sforzo. In pochissimo tempo ci troviamo quindi all'imbocco della prima salita a La Morra, ed è lì che inizia a tutti gli effetti la mia avventura. Decido infatti fin da subito di non seguire il gruppo con cui avevo affrontato l'avvicinamento, in modo da gestire al meglio la salita, conscio dei miei pochi km nelle gambe e della poca esperienza su distanze sopra i 100km.

Nonostante le pendenze non eccessive, i km passano lenti, immersi in un ambiente favoloso in cui lo sguardo si va a perdere tra le colline di vigneti e noccioleti; lo scollinamento al paese di La Morra porta alla prima velocissima discesa, affrontata in un piccolo gruppetto da cui mi faccio anche tirare nel brevissimo tratto pianeggiante che porta alla seconda salita verso Perno e S.Eligio. A parte brevissimi tratti anche qui le pendenze sono pedalabili, e l'aver rotto il ghiaccio sulla precedente ascesa, mi fa sembrare più agevole la salita. Anche la seconda discesa verso Dogliani è molto rapida, su ottimo asfalto, e la mia inesperienza mi porta a dimenticarmi totalmente di alimentarmi prima dell'inizio della terza salita, la più lunga del percorso. Dopo pochi km mi viene presentato il conto per il mio "errore di gioventù": le gambe diventano molli e le energie iniziano a calare drasticamente. Fortunatamente incontro qualche compagno di viaggio con cui affrontare le rampe verso Bossolasco ed il loro supporto e incoraggiamento mi permette di continuare senza fermarmi.

Al km 50 però, per fortuna, il primo ristoro; la fatica inizia a farsi sentire, la crisi di fame è in pieno corso, meglio quindi scendere un attimo da in sella e mangiare e bere al meglio. Pane e marmellata e frutta sono la base del mio pasto regale, il giusto mix tra caffeina zucchero e gas della coca-cola permette di assimilare il tutto più velocemente e sono quindi pronto per ripartire. Inizia quindi la parte più bella a livello paesaggistico; prima della discesa infatti si affronta un lungo tratto ondulato in quota, da cui la vista è meravigliosa, su colline e piccoli borghi

La bellezza dei paesaggi fa però da preambolo al secondo momento di difficoltà della gara dopo la crisi di fame; terminata la discesa, sulle prime rampe della seconda Risalita verso LaMorra, arrivano i crampi. Non ho sbaglaiato solo l'alimentazione, ma anche la reidratazione. Sono costretto a fermarmi e a scendere a fatica della bici, per cercare di sciogliere il quadricipite femorale; sfrutto la pausa forzata oltre che per bere, per mangiare anche una barretta energetica, ed una volta risalito in sella riesco senza problemi a raggiungere il secondo ristoro al km 80. 

Anche qui decido di scendere dalla bici per poter reintegrare al meglio e senza fretta; se ci fosse una speciale classifica sulla quantità di cibo mangiata ai ristori, dopo il primo tentativo di fuga del km 50, qua avrei sicuramente sferrato l'attacco deciso al primo posto in classifica! Ma in fin dei conti la vera gara è un'altra, e quindi risalgo in sella e mi lancio in discesa.

 

Al km92, subito dopo una svolta secca a destra, con stacco improvviso tra discesa e salita, il cartello che non avrei mai voluto vedere "muro di Meane 300m  22%"; lo strappetto in curva inaspettato, mi ha costretto ad affrontarlo con un rapporto non ideale per le mie gambe, ed i crampi tornano ad affacciarsi. La vista del cartello mi fa entrare in modalità "sicurezza": meglio fermarsi un attimo a sciogliere le gambe, piuttosto che provare a resistere e venire assalito dai crampi su una pendenza del 22%, con probabile a quel punto caduta annessa, sotto gli attenti occhi del fotografo pronto ad immortalare il momento. La pausa anticrampi diventa quindi anche l'occasione per ricomporsi e cercare di non apparire come uno zombie nella foto che verrà scattata; alla fine l'effetto è stato l'opposto, probabilmente la mia sarà l'unica foto scattata in cui compare un sorriso sulla rampa infernale del muro di Meane. 
L'ultima salita è nelle mie gambe e nella mia testa interminabile, nonostante non sia molta diversa come lunghezza e pendenza da quelle precedenti; i continui finti scollinamenti mi mettono a dura prova, anche se al fotografo di turno un sorriso non si nega mai. Nel mio incedere lento riesco però a recuperare sulle ultime rampe qualche compagno di avventura con cui affrontare l'ultima discesa e i pochi km pianeggianti finali che riportano nel centro di Pollenzo.   
 
Il taglio del traguardo ed i successivi saluti con coloro con cui ho attraversato la linea di arrivo, sono un concentrato di emozioni; la fatica è ben presente, ma la gioia dell'obiettivo raggiunto predomina su tutto il resto. Mentre divoro pane e nutella in quantità adolescenziali ritrovo anche i miei amici con cui ho condiviso la partenza per questo bellissimo viaggio. A mente fredda mi sono reso conto di aver trasformato una mediofondo agonistica in una cicloturistica, ma la soddisfazione del traguardo raggiunto conservando lucidità per rendermi conto di quel che stavo facendo, e la bellezza dei paesaggi che ho potuto maggiormente apprezzare rallentando il mio ritmo, non mi fanno sicuramente pentire della scelta fatta.  Se la rifarò? Certamente, il prossimo anno sarò di nuovo al via, ma prima c'è la Fausto Coppi che mi aspetta...
 
Per ulteriori informazioni: www.brabra.org

 


La "Fans de Sport" è alla Patrouille Des Glaciers 2018

di Valentina Lauthier

21a edizione della Patrouille Des Glaciers  ("PDG"): 1200 squadre e 4800 partecipanti; 53 km e circa 4000 m di dislivello positivo percorsi tra Zermatt e Verbier. 

La nostra squadra "Fans de Sport", già protagonista della scorsa edizione del Mezzalama, è nuovamente in pista.

È il 30 settembre 2017: sono le 23.15 quando mi squilla il cellulare: è Mara. "Ciao Vale, che ne dici di iscrivere la squadra alla PDG?". Rispondo: "Ma le iscrizioni scadono a mezzanotte! Non siamo più in tempo...poi che squadra?" Mara placida: "Tu, Jean e Pippo e riserva la Flo". "Ma la Flo è in Australia", timidamente obietto, "Bè, tanto torna...poi hai 45 minuti...un sacco di tempo". Inutile contrastare il ciclone Mara.

Ci provo e alle 23.40 siamo iscritti…non rimane che aspettare il sorteggio.

Ai primi di dicembre arriva la sospirata mail in cui ci comunicano che la Fans de Sport è ufficialmente ammessa alla PDG: non rimane che pagare ed allenarsi.

Ognuno di noi  si allena seguendo il proprio metodo: Jean facendo tanti Plantorrete per non caricare troppo la sua caviglia malandata, Pippo con allenamenti serali in quel di Ayas e io facendo lunghi di notte per essere più o meno presente al lavoro il mattino successivo più i week end.

La primavera non tarda ad arrivare. Jean aumenta il carico di lavoro: con l’arrivo del piccolo Mathieu fa lunghe camminate notturne per l’albergo nella speranza di farlo addormentare.

Siamo a Pasqua e la gara si avvicina, così ci viene comunicata l’ora di partenza: venerdì 20 aprile alle ore 22.45. Va bene, abbiamo un buon margine!

Iniziamo a pensare alla logistica e nasce il gruppo “Fans de Sport for Verbier", la nostra assistenza ad Arolla e di recupero a Verbier.

Nel frattempo, in allenamento mi si rompe anche uno sci. Lì per lì, vivo male questo "segno" ma il team di supporto della squadra è eccezionale e in meno di 24 ore recupero un paio di sci Hagan,  che mi vengono montati con totale professionalità e dedizione!

Gli ultimi giorni sono frenetici: controllo del materiale, qualche breve salitella e un bellissimo volo in biposto per smorzare l’ansia.

E siamo a giovedi 19: alla sera, dopo aver ultimato zaini e sacconi, ci dedichiamo una "ultima cena" con i soci all'hotel di Mara. L'emozione è alle stelle.

Venerdì 20: finalmente si parte! Raggiungiamo Zermatt via Plateau Rosa, dove arriviamo in tarda mattinata. Ci sottoponiamo al controllo materiale: sono svizzeri, misurano tutto. Ci manca mettano pure me sulla bilancia!

Fa molto caldo e l’organizzazione anticipa le partenze di un’ora. L’ansia inizia a farsi sentire. Lentamete ci prepariamo e ci avviamo verso la partenza. Ci siamo: gli ultimi minuti sono scanditi dalla voce di Silvano Gadin, aumenta la musica, un ultimo respiro e si parte! Il nostro viaggio inizia con la salita verso Furi: a causa del gran caldo e del pericolo valanghe il percorso è stato leggermente modificato e un lungo piano ci porta alla centrale elettrica. siamo sul percorso originale. Prendiamo un buon ritmo. La temperatura è mite, è una serata meravigliosa. Raggiungiamo Shonbel, ci leghiamo e procediamo verso Tête Blanche: a causa della neve ghiacciata ci consigliano di montare i rampant. Inizia la discesa. Passo avanti e dopo una breve risalita al Col de Bertol, possiamo slegarci e scendere ad Arolla. Passiamo il cancello alle 4.28.

Breve sosta per reintegrare con barrette e borracce: Mara, Raul e Solange dovrebbero (dico dovrebbero) avere tutto, compreso dei gustosissimi panini. Mancano: Raul, Solange, i panini ed i miei integratori! Come se non bastasse, la luna nera si abbatte nuovamente sul povero Pippo, che in preda a dolori addominali decide di abbondonare la corsa perché non vuole rallentarci.

Da Arolla si segue una tostissima pista ghiacciata e ripida che porta sotto al Col de Riedermatten. Guardo Jean: è una maschera di dolore e fatica. Penso che stavolta la nostra PDG finisca qui.

Ci fermiamo un attimo, Jean mangia qualcosa e con una voce che non ammette repliche, dice: “Andiamo avanti...anche con i denti!”.

Partiamo alla volta della Rose Blanche, il “Sacro Graal” della PDG. Non bisogna guardare verso l’alto: solo salire, un passo dopo l’altro...sembra lontanissimo e inarrivabile...e nelle gambe ormai ci sono più di 3000m di dislivello.

Siamo alla base del canale:sci nel sacco e passo himalayano.

Il pubblico, sempre presente, qui raggiunge l’apoteosi: gente ovunque che ti incita, ti porge bottigliette di coca cola, cioccolato...una festa.

Questa è la mia terza Pdg e non c’è volta in cui non mi metta a piangere di fronte a questo spettacolo.

Le fatiche sembrerebbero finite ma manca ancora il Col de la Chaux.

Passato il colle, non rimane che scendere a Verbier...ancora qualche piano da spingere e poi una bella pista. Una passerella lungo il paese porta all’arrivo.

“Jean, Vale…”, l’urlo di Pippo, ”ce l’avete fatta”…un abbraccio e il traguardo.

Jean ed io ci guardiamo: ogni parola è superflua. Sono le 12.35.

Grazie al mio socio per non aver mollato, per aver stretto i denti e sopportato dolore e fatica.

Grazie a Pippo per aver condiviso con noi questo viaggio. Peccato! Mi dispiace tanto.

E un grazie lo devo riconoscere anche alla mia testa dura e alla mia tenacia, che mi hanno portato al traguardo di questa gara ma anche ad una nuova rinascita.

Per chi fosse in ansia per i panini e i miei "powerbar": erano tranquilli al calduccio sul furgone…nessuno ha fatto loro del male!


Salvo Rindone: Finisher alla Marathon Des Sables 2018

Amor y Paz. Amore e Pace. È questo che Salvatore Rindone, per gli amici Salvo, portava nel cuore quando ha tagliato il traguardo dell'ultima edizione della Marathon Des Sables (#MDS) 2018, posizionandosi con grande soddisfazione a metà della classifica...e pensare che lui è partito per sfida con se stesso e quasi per gioco con l'amico Oliviero Alotto, senza allenamenti militari o esperienze pregresse ma con tanta volontà e determinazione, con la speranza di finirla nonostante una gamba da anni infortunata ed una recente tendinite!

Salvo è una persona speciale, di rara umanità e simpatia, dalla testa fina e cuore gigante. Per i suoi clienti, un instancabile lavoratore ed un caro amico. Conoscendolo, non puoi che sentirti parte della sua squadra e della sua famiglia, insieme alla moglie Mary e i suoi figli Martina e Isaac. È con questo spirito di squadra e familiare che gestisce i negozi di primizie "L'Angolo dei Sapori", il bar "Barindo" ed il ristorante-pizzeria in prossima apertura "Immacalò".

LA TENDA "7"

Ed è proprio della squadra creatasi durante questa magica gara nel deserto del Sahara in Marocco, che ha iniziato a raccontarmi davanti a un caffè dopo la piscina - che si è tramutato in una intervista - della sua esperienza appena conclusasi. Sì, perche è appena tornato ma è fresco come una rosa, mano fosse stato in vacanza alle Maldive ed è già iperattivo tra lavoro, bici, fitwalking, nuoto, famiglia, clienti e amici... 

Salvo si è mostrato subito entusiasta dei suoi compagni di tenda (la tenda "7") con cui si sono, ben più che sopportati, supportati, perché è un uomo che ama la gente e soprattutto ha piena fiducia nelle persone, che pensa con umiltà possano sempre offrire qualcosa da imparare e cui offre moltissimo. Come la storia del PARMIGIANO!

IL PARMIGIANO

Sì, avete sentito bene. Salvo ha un mito, il grande Olmo, che ha conosciuto ad una gara qualche tempo fa. Salvo è un uomo molto pratico e poco calcolatore, un uomo sportivo ma non di quelli fissati e super goloso. Ama mangiare bene, altroché barrette "piuttosto preferisco fare la fame" e avendo sentito che Olmo predilige il parmigiano per le sue proprietà nutrizionali, ha riempito il suo zaino con 1/2 kg di parmigiano! Un bel problema, però, che non aveva considerato: il peso. Al campo conosce atleti che gli raccontano di avere seccato e messo sotto vuoto delle salviette oppure di avere cambiato la carta igienica con quella trovata in hotel più leggera per ridurre il peso. Resta un attimo interdetto, lui non è proprio quel genere lì ma in effetti 1/2 kg è troppo pure per lui...Il peso dello zaino inizia a dargli fastidio alla schiena e a malincuore decide di alleggerirsi. Così, in principio pensa di distribuire tra qualche partecipante tale prelibatezza finché i concorrenti, riunitisi in una specie di assemblea straordinaria per esprimersi sul caso "PARMIGIANO REGGIANO", deliberano all'unanimità di donarlo alla gente locale, che lo accetta con immensa gioia e gratitudine.

LE STELLE

Gli domando poi un aneddoto che si porta nel cuore. E di nuovo mi parla di persone. È il caso dell'astronomo Sergio Ortolani, il cui incontro - dice Salvo - è stato voluto dalla provvidenza. Nella tappa lunga, aveva stabilito che al cinquantesimo chilometro si sarebbe riposato un po' ma con il rischio di raffreddarsi troppo. Appena iniziata la pausa, entra in tenda Sergio, che Salvo dice di avere osservato in questi giorni e che sente possa essere il suo riferimento. Sergio lo invita a non fermarsi e a proseguire con lui con il ritmo di una corsa lenta. E così fanno insieme anche quando è Sergio a entrare in crisi e Salvo a "tirarlo". Si ritrovano così, sempre insieme, nel buio della notte all'ottantesimo chilometro. Sergio lo invita a spegnere per qualche istante la frontale. Sopra di loro, la Via Lattea.

ESSERE CONNESSI SENZA CONNESSIONE

Cosa è piaciuto di più a Salvo di questa esperienza? Avrete capito che a Salvo piacciono le relazioni vere. Per quanto si potessero spedire email dal campo e ricevere messaggi grazie allo staff tramite i social network, il contatto con gli altri, con la natura e se stessi in assenza di tecnologia è per Salvo come andrebbe sempre veramente vissuta la Vita.

VIVA LA VIDA

In conclusione, domando a Salvo che cosa gli è mancato quando era lì e cosa gli manca ora che è tornato.

La risposta è nulla. "Ero e sono felice e pienamente appagato allora là come qui e ora. Porto sempre dentro di me la mia famiglia e i miei affetti e vivo ogni giorno, che sia nel deserto o a lavoro, con entusiasmo, amore e pace."


Allenamento e recupero: attivo vs passivo

Licony Trail, Morgex (Giugno 2017)

 

Aprile, dolce dormire ma non solo... Recupero passivo ma anche attivo! Perché sono entrambi importanti all'interno di una tabella di allenamento.

"Allenamento" va a braccetto con "recupero", altrettanto fondamentale per migliorare la propria performance e per raggiungere il perfetto equilibrio psicofisico, di cui ogni sportivo ha bisogno.

Infatti, il recupero dopo un carico fisico è un elemento chiave nella programmazione dell’allenamento. Esso rappresenta il momento in cui avvengono il superamento della fatica, il ripristino delle capacità di prestazione e soprattutto la fase nella quale si realizzano gli adattamenti e, quindi, si determina ciò che migliora la prestazione sportiva.

Gestire al meglio il recupero può, quindi, rappresentare la chiave di successo del proprio allenamento.

Un fisico da tempo ben allenato avrà tempi di recupero certamente più rapidi di chi lo è meno o da meno tempo (il corpo è una macchina con grande memoria) e probabilmente gli sarà sufficiente dormire adeguatamente e reintegrare con una corretta alimentazione e idratazione.

Certo è che se si trascura il recupero in entrambi i casi, è possibile incappare nel "sovrallenamento", in cui il corpo non riesce più a smaltire lattato e avverte il perdurare di sintomi, quali un forte senso di affaticamento, disturbi del sonno e all'umore, nausea o diarrea, dolori muscoloscheletrici, calo della performance, ecc. Quando si è esagerato, lo STOP è purtroppo forzato! Ma se si impara a recuperare il giusto, ciò  si riesce tranquillamente ad evitare.

Anche l'utilizzo di integratori può essere di aiuto. Uno dei più semplici, ma non per questo meno efficace, è a mio parere il magnesio supremo.

Anche  alcuni vitamine e oligoelementi svolgono importanti funzioni per il recupero, in particolare quello muscolare: contribuiscono alla riduzione della stanchezza e dell’affaticamento Vit B2, B3, B5, B6, B12, C, Folato, Ferro; contribuiscono al normale metabolismo energetico Vit B1, B2, B3, B5, B6, B12, C, Biotina, Calcio, Magnesio, Ferro; delle proteine e del glicogeno (vit B6) e alla regolare funzione muscolare (Ca, Mg, K). Mg e Zn contribuiscono alla fisiologica sintesi proteica, la vitamina B1 alla normale funzione cardiaca e il folato alla regolare sintesi degli amminoacidi. Altri elementi contribuiscono alla regolare formazione dei globuli rossi (vit B6, Fe), al normale trasporto di ossigeno (Fe), alla corretta neurotrasmissione (Ca), al regolare equilibrio elettrolitico (Mg) e alla protezione delle cellule dallo stress ossidativo (Vit C, B2, Zn). 

Durante il recupero si sviluppano processi fisiologici, soprattutto energetici, che permettono al muscolo di restaurare la sua capacità di generare forza: nell'attivo si mantiene un’attività muscolare dinamica ma di bassa intensità (corsa, nuoto, bici lenti; yoga dinamico e stretching; il "compex"...), in quello passivo non viene svolta alcun tipo di attività muscolare (dormire e riposare adeguatamente, mangiare e idratarsi correttamente, massaggi,...). L’esercizio fisico porta ad un aumento della produzione di acido lattico, che nel muscolo si dissocia rapidamente in lattato e H+. Il lattato viene poi eliminato attraverso diversi processi, quali: ossidazione nel muscolo scheletrico, conversione in glucosio e glicogeno a livello epatico, conversione in glicogeno a livello muscolare. L’ossidazione nel muscolo scheletrico è sicuramente il meccanismo più importante di eliminazione del lattato e il recupero attivo è in grado di aumentare la velocità di smaltimento.

Il recupero attivo, infatti, prevede un’attività muscolare dinamica di bassa intensità, quindi permette di avere una produzione minima di lattato, ma, al tempo stesso, di mantenere una frequenza cardiaca più alta rispetto al recupero passivo, un maggior afflusso sanguigno al muscolo, reclutamento delle fibre lente a carattere prettamente ossidativo e mantenimento di una richiesta energetica extra da parte del muscolo scheletrico.

Questi fattori permettono in maniera diversa un miglioramento dei processi di eliminazione del lattato: l’aumento della frequenza cardiaca e del flusso sanguigno muscolare incrementano l’eliminazione del lattato dai tessuti che lo hanno prodotto, il reclutamento delle fibre ossidative con conseguente richiesta energetica proprio da parte di esse, facilita l’ossidazione del lattato a livello muscolare.

Con il recupero passivo una grossa parte del lattato accumulato sarà comunque ossidata a livello muscolare, ma ad una velocità più bassa. Il glicogeno è la scorta di zuccheri delle cellule. Durante esercizio fisico intenso esso rappresenta la fonte primaria di energia per il muscolo scheletrico. Il glicogeno viene dunque consumato moltissimo durante l’esercizio fisico di alta intensità, e a seguito di esso deve essere risintetizzato.

Gli effetti precedentemente descritti riguardo il recupero attivo rallentano la resintesi del glicogeno: le fibre muscolari attive tendono a consumare energia e non a risintetizzare le scorte energetiche, inoltre il lattato degradato per via ossidativa non potrà essere utilizzato per neoglicogenesi. In questo caso il recupero attivo tenderà a rallentare la resintesi del glicogeno, mentre il recupero passivo permetterà una resintesi più rapida.

In conclusione, quindi, il mio suggerimento per chi vuole allenarsi in maniera consapevole è di non trascurare il recupero, sia quello attivo che quello passivo. Aprile, quindi, non solo allenarsi ma neppure solo dormire...! 


#RunBefore2050: il progetto di Oliviero Alotto

Oliviero Alotto

"Con Marina ci legano due passioni, l’alimentazione e la montagna. Nasce con questo articolo una collaborazione che speriamo sia duratura, presto pubblicherò sul mio blog olivieroalotto.it un suo racconto delle sue magnifiche avventure. Sinergia sempre e comunque. Grazie per questo spazio."

Il progetto RunBefore2050 è il mio modo di spezzare gli atteggiamenti fatalisti, e spingere affinchè sempre più persone prendano coscienza dei problemi causati dal cambiamento climatico e inizino a intraprendere delle azioni per invertirne la tendenza.

Alimentazione e corsa, sono gli ingredienti principali del mio blog, l’alimentazione come scelta di vita consapevole e come modo per stare in forma. Mangiare è il gesto che facciamo più spesso durante il giorno, quando ci approcciamo ad un impegno fisico molto impegnativo non possiamo prescindere dal prenderci cura del nostro corpo. 

La corsa è la mia passione e voglio usarla per raccontare il dramma che stiamo vivendo, ma di cui non ci rendiamo  conto, perché questo dramma non ci è ancora entrato in casa. 

La prima tappa sarà il deserto con la Marathon Des Sables, alla quale parteciperemo insieme con Salvatore Rindone, un amico e grande imprenditore persona sensibile e sempre pronta a nuove sfide ed avventure.  Poi il polo con la Polar Race. 

Andrò in due luoghi del mondo dove il cambiamento climatico è già visibile, due luoghi lontani ma uniti da questo dramma: il deserto e i ghiacciai.

A distanza di pochi mesi, correrò attraverso questi ambienti meravigliosi, documentandoli con immagini che portino tutti a conoscenza del disatro che stiamo vivendo e che ci richiamino alle nostre responsabilità.

Fino a qualche anno fa parlare di cambiamenti climatici suonava astratto, al di fuori della comunità scientifica per la quale i numeri e dati hanno una dimensione concreta, la maggior parte di noi poteva percepire razionalmente il problema ma senza rendersene veramente conto.

Oggi le cose sono cambiate e, da blande avvisaglie, siamo passati a vivere le conseguenze del cambiamento climatico in modo sempre più concreto sulla nostra pelle.

Tuttavia l'esperienza diretta degli effetti del clima è stata messa in ombra dalla crisi che ci colpisce tutti e che spesso spinge a pensare che sì, il cambiamento climatico è un problema, ma al momento ci sono questioni più urgenti e per il resto c'è ancora tempo.

Ebbene, la comunità scientifica internazionale e le principali organizzazioni non governative che operano nel campo della tutela ambientale ci dicono che il tempo scadrà nel 2050, anno che segnerà il punto di non ritorno.

Perchè se adesso gli effetti sembrano già pesanti (basta parlare con un agricoltore delle nostre zone per sentire quali danni abbiano portato le anomalie dell'estate scorsa) in futuro saranno ben peggiori e amplificati da altri fattori, come l’aumento della popolazione globale e il progressivo abbandono delle campagne nelle zone più povere del pianeta.

Le conseguenze del cambiamento climatico ricadono in modo particolare sull’agricoltura e l’allevamento del bestiame, indebolendo la biodiversità, deteriorando la qualità del nostro cibo e condizionando fortemente i flussi migratori.

Si stima che i cambiamenti climatici potrebbero spingere 100 milioni di persone nella povertà entro il 2050, e che la vita di 1,3 miliardi di persone sarà messa a rischio a causa del crescere nel numero e nell’intensità, degli eventi meteorologici estremi provocati dai cambiamenti climatici stessi.

Il tasso attuale di aumento della temperatura terrestre potrebbe innescare un meccanismo irreversibile di scioglimento di uno dei maggiori ghiacciai dell’Antartico, il Totten Glacier, e provocare un innalzamento di oltre due metri del livello dei mari.

Alla luce di questo quadro scoraggiante ma ancora evitabile, il progetto RunBefore2050 prevede la mia partecipazione a due grandi eventi: la Marathon des Sables - (www.marathondessables.com)  e la Polar Circle Marathon - (www.polar-circle-marathon.com), due gare in ambienti estremi che simboleggiano in modo puntuale le principali conseguenze del cambiamento climatico da cui derivano tutti gli altri effetti: la desertificazione e lo scioglimento dei ghiacciai.

La corsa è, a mio avviso, un modo efficace per far rientrare in una dimensione vicina e tangibile concetti che possono sembrare lontani e astratti.

Attraverso l'esperienza concreta della fatica, la corsa accende la consapevolezza e la percezione di noi stessi così come dell'ambiente che ci circonda.

Si deve imparare a prendersi cura di sé stessi, del proprio corpo e dell'ambiente in cui si corre, perchè bisogna avere le risorse mentali e fisiche per affrontare il percorso e si deve comprendere l'ambiente in cui si corre se si vuole completare la corsa con successo.

Quando si attiva l'attenzione su questi fattori (salute, alimentazione ambiente), inevitabilmente ci si rende conto di tutti gli aspetti collaterali legati ad essi.

La nostra quotidianità è parte integrante del tutto che muove il presente e si riflette sul futuro. Ogni azione, anche la più piccola, contribuisce al migliorare o peggiorare l'andamento del cambiamento climatico.

Se non siamo consapevoli di questa realtà, rinunciamo al potere di cambiare il nostro futuro.


Nuota e zitto, zitto e nuota! (Parte 2)

Pinne corte Speedo

Buonasera. Abbiamo parlato di nuoto in qualche post precedente. Dopo “mesi di riflessione e corteggiamento", oggi mi sono decisa ad andare in piscina non solo per fare la rana ma anche la papera! Quella corsia riservata esclusivamente agli utilizzatori di palette e pinnette mi tentava troppo...A parte gli scherzi, mi sono informata sui benefici delle pinne corte da piscina e ne ho acquistato un paio della Speedo su Amazon (in foto) e…uao, “che figata”!

I benefici delle mini pinne - La prima cosa da dire sulle mini pinne è che permettono di nuotare con maggiore velocità rispetto al normale, in stile libero e dorso con o senza tavoletta. In questo modo aumenta l'attività aerobica/cardiovascolare, consentendo di bruciare anche più calorie. Infatti il nuoto con le mini pinne ha un impatto maggiore sul metabolismo. Vanno bene sia per principianti che esperti nuotatori. Oltre a dimagrire, poi, permettono di potenziare e tonificare gli addominali e la parte inferiore del corpo, soprattutto i glutei; le gambe, specialmente i quadricipiti, sono poi messi a dura prova da questo allenamento. Ottima la mobilità della caviglia. 

Bye bye, noia! - Nuotare fa bene alla salute ma, si sa, andare avanti e indietro in una vasca può essere molto noioso! Uno dei vantaggi delle mini pinne è che scivoli nell’acqua con una sensazione bellissima: quella di andare più veloce, facendo molte più vasche in minor tempo. Consigliate Sì.


Trofeo Mezzalama: Squadra 《Fans de Sport》

Valentina Lauthier al Trofeo Mezzalama 2017

di Mara Guariento

Se dovessimo immaginare una cronaca dell'evento, sarebbe sicuramente un mix di goliardia, sofferenza, sfortuna e, diciamolo pure, un “gran culo”!

Ma ora proviamo ad analizzare meglio la storia partendo dalle sue origini.

All'inizio non era nient'altro che un'idea, i cui protagonisti erano Jean Claude e Florence. Due su tre col mezzalama alle porte non era certo un buon inizio, ma era pur sempre qualcosa!

Con il passare dei mesi, il nome di Florence vagava nell'aria con incertezza e confondeva Jean Claude che con la scusa della destabilizzazione della giovane concorrente e il terzo mancante, non si allenava mai. Come un qualsiasi turista in vacanza si trastullava tra un biposto e l'altro, qualche serata al casino', qualche comparsa in albergo, e infinite abbuffate per non perdere la rotondità dell'inverno.

A febbraio, finalmente si ebbe l'idea del concorrente: Pippo! Più volte finisher al “Tor de Geants”, amante delle montagne e dello sci alpinismo. Uno che, in poche parole, spesso ci guarda dalle vette in giù. Un duro per certo! Uno al quale telefoni per partecipare al Mezzalama il giorno prima e ti potrebbe dire anche di sì.

Era ormai aprile quando il nome di Pippo sembrava ufficializzarsi...SEMBRAVA, perché la certezza non si è fatta tale fino a dieci giorni prima della gara.

Il 9 aprile arrivò in fretta e il giorno dopo sarebbero scadute le iscrizioni alla gara. Il terzo nome ancora mancava e Florence era ormai convinta di non partecipare...Bisognava trovare un nome a tutti i costi. Femmina, ovviamente, per avere qualche minuto in più.

Alla fine, ecco che incredibilmente un'altra pazza sbucò fuori dal nulla. “Pazza” perché dieci giorni prima del Mezzalama, ella inconsciamente disse: «Certo, ci sto!», come se fosse facile trovare una donna che dalla sua vita tranquilla di mamma, casalinga e insegnante ti dica, senza conoscere nessuno, «sì, tra dieci giorni vengo a farmi 45 km di gara ad alta quota con voi due sconosciuti ed un cancello orario di merda per 1800 metri di dislivello!»

Questa donna era il terzo concorrente: Valentina! Una dura che per conquistare 8000 metri è disposta a perdere le dita dei piedi, una donna con un curriculum lungo come la statale SS24.

Dopo tante peripezie, finalmente la squadra era fatta! A quel punto rimaneva solo un grande problema: Jean Claude, il turista per caso.

Il 10 aprile, dopo l'iscrizione, si diede alla prima uscita di allenamento. Il giorno dopo, messo all'angolo dalla capo squadra Florence, rispondeva alle preoccupazioni di quest'ultima con una frase di incoraggiamento: «State tutti tranquilli, mi allenerò tutti i giorni!»

22 APRILE 2017: L'INIZIO DELLA COMPETIZIONE

Con grande entusiasmo, la “Fans de Sport” inizia la gara. Bene i primi dieci secondi e mezzo, un grande inizio e la squadra è a mille!

Pippo, però, dopo un po' comincia ad avere problemi di stomaco e al canalino del Teoludo perde uno sci.

La scivolata è veloce e precisa, punta dritto verso Châtillon!

Tutti perdono un po' il morale, e qualcuno inizia a non crederci più di riuscire ad arrivare fino alla fine: il tempo stringe e la strada da fare è troppa.

A sensazione sembra un errore di legatura, per cui Jean Claude - ritenendosi responsabile dell'accaduto - ridiscende  alla ricerca dello sci.

Dopo averlo recuperato, torna in cima e trova Pippo alle prese con il suo stomaco. Per cui, senza proferire parola, Jean Claude lega Pippo al suo zaino e con una espressione temeraria di chi è sicuro di passare il cancello anche con la sola forza del pensiero, inizia a ridare il ritmo e tutti spariscono nella salita.

Valentina inizia a dissanguarsi per colpa di quei maledetti giorni in cui tutte le donne diventano ingestibili e nei quali gli uomini si concentrano sui loro sbalzi di umore, dimenticandosi che se fossero loro a perdere tutto quel sangue, sarebbero attaccati ad una flebo in ospedale per sette giorni al mese.

Per questo le forze iniziano a mancarle, ma tiene duro e stringe i denti, iniziando a pensare che Brad Pitt sarebbe potuto spuntare improvvisamente fuori dopo il traguardo.

Nessuno ci crede quando riescono a passare in tempo il primo cancello. Tutti si erano sbagliati!

Finalmente le cose cominciano a procedere per il meglio, fino a quando, sul Castore, una craniata di un tizio fuori gara fa cadere per la seconda volta uno sci al nostro Pippo.

Per fortuna, lo sci viene recuperato facilmente, è solo una questione di poco tempo e tutto torna al suo posto. Quindi, pur continuando a vomitare, si sale!

Secondo cancello conquistato per il rotto della cuffia, grazie all'ennesima botta di culo!

Viene però la volta del Lyskamm...

A questo punto, qualche gufaccio rimasto a casa a guardare con invidia, intensifica le sue maledizioni sulla squadra e Pippo, per la terza volta e a 20 metri scarsi dalla vetta, perde lo sci!

Valentina si vede passare a pochi centimetri lo sci come un proiettile. Giù in verticale, la discesa sembra superare la velocità della luce, infinita e inarrestabile verso Gressoney.

In questo momento, Jean Claude incredibilmente esce dalla sua palla aerea con aria a metà tra l'incredulo e lo sconfitto, esclamando: «Ancoraaa?!»

E' qui che tutto sembra finire...il sogno del Mezzalama si frantuma definitivamente...per un secondo o due. La “Fans de Sport” non è una squadra che si arrende, per cui tentano il tutto e per tutto.

La maledizione viene sconfitta alle ore 3, quando un elicottero recupera lo sci sotto una capanna.

L'attesa è lunga, ma con lo sci recuperato si continua fino alla fine.

Finalmente, la squadra riprende vita e si dimentica della gara: ormai il cancello è passato e laggiù a Gressoney devono solo aspettare.

Come in una qualsiasi gita di sci alpinismo, i tre decidono di scendere con passo tranquillo, senza fretta e senza lo stress della gara, portando con loro solo lo spirito di chi si è fatto un Mezzalama solo per gioco ed è arrivato alla fine senza ferite, senza troppa stanchezza e con un paio di certezze in più: con un po' di fortuna, caparbietà, forza fisica e spirito di squadra, si può sconfiggere qualsiasi maledizione.

MEZZALAMA CONQUISTATO...GRANDE TEAM!

"Fans de Sport" Team, Finisher al Trofeo Mezzalama 2017


La nascita dello Scialpinismo

Gita di scialpinismo...si sale!

La storia

Sci alpino, sci alpinismo, sci di fondo, telemark, freeride, freestyle, snowkite, snowboard, eliski...quanti discipline e sport sulla neve oggi!

Ma lo scialpinismo, prima di essere uno sport, è nato molto tempo fa nei paesi nordici come un vero e proprio mezzo di trasporto, per cacciare, muoversi e combattere. Gli sci di allora sono descritti come degli strumenti rudimentali legati ai piedi con dei lacci di cuoio e la punta all'insù. 

Nel 1888 l'esploratore norvegese Fridtjof Nansen effettuò la traversata Est-Ovest nel Sud della Groenlandia.

Tra fine Ottocento e i primi anni Trenta si diffonde la pratica sportiva dello sci sulle Alpi. Si annovera il loro battesimo con la salita al colle di Pragel presso Glarus in Svizzera nel 1893.

Marcel Kurz (1887-1967), ingegnere, cartografo e alpinista, fu uno tra i primi ad utilizzare gli sci sulle Alpi e a descrivere sistematicamente tecniche e gite di scialpinismo. Contestualmente, nei primi del Novecento nasce il telemark.  

Gli sci furono impiegati anche dai nostri soldati nella prima Guerra Mondiale.

Nel 1927 ci fu la prima ascensione sciistica italiana al Monte Bianco da parte di Ottorino Mezzalama e Ettore Santi.

Nel 1933 venne disputata la prima edizione del Trofeo Mezzalama,  una delle più importanti competizioni di scialpinismo dei nostri tempi.

Nel 1956 Walter Bonatti e Bruno Detassis compirono la traversata delle Alpi sugli sci in 65 giorni, dal 15 marzo al 20 maggio con 7 giorni di riposo, 1500 km percorsi e 100.000 metri di dislivello. È  nato così lo scialpinismo!

Cos'è lo scialpinismo?

Ma cos'è lo scialpinismo? È facile confonderlo per il nome con lo sci alpino, che invece è uno sport di sci da discesa su pista con l'impiego di impianti di risalita.

Lo scialpinismo, invece, è considerato uno sport estremo, che utilizza preporandemente gli sci sia in salita (con l'ausilio delle pelli di foca) che in discesa, e che si pratica fuori pista o bordo pista (esistono piste palinate esclusivamente per gli skialper).

Richiede una buona preparazione sia fisica che tecnica che conoscitiva, e per la sua pratica viene impiegata una speciale attrezzatura, di cui parleremo nella prossima puntata!

Gita di scialpinismo...si scende!


Scialpinismo: che passione!

In vetta al Flassin con Silvia e Sophie

《Se sei in cerca di angeli e in fuga da demoni, vai in montagna.》

Scialpinismo, il primo grande Amore.

La neve, la salita, il bianco e il blu, la vetta, la natura, il silenzio, la pace, la felicità. La fatica della conquista, della cima ma soprattutto di se stessi. Toccare il cielo con un dito ogni volta. Sentire la presenza di Dio. "Per Aspera ad Astra". 

È questo, cui ho pensato quando, prendendo carta e penna, ho chiuso gli occhi. Passione, entusiasmo, sudore.

È stato lo Scialpinismo ad avermi fatto innamorare di sé, sublimando lo Spirito della Montagna con la fatica della salita, la felicità della vetta, il divertimento della discesa, l'emozione dei paesaggi, la bellezza delle albe e dei tramonti, la semplicità della vita in rifugio.

Per l'amore del connubio Montagna e Salita, scoprirò grazie agli amici altre passioni, come l'Alpinismo, la Corsa in Montagna e quella della Bici sui grandi colli. Ma è nello Scialpinismo, iniziato nel 2010, che esprimo veramente me stessa e mi sento nel mio mondo, con gli sci a fare da prolungamento del mio corpo e della mia anima. Dopo anni a scuola di skialp del CAI Uget, ho capito che era giunto il momento di lasciare il nido e volare da sola. Mi sono appassionata all'alta quota, ho visto tanti paesaggi incantati da lassù, conosciuto persone speciali, ognuna con la sua storia originale, provato emozioni indescrivibili. La Montagna mi ha (ri)dato la Vita e non solo: mi ha insegnato a Vivere.

Mi sono cimentata anche in qualche garetta notturna del circuito valdostano, per divertimento e più per mettermi alla prova che in competizione.

Salire con le pelli di foca (dritto per dritto o "zigzagando" con le inversioni, le "güce" in piemontese!) e poi scendere a fare curvette, interpretando la neve...Fondersi con la natura e danzare con la neve nel silenzio, laddove la musica è il respiro e gli sci il violino...

Vorrei dedicare molto spazio allo Scialpinismo e trattare l'argomento nel modo più approfondito possibile, a partire dalla sua storia. Scopriremo nel prossimo articolo come è nato questo meraviglioso Sport! 

In punta al Flassin, dietro il Monte Bianco


Monja Trevisiol: Sport, scuola di vita per grandi e piccini

Monja Trevisiol

di Monja Trevisiol

Mi chiamo Monja, sono Maestra di Tennis, Dottoressa in Psicologia e Mamma di 2 splendidi bambini. Mi definiscono un vulcano di sorrisi, energia ed entusiasmo ed effettivamente lo sono, a volte anche troppo! Mi piace pensare al dono della vita come a uno splendido viaggio fatto di incontri che ti crescono e ti rendono una persona migliore.

Sono nata tra i campi e cresciuta potendo correre in mezzo ai prati, sbucciandomi le ginocchia e apprezzando il cinguettio degli uccelli alla finestra che ti svegliano al mattino. Ho avuto una nonna meravigliosa che mi ha fatto scoprire la bellezza e la fortuna di poter crescere con dei nonni che ti raccontino le loro storie di vita e ti dedichino il loro tempo prezioso. I miei genitori mi hanno permesso di vivere i miei anni di bambina senza saturarmi di impegni, mi hanno educata guidandomi con il loro esempio e mi hanno dato fiducia permettendomi di sentirmi libera nelle mie scelte. 

Questo mi ha consentito di seguire le mie passioni: Sciare e giocare a Tennis.

Amo la Montagna, é il mio rifugio, il luogo dove stacco la spina e rallento; il posto in cui metto gli sci ai piedi e mi sento libera di volare!

Il Tennis mi ha regalato tante emozioni e mi ha cresciuta: sono stata una giocatrice di seconda categoria. Ho passato la mia adolescenza sui campi; ho avuto la possibilità di viaggiare con la borsa in spalla, di aprire la mente, di conoscere e creare splendide amicizie, e di superare la timidezza.

Lo Sport è Scuola di Vita: ti insegna quanto sia importante la volontà, l’impegno, la costanza, la determinazione, la motivazione; ti insegna che la vita è fatta di difficoltà e di emozioni, di sconfitte e di cadute, di grandi insegnamenti e di splendide vittorie che ti regalano lacrime di gioia.

Mi ritengo molto fortunata perché nel mio percorso ho avuto degli insegnanti straordinari: un insegnante è un punto di riferimento che ama i suoi ragazzi ancor più di ciò che insegna. Anche io volevo essere questo e ce l'ho fatta: insegnare è una “vocazione” del cuore. Trasmettere ciò che ami a chi ami; bussare alla porta di ogni tuo bimbo nella sua unicità e creare quel rapporto speciale che fa sì che si fidi e si affidi a te. Sono passati quasi 20 anni da quel giorno: ho visto crescere tanti bambini o come più mi piace dire li ho aiutati a far crescere le loro ali per permetter loro di volare. 

Grazie a loro sono cresciuta anch’io: la loro dolcezza, il loro affetto, la loro sensibilità mi hanno reso una persona e un’insegnante migliore.

Un giorno ho incontrato il mio Principe e insieme abbiamo ricevuto il più grande dono della nostra vita: diventare genitori di 2 splendidi bambini. 

Pensavo fosse semplice essere mamma, in fondo di bambini ne avevo cresciuti tanti, ma ben presto ho scoperto che non lo era. Nessuno ti insegna come si fa, essere genitori è il mestiere più difficile ma più bello del mondo! 

I tuoi figli crescono con il tuo esempio e rivedi in loro oltre alle belle cose, i tuoi difetti e cresci...già...l’essere madre è stato un bellissimo viaggio di crescita.

Ho fatto una scelta di vita importante per i miei figli: sono stati loro a darmi la forza e il coraggio di essere davvero felice. Così, lasciato il Circolo dove ho insegnato per 16 anni con tanta tristezza nel cuore, insieme ai miei figli ho creato ciò che ogni mattina mi fa svegliare con la gioia nel cuore: "Family Tennis" è un Progetto che si occupa di regalare gioia e divertimento alle famiglie, consentendo ai genitori di giocare a tennis con il proprio figlio e condividendo del tempo di qualità insieme. 

"Tennis Per Gioco" è un Progetto che condivido con la mia più cara amica, Cristiana Gai, che consente ai bambini di imparare il tennis direttamente a scuola, aiutando tutte quelle mamme che si trovano in difficoltà nell’accompagnare i propri figli a fare sport il pomeriggio.

Questi due Progetti sono nati dalle difficoltà di una mamma normale: mi mancava il tempo da condividere con i miei figli e non avevo la possibilità di portarli a fare attività il pomeriggio. Oggi sono felice di avere entrambi.

Negli ultimi 2 anni e mezzo ho scoperto la Corsa e mi sono appassionata tanto da arrivare a correre la mia prima maratona: è stato uno dei viaggi più incredibili della mia vita! Che cosa significa per me correre? Correre è libertà di essere, di creare, di ascoltarsi e conoscersi meglio; è mettersi le scarpette e avere la sensazione di volare!

La Corsa è lo specchio della vita: ti emozioni, sorridi, fai fatica, incontri salite ma quando arrivi in cima trovi un panorama che neanche potevi immaginare; ti vengono i brividi, ti emozioni e ringrazi. Correndo ho scoperto che potevo mettermi il vestito da "Principessa": ogni donna è Principessa nel vivere la sua vita a testa alta, con il sorriso e prendendo a cuore il Progetto in cui crede. E così è iniziato questo nuovo viaggio!

La gratitudine è ciò che ha reso ogni giorno del mio viaggio speciale e ringrazio Marina per avermi chiesto di scrivere nel suo Blog: per me non solo è stato un grande onore ma soprattutto è stata una grandissima emozione. Un maestro è colui che porti nel cuore e sono felice di pensare di esserlo ancora in quello della mia “allieva” Marina dopo ormai 15 anni. E se il mio sogno è sempre stato di veder volare i miei allievi, oggi quel sogno si è realizzato: Marina da ragazzina disciplinata, dolcissima e sorridente, oggi è diventata una splendida donna, forte, determinata e con quel dolcissimo e splendido sorriso che la caratterizza e sa coinvolgere e travolgere chi ha la fortuna di incontrarla nel suo viaggio!


Skyrunning: i "corridori del cielo"

Trofeo Monte Chaberton 2017

Alcuni la considerano una disciplina a se stante dalla corsa in montagna e dal trail running. Questo articolo non ha il fine di essere né esaustivo né di volere discutere in specifico su allenamento, nutrizione ed equipaggiamento, temi che mi piacerebbe affrondire più avanti. Dedico questa breve introduzione ad uno Sport che amo al pari dello Scialpinismo (di cui parleremo presto)!

«Probabilmente senza saperlo ha fatto volare uno sport: lo Skyrunning. Bruno è riuscito a dare una forma alla corsa nel cielo, una dimensione mitica e una visibilità che ha portato le generazioni future a scoprire questo sport». Kilian Jornet Burgada, campione di Skyrunning, scrive così riferendosi a Bruno Brunod, nella prefazione del libro《Skyrunner, il corridore del cielo》 ( vai a 👉 Montagna > Cervino 4478 metri).

Lo Skyrunning è la corsa in alta quota o, in modo più filosofico, la corsa del cielo, una disciplina sportiva nata all’inizio degli anni ’90, anche se tracce di questo modo di interpretare la corsa e la montagna si trovano già diversi anni prima.

Possiamo considerare lo skyrunning come l’unione della corsa con la montagna e quindi la massima espressione e sintesi di un’originale filosofia di interpretare queste due specialità.

Negli ultimi anni sempre più persone si sono avvicinate a questo sport e il panorama delle competizioni nazionali e internazionali si è notevolmente ampliato. Alcuni atleti provenienti dalla corsa in montagna o dalle gare di lunga distanza si avvicinano a queste competizioni con uno spirito agonistico e competitivo puro; altri invece partecipano semplicemente per divertimento e per sfidare i propri limiti e la propria resistenza fisica.

Le gare di Skyrunning si disputano a quote considerevoli comprese tra i 2.000 e i 4.000 metri, con dislivelli e lunghezze variabili: la SkyMarathon, l’Ultra SkyMarathon o Extreme; la SkyRace; il Vertical Kilometer (K1, K2, K3) ed esiste sia di sola salita che di sola discesa; SkySpeed è SkyBike.

Lo Skyrunning in Italia è gestito dalla FISKY(Federazione Italiana Skyrunning) e nel mondo dalla ISF (International Skyrunning Federation). Si svolge in ambiente montano con brevi tratti asfaltati che non devono superare il 15% della lunghezza totale, ma in questo caso la quota massima può superare anche i 4.000 metri. I percorsi sono tecnici e impegnativi, persino passaggi attrezzati con corde fisse o catene, in tratti anche innevati e ghiacciati; le pendenze sono notevoli e ci si può avvalere dell’utilizzo dei bastoncini durante le salite più impegnative poi si ripongono nello zaino; in ogni caso il percorso non deve però superare il secondo grado di difficoltà alpinismo.

Gli Skyrunner necessitano quindi di un’adeguata preparazione tecnica e di una cura dell’alimentazione e dell’equipaggiamento da utilizzare.

Le gare di Skyrunning si svolgono spesso in meravigliosi scenari dalle montagne delle Alpi alle cime del Colorado sino agli altipiani tibetani.

Aspetto interessante è che, parallelamente ad alcune di queste competizioni, vengono svolte anche ricerche scientifiche per monitorare alcuni parametri degli atleti come lo stress psicologico, l’ipossia, lo sforzo muscolare, al fine di raccogliere dati per lo studio e la ricerca della fisiologia e della biochimica umana in alta quotaequipaggiamento.

Per tutte queste caratteristiche lo Skyrunning si differenzia e per alcuni non appartiene alla categoria delle corse in montagna.

L’amore per la Montagna e per la corsa accomuna tutti questi “corridori del cielo”, uomini e donne in grado di sostenere immensi sforzi comunque ripagati dalle emozioni che gare di questo genere sono in grado di farti assaporare.

Consiglio a chi vuole cimentarsi in questo tipo di corse di iniziare scegliendo una calzatura adeguata, scegliere i percorsi in maniera graduale, sia per quanto riguarda la lunghezza che il dislivello, ma anche sulla base dell’aspetto tecnico. Svolgere questa attività nella condizione di massima sicurezza possibile, preferibilmente in compagnia di qualcuno e se non è possibile, almeno avvalendosi dell’ausilio di un telefono cellulare o un localizzatore gps, in modo da poter contattare tempestivamente un soccorso in caso di urgenza ed essere rintracciati anche se ci si trova in un luogo remoto. Cosa non meno importante, rispettare la natura che ci circonda ed affrontare la montagna con consapevolezza e rispetto.

👉 Ti interessa? Vai a Libreria.

Cervino XTrail KV+ 2017


Nuota e zitto, zitto e nuota!

I benefici del nuoto

Il nuoto è un toccasana per il corpo e per la mente, potendo trarre molti benefici dall'allenamento in acqua. 

A me piace molto perché, oltre ad essere uno dei più completi, può essere sport principale ma anche, qualora quest'ultimo invece fosse ad esempio la corsa, sport secondario, come recupero attivo se praticato a bassa intensità, o complementare (anche se alcune teorie li vedono antitetici); lo stesso vale per il ciclismo. Questi due sport, in particolare il nuoto, hanno il vantaggio di non stressare le articolazioni ed il rischio infortunio è davvero basso (secondo me utile, soprattutto, sotto gare cui tenete particolarmente partecipare). Sarà che a me piace variare ed essere una dilettante《multi-sport》! 

Non praticatelo, invece se il vostro scopo è unicamente quello di dimagrire, più avanti vedremo il perché. 

Il nuoto è uno sport aerobico, che si basa sul galleggiamento con diverse tecniche. Premesso che oggi è un mondo pieno di attrezzi (i classici tavoletta e  pull-buoy, cui si sono aggiunti pinne e palette di vario tipo) ed esercizi, ecco qui riportati i benefici dei 3 stili principali:

1.Lo stile libero o crawl è lo stile più famoso e tra i più facili da praticare. Tonifica glutei e addome e rinforza spalle e pettorali. Essendo lo stile più veloce, é anche adatto anche per sviluppare una muscolatura snella in modo armonico.

2.Il dorso è sicuramente lo stile indicato per chi soffre del temuto mal di schiena, rinforza le spalle e le gambe, ed è inoltre ottimo perdorso tonificare la schiena. 

3.La rana è uno stile a se stante: è più lento, faticoso e divertente al tempo stesso, ideale per rassodare e tonificare cosce e glutei. La sequenza di movimenti, infatti, impegna soprattutto le gambe tonificando anche la parte interna. 

Il nuoto fa bene ad aumentare il fiato, la resistenza e la forza muscolare, ma anche a sciogliere se praticato ai fini del recupero attivo. I muscoli diventano affusolati ma sono meno potenti rispetto a quelli del podista, per via dell'attenuazione dell'acqua. Non aiuta a dimagrire in senso stretto (circa 600 kcal/h ma le calorie sono minori, migliore è il galleggiamento del nuotatore) ma aiuta nella perdita di massa grassa e favorisce l'aumento di quella magra, a livello di tono muscolare. Accellera, inoltre, il metabolismo ed è ottimo per contrastare la cellulite, migliorando la circolazione. 

Oltre al corpo il nuoto migliora la forma psicologica liberando da stress, ansie e depressione. Il potere dell'acqua! Come? Stimolando la produzione di endorfine, sostanze chimiche che agiscono sul cervello, riducendo il dolore e provocando una sensazione di benessere. Infine, pare aiuti anche molto la concentrazione e di conseguenza le capacità di apprendimento.

Piscina consigliata SI

Aquatica Torino

Corso Galileo Ferraris 290

10134 Torino

http://www.aquaticatorino.it/


Power Yoga: "Body & Soul"

I benefici dello Yoga nello sci

Oggi vi parlo del mio adorato power yoga, che pratico dal 2011 (anno in cui correvo su strada) con il mio maestro Saverio e poi da sola a casa e ovunque, portando il mio tappetino sempre con me...salvo le volte che lo dimentico proprio per andare a lezione (lo dico caso mai Save leggesse questo post!)...I benefici dello yoga sono sempre più noti e la pratica è ormai diffusa tra tutti gli sportivi. Andiamo a vedere insieme cos'é e perché.

Il power yoga è uno stile di yoga dinamico, che si basa principalmente sulla prima serie dell'ashtanga yoga, che si realizza esseguendo una serie di posizioni collegate tra loro da movimenti di transizione che generano tensione dinamica e costante, e ogni movimento é sincronizzato al respiro (vinyasa). Si pratica a stomaco vuoto e a occhi aperti per almeno 60 minuti, utilizzando i bandha ovvero attivando i muscoli con effetti anche sul versante energetico.

benefici sono molteplici:

- migliora equilibrio, resistenza e potenza

- migliora l'elasticità dei muscoli e dei tendini, incrementando la flessibilità del corpo

- migliora la postura

- migliora il controllo e la capacità di ascolto del corpo e del respiro, aumentando la capacità polmonare e riducendo il rischio di malattie cardiache 

- migliora il metabolismo e aiuta la digestione

- ha effetti benefici sul sistema nervoso, quindi è utile in caso di depressione, stress, insonnia, ansia e a chi soffre di attacchi di panico

- favorisce l'armonia tra corpo e mente

Colgo l'occasione per salutare tutta la mia classe e il mio maestro Saverio, nonchè la mia palestra in cui pratico da anni il poweryoga

Gymnica iClub Studio Pilates

Via Governolo 36, Torino

www.gymnica.it/

Sperando che abbiate trovato questo post interessante e utile, se vorrete continuare a leggermi, la prossima volta parleremo di nuoto.